mercoledì 15 giugno 2016

Un'intervista su MaddMaths

Per quelli fra i miei 2,5 lettori che non l'avessero già letta ma fossero interessati, segnalo che il sito MaddMaths! - MAtematica Divulgazione Didattica ha pubblicato un'intervista al sottoscritto, “Daniele A. Gewurz: traduzioni e matematica”.

Ospitano tra l'altro ritratti di persone che dopo essere stati matematici hanno cambiato in parte o in tutto strada, e quindi ci rientro anch'io.

lunedì 13 giugno 2016

Et aut E?

Che cos'hanno in comune il candidato sindaco di Roma Roberto Giachetti e l'Azienda Unità Sanitaria Locale “Roma E”? O meglio, che cos'hanno in comune le persone che curano le loro immagini grafiche?




Visto?
Sì, è proprio quella “&” che c'entra come i cavoli a merenda. Entrambi i grafici hanno pensato bene di usarla come sostituto di una semplice “E”. Peccato che non lo sia. È una “e commerciale” o, all'inglese, ampersand, ed è un simbolo che risulta dalla legatura della parola latina “et”. Quindi ha senso usarla in situazioni come “Shakespeare & Co.”, o se si presentassero insieme due candidati di nome Giach & Tti.
Ma usata come sostituto della “e” denota solo ignoranza da parte dei grafici, i quali per giunta ne hanno scelte due versioni che persino nella forma mantengono vagamente un vestigio della “t”, anziché essere “imitazioni afone della chiave di sol” (Bringhurst).

venerdì 10 giugno 2016

È una specie di discriminazione?

Fra le istruzioni per l'uso dei veicoli Enjoy (automobili e adesso anche scooter in car sharing), sezione “cosa fare e cosa non fare”, verso la fine, una è un po' delicata:



Io non avevo previsto di portare degli “anomali”, ma ora che me lo vietano mi sembra un'ingiustizia...

venerdì 6 maggio 2016

Traduttori d'altri tempi

Traduttori d'altri tempi che sanno dare il giusto valore al proprio lavoro:
Mi allontanai con il moro per il chiostro della Chiesa Madre, e lo pregai che mi traducesse in lingua castigliana quei cartabelli, tutti quelli almeno che si occupavano di don Chisciotte, senza togliere né aggiungere nulla, e mi offrii di dargli il compenso che m'avesse chiesto. Lui si accontentò di due sacchetti di uva passa e di due misure di grano, e promise di tradurli bene e fedelmente, e in pochissimo tempo; ma io per semplificare il lavoro e non perdere d'occhio quella straordinaria scoperta, me lo feci venire in casa mia, dove in poco più di un mese e mezzo me la tradusse tutta, come qui è riferito.
Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, I parte, cap. 9, trad. di Vittorio Bodini (Einaudi).

Devo la segnalazione di questo passo a un recente seminario di Monica Palmerini su “La traduzione nel Don Chisciotte. Prospettive sul tradurre tra lingue, cultura e storia” presso la Casa delle Traduzioni di Roma.

venerdì 15 aprile 2016

Ipercorrettismi dalla Sicilia alla Cina...



...ma in realtà, ovviamente, non c'entrano né la Sicilia né la Cina, ma solo la calata romanesca e l'incertezza di chi, conscio che gli scappa spesso un “fijo” o una “maja” là dove ci andrebbe qualche “gl”, quando deve redigere una scritta per il pubblico, abbonda nel verso opposto, in modo non dissimile da quel negozio a Verona che vendeva grappe “da collezzione”.

giovedì 7 aprile 2016

Ne torse il capo ischifito

Tra le innumerevoli chiacchiere a proposito dell'aggettivo “petaloso”, mi imbatto leggendo altro nel seguente commento su un sito (non importa dov'è, anche perché se uno proprio ci tiene non ha problemi a trovarlo):
Le persone di buon gusto rifuggono non solo, ovviamente, dalle parole indecenti, ma anche da quelle che le richiamino foneticamente. Il "neologismo" inventato da questo scolaro dovrebbe essere bandito anche se fosse presente in un dizionario consolidato (Chi può capire, capisca). E invece la stessa Accademia della Crusca (insieme a giornalisti e governanti) lo esalta e osanna. Che sconforto!
Primo: suppongo che, coerentemente, lo stesso signore proponga di mettere al bando le parole “petizione”, “appetito”, “impeto”, il nome Peter e così via.

Secondo: questo tipo di interventi mi fanno sempre venire in mente quella “favola” di Gadda:
Un moralista volle vedere nel caleidoscopio: ma ne torse il capo ischifito: «Oh, oh, oh!», badava esclamare. 

lunedì 4 aprile 2016

Un pomodoro da un etto è per sempre

Sul Venerdì di Repubblica del 1° aprile 2016 (no, niente pesci; sì, so che non dovrei leggere niente che abbia a che fare con la Repubblica, ma qui c'era una recensione che mi interessava) leggo all'interno di una notiziola a firma di Martina Saporiti a proposito di un metodo per «produrre elettricità dai pomodori»:
L'efficienza della cella è bassa (da 10 milligrammi si ottengono 0,3 watt, per una lampadina da 60 watt ne servono 200), ma si conta di perfezionare presto il procedimento.
Qui ci sono due cose che non vanno.

La cosa peggiore è che con 10 milligrammi di qualsiasi cosa, dall'uranio alla palta, si possono ottenere 0,3 watt: basta non specificare per quanto tempo.
Il watt è un'unità di potenza, cioè di energia per unità di tempo. Tanto come promemoria: sulla bolletta – oltre ad altre cose – è indicata l'energia consumata, espressa in kilowattora; i (kilo)watt indicano invece la potenza impegnata, quella messa a disposizione dal fornitore. Quindi, se a casa, come molti, avete una potenza impegnata di 3 kW, vuol dire che potete sostituire per sempre l'allaccio alla rete elettrica con un pomodoro da un etto.

In soldoni, dire che con 10 milligrammi di qualcosa si ottengono 0,3 watt è né più né meno che dire che con un litro di benzina si va a 100 chilometri all'ora. Sì, sarà senz'altro vero: ma per un minuto o per un'ora?

Bisogna dire che l'errore è dovuto niente meno che all'American Chemical Society, che nel suo comunicato – ripreso quasi alla lettera da varie fonti di informazione – annota enigmaticamente appunto che 10 milligrams of tomato waste can result in 0.3 watts of electricity. Quindi la Saporiti, nel non accorgersene e nel non fare i debiti controlli, è in buona compagnia: Newsweek, CNN etc.

(Cercando quale fosse il vero dato, trovo che al momento attuale non c'è una pubblicazione su questo risultato, che è solo stato presentato a un congresso dell'ACS. Nella presentazione non si menziona questo dato; la cosa più simile è che da un metro quadrato di “electrosurface” si ricavano 7 watt. Suppongo che sia una superficie che viene via via alimentata, così come, mutatis mutandis, un pannello solare: e lì va benissimo, anzi, è l'unica, associargli una potenza erogata.
Facendo qualche conto in un angolo di un foglio usato, vedo che cosa succede se “watt” stesse per “watt-ora”: un'energia specifica di 0,3 Wh/10 mg equivale, in unità più usuali, a circa 108 MJ/kg, che è qualcosa come il doppio di quella del metano usata come combustibile. Troppo, decisamente. Quindi? Watt-secondo? Boh.)

Quello che invece è farina del sacco della Saporiti è la proporzione sbagliata: 0,3 sta a 10 come 60 sta a 2000, non 200.

martedì 2 febbraio 2016

Da Parks a Dante, passando per Levi

Chi si interessa di traduzione, in particolare in e dall’inglese, avrà quasi certamente già visto l’articolo “In the Tumult of Translation” di Tim Parks apparso nella New York Review of Books. Parks, col suo piglio abituale, dice la sua sulla nuova traduzione inglese di Se questo è un uomo di Primo Levi apparsa nella recente edizione dei Complete Works leviani, la prima completa in inglese. La traduzione di questo testo è di Stuart Woolf, che ha rimesso mano, dopo decenni, alla sua stessa versione del 1959.

Parks solleva vari punti interessanti e spesso condivisibili, pure per chi come il sottoscritto non è un madrelingua inglese e quindi non si azzarda a entrare nel merito delle sfumature di una resa nella lingua d’Oltremanica.
Un aspetto che giustamente sottolinea più volte è che quando il tono dell’originale di Levi è quotidiano o quasi dimesso va reso come tale anche in inglese, mentre pare che la traduzione di Woolf a volte si lasci tentare da scelte lievemente più elevate (per esempio per rispecchiare una radice lessicale o una costruzione sintattica italiana, ottenendo un risultato che in inglese suona troppo “alto”).

Trovo però che, tra i casi che porta, non sempre Parks colga nel segno. Un esempio per tutti: prendiamo un passo di Levi citato e approfondito da Parks:
Molti, bestialmente, orinano, correndo per risparmiare tempo, perché entro cinque minuti inizia la distribuzione del pane, del pane-Brot-Broit-chleb-pain-lechem-kenyér, del sacro blocchetto grigio che sembra gigantesco in mano del tuo vicino e piccolo da piangere in mano tua.
(Per inciso, la virgola dopo “orinano” pare sia assente nell’originale di Levi.)
La versione di Woolf del 1959 – da cui quella recente si discosta solo per qualche dettaglio – è:
Some, bestially, urinate while they run to save time, because within five minutes begins the distribution of bread, of bread-Brot-Broid-chleb-pain-lechem-keynér, of the holy grey slab which seems gigantic in your neighbour’s hand, and in your own hand so small as to make you cry.
Parks ha da ridire su vari punti e contropropone, pur con qualche mano avanti:
To save time many are urinating as they run, like animals, because in five minutes they’ll be handing out the bread, Brot-Broid-chleb-pane-pain-lechem-keynér, that sacred gray slab that looks so huge in the hands of the man next to you and so small you could cry in your own.
Tra altre obiezioni (come il fatto che era sparito del tutto “pane” in italiano, oppure “of bread” rispetto a “of the bread” etc.), uno dei punti contestati è la resa di “bestialmente” con “bestially”. Commenta Parks: «Bestialmente can be used in Italian to mean simply, like an animal» e in parte sarà anche vero, magari più per il sostantivo “bestie” (che in effetti può benissimo essere usato da un allevatore per parlare delle proprie pecore, per esempio) che per l’aggettivo e l’avverbio. Ma se Levi avesse voluto dire “come animali” o “come fanno gli animali”, avrebbe detto... “come animali” o “come fanno gli animali”. Invece sceglie un termine ben più carico, quasi violento.
Non solo: quella formulazione, con le parole in un ordine che non è il più naturale per la frase, con le virgole (una più o una meno che siano) che spezzano il ritmo e lo rendono affannoso, non è certo il “grado zero” tra i modi di dire quelle cose, bensì è un attacco fortissimo, con un empito quasi dantesco («Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia»), e Levi non è che fosse del tutto ignaro di Dante.
E, a mo’ di controprova: come usa Dante “bestia” e “bestiale”? Nel suo corpus compaiono numerose volte, il primo nella stragrande maggioranza dei casi in senso figurato, e – cosa paradossalmente più significativa – le poche volte che lo usa riferito ad animali veri o immaginari, è per parlare della lupa della selva oscura, del minotauro e del mostruoso Gerione. E “bestiale” «è sempre riferito all’uomo, ai suoi costumi, alle sue azioni, con varie sfumature semantiche» (Enciclopedia Dantesca, s.v.), come per esempio quando Vanni Fucci descrive le proprie malefatte: «Vita bestial mi piacque e non umana».

In ogni caso l'articolo di Parks merita senz'altro un'attenta lettura, e finisce pure con un cliffhanger.

giovedì 21 gennaio 2016

Arnaldo Daniello, trovatore d'oltremanica

Se vi siete mai chiesti che cosa stia all’inglese come il provenzale sta all’italiano, andate avanti nella lettura. Se no, pure, perché è giunto il momento di chiederselo.

Secondo alcuni sarebbe bene che ogni opera letteraria venisse tradotta più di una volta nella stessa lingua, per averne più “interpretazioni” (in tutti i sensi) a disposizione.

Come che sia per i testi moderni, questo accade di sicuro per i classici, e permette a chi torna su un testo già tradotto e ritradotto di sbizzarrirsi un poco. E permette in particolare a Dorothy L. Sayers, apprezzata giallista che si apprezzava più come dantista, di reinventare le parole che Arnaldo Daniello, trovatore provenzale, pronuncia nel Purgatorio dantesco in provenzale.

Ricordo che alla fine del ventiseiesimo canto, dopo che Dante ha conversato con Guido Guinizelli, che gli ha presentato Daniello come “miglior fabbro del parlar materno”, il trovatore prende a parlare “liberamente”:
Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo jorn qu’esper, denan.
Ara vos prec, per aquella valor
que vos condus al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!
Questa è l’edizione di Natalino Sapegno, che «per questi versi, assai malconci nei manoscritti» differisce in un paio di punti da altre.
Sapegno traduce così: «Tanto mi piace la vostra cortese domanda, che non mi posso né voglio a voi celare. Sono Arnaldo, che piango e vo cantando; afflitto contemplo la mia passata follia, e vedo, gioioso, innanzi a me il giorno che spero. Ora vi prego, per quel valore che vi conduce al sommo della scala, vi sovvenga a tempo del mio dolore».

L’invenzione della Sayers consiste nel renderle in scozzese: lo Scots – da non confondere con l’inglese di Scozia e tanto meno col gaelico –, la lingua in cui sono scritte varie poesie di Burns («
The best-laid schemes o' mice an' men / Gang aft agley...»). Più precisamente, il Daniello della Sayers si esprime in “Border Scots”, parlato nel sud della Scozia.
Lei stessa chiarisce in una nota il senso della sua scelta:
Dante has made the poet reply in his native Provençal: partly, no doubt, in compliment to Arnaut’s “mastery of his mother-tongue”; partly, one may guess, in order to display his own facility in the “langue d’oc”; but chiefly, I am sure, because the light French vowels and monosyllabic rhymes impart a peculiar tripping gaiety to the verse and because the unexpected change of language lends an engaging sense of difference to this, the last exchange of speech with the souls in Purgatory. In order to preserve something of this lightness and contrast, I have translated the speech into Border Scots – a dialect which bears something of the same relation to English as Provençal does to Italian.
(Traduzione “di servizio” mia: «Dante fa rispondere il poeta nella sua lingua nativa, il provenzale: in parte, sicuramente, come omaggio al fatto che Arnaut fu il “miglior fabbro del parlar materno”; in parte, possiamo immaginare, per dar mostra della sua dimestichezza con la langue d’oc; ma soprattutto, ne sono certa, perché le vocali leggere e le rime accentate dell’idioma francese concedono una specifica leggerezza alle terzine e perché l’inatteso cambiamento di lingua permea di un piacevole senso di differenza quest’ultimo dialogo con le anime del purgatorio. Per conservare qualcosa di questa leggerezza e di questo contrasto, ho tradotto le parole di Arnaut in scozzese del sud, un dialetto che ha con l’inglese un rapporto vagamente simile a quello che il provenzale ha con l’italiano».)

Ed ecco i versi della Sayers: 


Sae weel me likes your couthie kind entratin’,
I canna nor I winna hide fra’ ye;
I’m Arnaut, wha gae singin’ aye and greetin’;
Waefu’ I mind my fulish deeds lang syne,
Lauchin’ luik forrit tae the bricht morn’s meetin’.
Pray ye the noo, by yonder micht that fine
Sall guide ye till the top step o’ the stair,
Tak’ timely thocht for a’ my mickle pine.

Poi s’ascose nel foco che li affina.

venerdì 2 ottobre 2015

Scaccini della lingua

Sfogliando per altri motivi il Lessico dell'infima e corrotta italianità di Fanfani e Arlía, mi cade l'occhio sulla voce “TRADURRE”. Temendo il peggio – gli autori non esitavano a condannare senza appello parole anche comuni, considerandole forestierismi, solecismi o simili – leggo, e vedo con sollievo che se la prendono solo con l'altro significato di “tradurre”.

TRADURRE. Vale voltare da una lingua ad un'altra, ma non Condurre, Trasportare, Accompagnare. Egli è vero che si dice nella Curia, e anche fuori di essa, per es.: Traducete l'imputato dal carcere innanzi al Giudice - Il condannato fu tradotto alla casa penale per iscontarvi la pena; ma a noi pare che, con forma più italiana, e meglio si direbbe usando uno de' tre verbi qua su mentovati, se no si confondono i due verbi latini Tradere e Traducere. Anche il Tommaséo avvertì che Tradurre in carcere è modo cancelleresco tolto dal francese; e il Voc. della ling. parl. lo disse « modo nuovo e non approvabile, potendosi e dovendosi dire Condurre. » Sicchè, sebbene per la difesa di questa voce il professor Veratti ci abbia cortesemente dato di « scaccini della lingua » (Strenna Studii filologici pel 1869), noi continuiamo a metterla qui, perchè come gli scaccini veri scaccian di chiesa i cani, e levano ogni sorta di bruttura, che la gente poco pulita vi reca: così noi cerchiamo levar dalla lingua ch'è cosa pur sacra, gl'intrugli degli spazzaturai e di chi tiene per essi.

[Accenti e spazi dentro le virgolette come nell'originale.]

A parte  che oggidì la lingua non è più considerata cosa sacra, l'appellativo di “scaccino della lingua” non ci  dispiace.