I traduttori di testi scientifici, e indubbiamente anche quelli di varie altre discipline, si trovano non di rado di fronte al problema di come rendere un termine tecnico che non ha ancora un equivalente nella loro lingua. Attualmente questo succede soprattutto quando la lingua di partenza è l'inglese, fertilissima di neologismi. Che fare? Lasciare il termine originale? Usarlo ma italianizzato? Crearne uno completamente nuovo, o magari cavarsela con una perifrasi?
Qualche secolo fa la lingua della ricerca scientifica era il latino, ma il problema per i traduttori era esattamente lo stesso.
Nel 1581 Filippo Pigafetta, discendente del grande navigatore Antonio Pigafetta, tradusse dal latino Le Mechaniche di Guido Ubaldo dei Marchesi del Monte, trattato di meccanica classica, essenzialmente sulle macchine semplici. E appunto anche lui era ben conscio delle difficoltà terminologiche e avvertì il lettore che alcune parole “non si sono potute trasportare commodamente in volgare, per non essere esse anco state accettate in questa lingua, né intese da ognuno”, e di conseguenza “le ho lasciate così latine”.
Una di queste era aequilibrium, che Pigafetta “lasciò così latina”, limitandosi a darle forma italiana: “equilibrio”. E visto che non era un termine chiarissimo, ne spiegò il significato: “Dove si legge questo vocabolo latino Equilibrio, intendasi per eguale contrapeso, cioè che pesa tanto da una banda quanto dall'altra in pari lance, o libra o bilancia che si dica”, richiamandosi all'etimo della parola, che ovviamente deriva da aequus (“uguale”) e libra (“bilancia”)
(In realtà esiste almeno una precedente occorrenza di “equilibrio” in italiano, ma sicuramente non era un termine diffuso, né dal significato ovvio.)
Devo questa perla etimologica alla voce “equilibrio” curata da Alessio Ricci, in Parola per parola. Etimi, storie e usi del lessico, a cura di Giuseppe Antonelli, il Mulino 2025.
