lunedì 28 gennaio 2019

Ma cos'è la destra, cos'è la sinistra

In inglese capita spesso che, per descrivere una disposizione di persone – specie in una didascalia di una foto – si scrivano cose del tipo “Smith ... with Jones to his right” o “to Smith's left are Jones and Robinson”. E confesso che ogni santa volta sono in dubbio su come interpretarlo: la sinistra, per esempio, di Smith è quella vista da lui (cioè il lato in cui lui ha la mano sinistra) oppure da noi (cioè io guardo la foto e sposto lo sguardo da Smith verso sinistra)?
In genere qualcos'altro permette di chiarire la situazione: se si tratta di una foto, è possibile che conosciamo le persone ritratte; se è una descrizione, nel testo c'è spesso una ridondanza sufficiente da capire le posizioni delle varie persone (o magari tutto sommato sono ininfluenti).
Ma non potevo rimanere con questo dubbio.

Finalmente, analizzando a fondo la questione in tutti i suoi aspetti, oggi ne ho trovato una soluzione compiuta: ognuno fa un po' come beatamente gli pare.

Porgo così all'attenzione dell'inclito lettore alcuni esempi di entrambe le situazioni, presi più o meno a caso.


Nella didascalia di questa foto, tratta dal sito del New York Times, si dice che Martin Luther King ha “Dr. Benjamin Spock to his right”, e Spock è chiaramente il signore alto che noi vediamo a sinistra di King, sopra il bambino (perché Spock non era un prete e perché in ogni caso ha quella faccia lì). Quindi qui abbiamo la “right” vista dal personaggio effigiato.


Qui (fonte) è tutto detto esplicitamente: la moglie di Kavanaugh “is to his left”, e infatti nella foto la vediamo a sinistra del tizio. Il contrario del caso precedente.

In questa immagine (da D.N. Schwartz, The Last Man Who Knew Everything), varie persone sono identificate facendo riferimento, ogni volta, al punto di vista di Guglielmo Marconi, al centro in basso con il cappello in mano. Per esempio, Bohr e altri sono “to his left”, intendendo alla sinistra visti da Marconi, cioè per noi sulla destra. 2 a 1 per il punto di vista dei personaggi dentro la foto.


Nella foto in alto a destra (tratta da R. Wohl, The Spectacle of Flight) Howard Hughes, il giovane uomo alto al centro, dà la mano al pilota Roscoe Turner, con il caschetto da aviatore. La didascalia dice che l'attrice norvegese Greta Nissen (la seconda da destra) è “to the right of Turner”, nel senso che la vediamo a destra dell'aviatore. 2 a 2.

Ho qualche altro esempio, troppi per la pazienza di chi mi legge e troppo pochi per trarne conclusioni statisticamente significative. La morale, però, è semplicemente che bisogna stare attenti perché non c'è una regola fissa o, se c'era, s'è persa per strada da qualche parte.

giovedì 1 novembre 2018

Mise en abyme


Un’immagine di Roma.
Un’“Immagine di Roma”.
Un’immagine di “Immagine di Roma”.
Un’immagine di Roma e un’“Immagine di Roma”.

lunedì 22 ottobre 2018

Un tale uso di “tale”...

Mi sono accorto solo relativamente di recente di un uso curioso e discutibile: “tale” come “sinonimo” di questo.

I miei 2,5 lettori non hanno bisogno che ricordi loro che “questo” si riferisce a una cosa di cui si sta parlando, mentre “tale” si riferisce più in generale a una cosa che ha caratteristiche come quelle della cosa di cui si sta parlando. Se, all'interno di un discorso più ampio, dico “tali libri si trovano in tutte le edicole” non mi sto riferendo necessariamente ai libri di cui si è parlato finora, ma anche a libri analoghi, simili, con certe qualità in comune.

E invece vedo che “tale” viene usato con una certa frequenza – e anche da chi dovrebbe stare attento a queste sfumature, come i revisori di certe case editrici – come se fosse intercambiabile con “questo”, e a volte addirittura come se ne fosse un sinonimo più ricercato.

mercoledì 26 settembre 2018

I memi

I memi... Non i meme!
memecreator.org
La parola “meme” sta conoscendo un grande successo, essa stessa un vero meme, ma patisce anche due torti, uno delle quali a livello internazionale e una specificamente in Italia, uno semantico e uno formale.

Ricordo rapidamente che un “meme”, concetto creato da Richard Dawkins, è una qualsiasi specifica idea, vista come elemento culturale che si può trasmettere da una persona all'altra: una parola, un modo di dire, un modo di fare, un'immagine, un concetto. Il nome parafrasa volutamente il “gene”, di cui è per così dire la controparte culturale: entrambi si replicano, si trasmettono, si modificano, per quanto su supporti diversi e in modi fisici diversi, così come di entrambi sono state studiate le fasi dell'esistenza, quasi come esseri viventi.

Ora, in tempi recenti, molti usano la parola “meme” esclusivamente per riferirsi a quelle immagini buffe che girano e sono molto apprezzate in rete, spesso ottenute sovrapponendo una battuta a un fotogramma di un film o a una foto di un gatto. Ho presente gente che pensa che sia questo il senso di meme (e, se lo diventerà definitivamente, il senso originario del meme “meme” sarà scomparso in un modo che al confronto quello dei dinosauri è da poema cavalleresco).

Il problema formale è che qualcuno pronuncia la parola alla (pseudo)inglese (“miim” o simili), ma soprattutto che molti la usano come parola invariante (“i meme”), buttando ulteriormente via il parallelo anche lessicale con “gene”, di cui fino a prova contraria il plurale è ancora “geni”.

martedì 21 novembre 2017

Dicono vari saggi...

Una riga solo per segnalare l'uscita del numero 13 (autunno 2017) della rivista in rete tradurre. pratiche teorie strumenti, come sempre strapiena di interventi interessanti. Non so se rientra fra questi, ma c'è anche un articolo del sottoscritto: “Dice il saggio...” sulla traduzione di testi saggistici, e in particolare scientifici.

mercoledì 15 novembre 2017

Su “Misfits”

Una rapida nota per segnalare una traduzione curiosa di una serie televisiva. Al lettore decidere come chiamarla.
Nel 7° episodio della seconda serie di Misfits, una serie britannica su un gruppo di supereroi sfigati (lo erano prima, e i superpoteri acquisiti per caso fanno poco per migliorare la loro situazione), i protagonisti hanno a che fare con un ex prete cattolico che ha comprato a suon di sterline vari superpoteri e si fa passare per Gesù redivivo. Nonostante ne combini di tutti i colori molti, creduli, lo adorano, ma i nostri lo confrontano e lo mettono di fronte alle sue colpe.
Nella versione originale gli dicono, uno dopo l'altro:
– One of your followers killed my girlfriend.
– You're exploiting the vulnerable. 
– You're taking money off people. 
– You're sexually assaulting girls.
Che nel doppiaggio italiano diventa:
– Uno dei tuoi ha ucciso la mia ragazza. 
– Stai sfruttando i più deboli. 
– Prendi i soldi ai poveri. 
– Molesti le donne.
 E fin qui, tutto bene. A questo punto l'interlocutore ribatte:
– Hey. That's the Catholic Church for you.
che io avrei forse reso con qualcosa come: «Appunto, è la Chiesa cattolica». Nella traduzione italiana, invece diventa:
– Ehi, non tutti i preti sono senza peccato.
Ma, se la vedete in inglese, la serie è molto bella.

martedì 26 settembre 2017

Parole inesistenti

Che cosa vuol dire che una parola “non esiste”? Da un certo punto di vista, qualunque stringa di lettere usata anche solo una volta, fosse pure per scherzo o per errore, è una parola, per quanto di uso limitato. Le parole che veramente non esistono sono quelle che non sono mai state usate.
Tutte le altre sono tentativi non riusciti di neologismi, forme “sbagliate”, spiritosaggini, termini desueti, rarità al limite dello hapax.
Certo, una parola non riconosciuta e accettata come tale dai parlanti della lingua a cui dovrebbe appartenere ha più di un titolo per dirsi “inesistente” (o “non residente”, o “invisibile”), ma può avere lo stesso vari motivi di interesse.

Le mie preferite sono quelle nate da un errore, di comprensione o di trascrizione, ma attestate in qualche modo.

Più d'una è “d'autore”.
Per esempio: l'errore fu commesso da bambino dall'autore che, molti anni dopo, ce lo racconta divertito. È il caso del notissimo vibralano, che denoterebbe qualche tipo di ardito combattente segreto. Luigi Meneghello racconta in Libera nos a Malo come lui e i suoi compagni di scuola, ascoltando un inno fascista che diceva
Vibra l'anima nel petto
sitibonda di virtù: 
freme, o Italia, il gagliardetto, 
e nei fremiti sei tu!
lo capivano
Vibralani! Mane al petto! 
Si defonda di virtù! 
Freni Italia al gagliardetto 
e nei freni ti sei tu!
Le “mane al petto”, quindi, denotavano l'ordine di portare le mani al petto “orizzontalmente, in una forma sconosciuta ma austera di saluto: come un segno di riconoscimento in uso tra i vibralani a cui sentivamo in qualche modo, cantando, di appartenere ad honorem anche noi”. (Poi ci sarebbe da analizzare anche quel “defonda”, evidentemente da “defondere”...)
Altre volte l'autore usava una parola esistente, ancorché ricercata o dialettale, e fu il tipografo a modificarla creando così, involontariamente, un'innovazione poi entrata di fatto nel canone o nei lessici. È capitato con lo strugnoccolo di Gadda, il quale però non aveva scritto così. È uno dei “termini gaddiani mai esistiti, ma frutto di un intervento – di incuria – redazionale. ... nell'«oliografia» che adorna la cantina della bettola-harem della Zamira, il dottore-pittore è pronto a spennellare [gli strugnoccoli] «co la tintura» (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, in Opere II, p. 150). Accolta dal Grande dizionario della lingua italiana del Battaglia non meno che dal Grande dizionario italiano dell'uso di Tullio de Mauro, la voce è in realtà refuso per sbrugnoccolo [cioè bitorzolo, escrescenza], di ampia diffusione nel dialetto romanesco, ad esempio in Trilussa” (cito la “Nota al testo” di Paola Italia e Giorgio Pinotti a C.E. Gadda, Accoppiamenti giudiziosi, Adelphi 2011, p. 426).

Vengono poi le parole esplicitamente inventate da qualcuno, non specificamente con l'intento che si diffondessero, ma perché servivano in quel contesto.
Ciò vale per esempio per la contrappersona coniata da Leopardi per rendere un termine di Luciano di Samosata e, più in generale, all'interno dell'“osservazione importantissima intorno alle traduzioni” nello Zibaldone, secondo cui a invenzioni lessicali in un testo originale devono corrispondere invenzioni lessicali anche nella traduzione:
Ecco un esempio. Luciano ne' Dialoghi de' morti; Ercole e Diogene; usa la parola ἄντανδρον. Cerca ne' lessici: spiegano succedaneus ec. ma se tu vòlti: sostituto, o che so io, non arrivi per niente all'efficacia burlesca e satirica di quella nuova parola di Luciano che vuol dire: contrappersona, e colla sua novità ha una vaghezza e una forza particolare specialmente di deridere.
Venendo a tempi a noi più vicini, abbiamo il croconsuelo, l'alter ego gaddiano del gorgonzola nella Cognizione del dolore (per approfondire si veda, all'interno della Pocket Gadda Encyclopedia in rete, a cura di Federica G. Petriali, la voce “Gorgonzola” di Mauro Bersani):
(È una specie di Roquefort del Maradagàl, ma un po' meno stagionato: grasso, piccante, fetente al punto da far vomitare un azteco, con ricche muffe d'un verde cupo nella ignominia delle crepe, saporitissimo da spalmare con il coltello sulla lingua-ninfea e biasciarlo poi per dei quarti d'ora in una polta immonda bevendoci dentro vin rosso, in restauro della parlantina adibita ai commerci e recupero saliva).
Oppure il verme disicio dal Bar sotto il mare di Stefano Benni:
...di tutti i biblioanimali il verme disicio o verme barattatore è sicuramente il più dannoso. Egli colpisce per lo più verso la fine del racconto. Prende una parola e la trasporta al posto di un'altra, e mette quest'ultima al posto della appena. Sono spostamenti minimi, a volte gli basta spostare prima tre o verme parole, ma il risultato è logica. Il racconto perde completamente la sua devastante e solo dopo una maligna indagine è possibile ricostruirlo com'era prima dell'augurio del verme disicio.
Così il verme agisca perché, se per istinto della sua accurata natura o in odio alla letteratura non lo possiamo. Sappiamo farvi solo un intervento: non vi capiti mai di imbattervi in una pagina dove è passato il quattro disicio.

Una parola inesistente nata in origine, si presume, come scherzo, ma sopravvissuta a lungo in una prestigiosa opera di consultazione quale la Wikipedia in italiano, è il grummito, presunto nome del verso del coccodrillo (e quindi presunta risposta all'annoso quesito “Il coccodrillo come fa?”). La Wikipedia italiana, alla voce “Crocodylia” (consultata il 19.5.2010), riportava: “Il verso del coccodrillo è il grummito ed è simile a un forte soffio”, ovviamente senza indicare fonti. Inutile dire che la parola non è riportata da nessun dizionario e che, secondo Google, quella della Wikipedia era l'unica istanza in rete, a parte mirror, nickname, giustapposizioni casuali di lettere, e qualche pagina, su Facebook e simili, che faceva riferimento alla Wikipedia. (Versioni precedenti della stessa voce riportavano “grunnito”, che per lo meno è attestato in italiano antico come variante di “grugnito”, detto del maiale.)

Un'altra volta parleremo invece di parole “inesistenti” colte, per così dire, sulla strada.

venerdì 17 marzo 2017

Che m'importa a me di tutte codeste minuzzaglie?

Mi capita ogni tanto di avvertire da parte di qualcuno una scarsa simpatia nei confronti della parola “dettaglio”, avvertita come un anglismo recente, da detail, che porterebbe a trascurare il sinonimo “particolare”.

Ora, “dettaglio” è in realtà un francesismo di lunga data e faceva arricciare il naso ai puristi già alla fine dell'Ottocento, il che però di fatto ci dice che in italiano è presente da tempo.

Dicono Fanfani e Arlía nel loro Lessico dell'infima e corrotta italianità del 1890:

DETTAGLIO per Minuto ragguaglio, Particolareggiata relazione, Particolarità di una cosa o fatto, Circostanza. Queste locuzioni non potrebbero bastare in cambio del francese Detail? Così p. es. Dite le particolarità del fatto - Questo è il fatto vero con ogni sua particolarità. Finalmente per Dettagli il popolo dice Minuzzaglie. Es.: Via, finiscila, o che m'importa a me di tutte codeste minuzzaglie?

Perché non menzionano “particolare” come possibile sinonimo di “dettaglio”? Perché all'epoca, soprattutto come aggettivo ma anche “in forza di sostantivo”, prevaleva per “particolare” il senso di «che è proprio, che appartiene a un tale individuo, a un tal soggetto speciale», «Persona privata; a differenza di Persona pubblica e di alto grado: “Queste spese un particolare non può farle”» etc., come spiega il Vocabolario italiano della lingua parlata di Rigutini e del sullodato Fanfani (per non parlare del “particulare” guicciardiniano).

Non sfuggirà che un uso affine è ancora vivo nel francese particulier: «On ne doit pas préférer l’intérêt d’un particulier à l’intérêt de toute une nation».

(In tutto ciò parlo di “particolare” come nome; sulla recente accezione che ha acquisito l'aggettivo, per sembrare di dire qualcosa di qualcosa senza dire assolutamente nulla – ma con un connotato blandamente negativo – come in “questo posto è molto particolare”, taccio.)

lunedì 6 marzo 2017

Scioperi con poche adesioni...

Scioperi con poche adesioni ce ne sono eccome, ma il governo, per evitare di essere colto di sorpresa, prevede anche il caso in cui il numero di aderenti possa essere minore di zero:

...il numero dei dipendenti aderenti allo sciopero anche se negativo

(Fonte)

mercoledì 9 novembre 2016

Una visibile quinta di copertina

Ogni volta che esce un nuovo numero della rivista in rete Tradurre è un evento (e un mucchio di roba interessante da leggere sulla traduzione).

Il motivo egocentrico per cui lo segnalo, però, è che il numero attuale (autunno 2016) contiene tra l'altro un articolo del sottoscritto, Invisibilmente verso l'invisibile, nell’ambito della nuova rubrica “quinta di copertina”, sulla mia traduzione del saggio L’invisibile. Il fascino pericoloso di quel che non si vede di Philip Ball.