venerdì 12 settembre 2014

Non per fare polemica...

Oh, ogni tanto si legge ancora qualche bella reductio ad Hitlerum nitida, in prima battuta, come si deve!

In due parole: stroncatura di un thriller di cui la recensora dice che è mal scritto, mal costruito, troppo debitore di Thomas Harris, ma soprattutto molto maschilista. In mezzo a commenti di approvazione uno dice «A me la questione del maschilismo sembra secondaria: se proprio devo scegliere, preferisco leggere un romanzo maschilista ma ben congegnato piuttosto che il contrario (dopotutto Bret Easton Ellis, Martin Amis e Michel Houellebecq sono tutti dei gran maschilisti e tuttavia grandi autori)». Ed ecco che gli controbattono (non si sarebbe detto, eh?): «Non per fare polemica, però è come se dicessi che il Mein Kampf è un buon libro nonostante le idee razziste. Ovvio che non può essere così».

(Per il resto non so niente del libro, né della recensora, né dei commentatori. Potete trovare tutto qui, se vi interessa.)

domenica 7 settembre 2014

Ci sarebbe da lanciare un gaschetto

Ho letto il libro con la peggior traduzione che abbia mai visto. In realtà non l'ho letto tutto, perché arrivato a un certo punto, rendendomi conto che non ci stavo capendo niente, che nei dialoghi i personaggi parlavano a vanvera, che le descrizioni erano incomprensibili e la vicenda si seguiva a stento, mi sono procurato l'originale e ne ho ricominciato la lettura da capo. Questa volta – ma guarda un po' – filava tutto.
Si tratta di Nome in codice: Sparta di Paul Preuss, pubblicato da Mondadori nella collana Urania nel 1991. Il titolo originale è Venus Prime 1: Breaking Strain. Poi torno sul libro in sé, che ha più di un motivo di interesse, ma prima mi levo il dente della traduzione.

Il problema è che chi tradusse a quanto pare non capiva buona parte di quello che stava leggendo: per poco che ci fosse un termine fuori dai 1000 più comuni o una frase idiomatica (anche abituali come by your bootstraps, oppure mighty nel senso di “estremamente”) si perdeva e cominciava a inventare. Ne vengono fuori frasi insensate, che magari ci starebbero anche bene, ma in tutt'altro romanzo.
Per esempio, durante una certa asta la signora Sylvester è interessata solo a uno specifico oggetto:


As far as Sylvester was concerned they could have been auctioning a piece of the True Cross (p. 84 dell'edizione ibooks; mia traduzione di servizio: «Per quel che ne importava alla Sylvester, potevano battere all'asta anche un pezzo della Vera Croce»).

Resa del Nostro, che ricordava vagamente che to concern può significare «preoccupare»:


La Sylvester era preoccupata che potessero riuscire a impadronirsi di un pezzo della Vera Croce (p. 50 dell'edizione Urania).

C'è un intero dialogo in cui, nella versione tradotta, non si capisce di che cosa si stia parlando. Uno parla di una tipa trasognata e poco vestita che sembrava non vederlo, «a parte il fatto che non ero neanche nella stessa stanza» (p. 21). Eh? Ah, no ecco, la questione era che la tipa si comportava come se lui non ci fosse (But like I wasn’t even in the same room, p. 37). E, nel posto misterioso con tizie come quella, «la maggior parte della gente che passa da lì, pretende di salire per affittare i servizi dello studio? Contrattano, amico [...] Comprano e vendono...» (p. 22) Se lo dici tu... Ma non sarà invece che fanno finta di essere interessati ai servizi di un fantomatico studio di registrazioni, mentre in realtà è una specie di bordello dove si spaccia droga? (Most of the people who come through here, claim they’re goin’ up to rent the studio facilities? They’re just dealin’, man, [...] Just buyin’ and sellin’..., p. 38)

Certe volte il Nostro sembra fare come uno studente mediocre alle prese con una versione di latino: cerca le singole parole sul vocabolario, e poi assembla quello che ha trovato in modo da formare una frase di fantasia:


Truth is, field supervisors are mighty partial to perfect physical specimens (p. 54; mia trad. di servizio: «La verità è che i supervisori sul campo ci tengono molto a esemplari fisici perfetti»).

diventa:


La verità è che il campo d'azione dei supervisori non è abbastanza potente per perfezionare le caratteristiche fisiche (p. 32).

Prima delle perle finali, un altro paio di esempi quasi a caso. In realtà i fraintendimenti, le rese così letterali da essere incomprensibili, le parole simili scambiate tra loro sono presenti in praticamente ogni pagina. Questi esempi sono i pochi che ho avuto la forza di trascrivere nella parte che sono arrivato a leggere.

private asylum for disturbed members of the families of the modestly well-to-do (p. 16; mia trad. di servizio: «manicomio privato per membri con problemi psichici di famiglie discretamente benestanti»).

diventa:


clinica privata per i membri malati di famiglie modeste (p. 9).

Certe volte la soluzione più semplice è semplicemente inventare una parola: tanto è fantascienza, no? E così Air Defense Command will pop a gasket (p. 31), dove to pop a gasket è un'espressione idiomatica che significa più o meno «dare in escandescenze», viene reso «Il Comando di Difesa Aerea lancerà un gaschetto» (p. 18). Certo, un gaschetto...

E se uno ignora l'inglese, il buon senso, la storia, Alfred Tennyson e tutti i film, libri e riferimenti sulla carica dei Seicento, può benissimo rendere thundering straight up the valley like the entire Light Brigade at Balaklava (p. 77) con «tuonando dritto nella valle come l'intera Brigata della Luce a Balaklava» (p. 46).

Infine, ma solo perché mi sono stufato, nella postfazione di Arthur C. Clarke (ora ci torno su) si dice che l'immagine romantica del pianeta Venere come ambientazione tropicale di avventure misteriose è venuta meno quando si è appresa la vera natura della sua superficie: Gone with the thousand-degree-Fahrenheit wind of sulphuric acid vapour... E il Nostro, che ha capito tutto e ha colto un riferimento culturale l'unica volta che non serviva, rende: «Una specie di Via col vento a migliaia di gradi Fahrenheit, nei fumi dei vapori acidi e sulfurei...».

Ora, dicevo che il libro in sé non è privo di interesse, su più livelli. La vicenda del romanzo (e dei cinque che lo seguirono) ruota attorno a una ragazza dal passato misterioso, sottoposta a un programma di incremento delle abilità fisiche e mentali avviato dai genitori ma poi rilevato da altri, e che ora usa le sue capacità (e gli accessori inseriti nelle dita, e l'antenna formata dalle ossa e...) per svolgere indagini per un ente spaziale. E va be', lo spunto non è originalissimo, ma è svolto bene.
La cosa divertente, però, è che ognuno dei sei romanzi è basato su un racconto di Clarke, ripreso quasi alla lettera, incastonato nel testo e ampliato in tutte le direzioni, in modo molto riuscito, per lo meno in questo primo caso. Qui si tratta di «Breaking Strain» (in italiano «Aria per uno»), che è uno dei racconti a cui hanno attinto Clarke stesso e Kubrick per 2001: non sorprendentemente si parla di una situazione claustrofobica che si viene a creare tra i due uomini dell'equipaggio di un'astronave.
E a questo riguardo c'è un'ulteriore zampata dell'ineccepibile cura editoriale del volume Urania. In appendice è riportato il racconto di Clarke, il che sarebbe un'ottima cosa. Se non fosse che è tradotto da un'altra persona e così quella che nell'originale era una ripresa letterale quasi dell'intero testo, solo «rimontato» e con minime varianti per inserirlo nella storia più ampia, diventa una curiosa parafrasi su cui il lettore italiano è lasciato a lambiccarsi il cervello.

venerdì 6 giugno 2014

Dal Do al La


Le altre sei note a quanto pare sono roba da peccatori (per non parlare di quelle alterate!).

venerdì 2 maggio 2014

Caffè Qualcosa o Qualcosa Caffè?

Tra i numerosi fenomeni dovuti all'influsso dell'inglese sull'Italia (si veda per esempio qui per alcune considerazioni su quelli puramente lessicali), sono divertenti quelli in cui non si allineano lessico e sintassi.
In più di un locale, per indicare che ci si può collegare gratis alla loro rete wifi, troneggiano scritte del tipo “WIFI FREE”, in cui le parole sono inglesi, ma il loro ordinamento è quello italiano (col buffo risultato che alla lettera risulta che quel posto è “privo di wifi”).
Un fenomeno inverso si verifica qui:


I caffè (nel senso di locale; la cosa è in parte diversa per le marche di caffè in grani o macinato) in italiano, tradizionalmente, si chiamano “Caffè Qualcosa”, non “Qualcosa Caffè”. È un calco palese dai “Something Café” (o “Cafe”) anglofoni, che a loro volta sono pseudofrancesismi.

lunedì 3 febbraio 2014

Trenitalia ci tiene all'... inglese?

Suppongo che “sisterni short” sia un capo d'abbigliamento, ma chi può dirlo?

Thank you for confirming the update process data. / Your data will be updated in sisterni short, when you receive a confirmation email.

(Scherzi a parte, è la stessa lingua di “All your base are belong to us”, vero Trenita’?)

giovedì 30 gennaio 2014

Quattordici cartelle al giorno

Di Luciano Bianciardi ai traduttori capita di parlare spesso, e a ragione, e con cognizione di causa (ad alcuni giornalisti, invece, è rimasta impressa solo quella cosa lì della “vita agra” e la ritirano fuori a ogni piè sospinto).

Ma forse non ci rendiamo conto – o almeno non me n'ero reso compiutamente conto io prima di un certo incontro fortuito – di quanto dovesse essere stata faticosa la sua attività di traduttore, in mezzo alla quale trovava pure il tempo di scrivere del suo.
Cercando in rete una cosa su Bianciardi, ho trovato il sito a lui dedicato, curato dai figli, che contiene tra l'altro un elenco di tutte le sue traduzioni (anno per anno, dal 1955 al 1972). Ho cominciato a compulsarlo, sorridendo ogni tanto quando mi rendevo conto di avere, senza saperlo, più di un libro tradotto da lui.
Ma la cosa che fa impressione è la quantità, oltre che l'eterogeneità, del materiale che traduceva. Nel giro di pochi mesi si va da Faulkner a Kennedy, dalla Fisica del neutrone al Tropico del Cancro e al Tropico del Capricorno di Henry Miller (pubblicati dalla Feltrinelli, ma per i quali «per eludere la censura, si finse un’edizione all’estero, riservata al mercato estero, adoperando il marchio prestato da un editore svizzero [Impr. la Semeuse]; in realtà il volume fu stampato a Varese, immagazzinato in Italia e venduto sottobanco»).
Soprattutto, ciò che è importante e attualissimo, in questo modo ci si può fare indirettamente un'idea di quanto poco venisse pagato. Ci furono anni, soprattutto all'inizio dei Sessanta, in cui tradusse anche 5000 pagine (pagine stampate, non cartelle, ma un'idea la danno). E dato che non mi risulta avesse esattamente una flotta di limousine, penso alla miseria che doveva ricevere.
(Angolino aritmetico: 5000 pagine in un anno significano quasi 14 pagine al giorno, estate e inverno, domeniche e feste comandate, sani o malati, comprese riletture, ricerche o qualsiasi altro lavoro accessorio. E tutto a ditate sui tasti della macchina per scrivere.)

venerdì 24 gennaio 2014

Amore, matematica e picnic

Come sa chi mi conosce, mi divertono le piccole coincidenze, ed eccone una.
In questi giorni sto leggendo Roadside Picnic (Piknik na obočine) di Arkadij e Boris Strugackij – noto anche per il film Stalker che ne trasse Tarkovskij – nella traduzione inglese di Olena Bormashenko. Perché ne stia leggendo questa versione, dopo averla raffrontata con la precedente traduzione inglese e le due italiane, è un'altra storia.
Sempre in questi giorni sto traducendo Love and Math di Edward Frenkel, un saggio molto autobiografico di un matematico russo.
Si tratta quindi, in entrambi i casi, di testi in inglese scritti da autori nati in Russia, e inoltre anche Boris Strugackij aveva una formazione scientifica, ma c'è qualcosa di più specifico.



L'Unione Sovietica era un grande paese, composto da molte nazionalità, ma “nazionalità” era anche un termine specifico, che di fatto serviva per distinguere le minoranze sgradite: tra le nazionalità c'erano gli armeni, i tatari e, ovviamente, gli ebrei. E la nazionalità risultava a chiare lettere sulla tristemente famosa pjataja grafa, la “quinta riga” del passaporto interno, dopo nome, patronimico, cognome e data di nascita.
Se i genitori erano di nazionalità diverse potevano scegliere quale assegnare ai figli, ed è comprensibile che se solo uno dei due era ebreo, a volte per quieto vivere non fosse quella la nazionalità scelta.

E questo è esattamente il caso sia dei fratelli Strugackij che di Frenkel, sia gli uni che l'altro di madre russa e di padre ebreo, nella classificazione sovietica degli esseri umani. In tutti e tre i casi loro avevano nazionalità russa, ma in tutti e tre i casi la cosa non bastò a impedire seccature (hint: eufemismo).
In un caso il cognome Frenkel stesso tradiva le origini ebraiche e, se non fosse bastato, anche il nome del nonno paterno (che risultava dal patronimico del padre), Joseph.
Nell'altro caso, a tradirli era il patronimico di Arkadij e Boris, Natanovič, tanto che arrivarono addirittura a usare il patronimico falso Nikolajevič, il primo in un passaporto interno (ma si era anche nel 1942, con i tedeschi alle porte) e il secondo a scuola. Maggiori lumi in una bella recensione (in inglese) di una biografia russa degli Strugackij.

venerdì 13 dicembre 2013

“E” e/o “o” (2)

In una certa catena di librerie è in corso una promozione prenatalizia che funziona così:


Ora, che vuol dire? Immagino che intendano che per ogni 20 euro di spesa si riceve una splendida cartolina, anche se non è quello che c'è scritto.

E spero che nessuno sia così pignuolo da andare alla cassa a ricordare che anche 0 è un multiplo di 20 e a pretendere una cartolina. (Per la cronaca, il regolamento del concorso è più chiaro su questo punto, ma contiene perle di buon italiano e ineccepibile uso della punteggiatura come «Tutte le cartoline concorso del tipo gratta&vinci, saranno esteriormente identiche ed indistinguibili tra loro e la patina argentata che ricopre l’indicazione della eventuale vincita o non, sarà tale da non consentire la lettura, nemmeno in trasparenza, delle diciture sottostanti».)

Ma la cosa più bella, ovviamente, è l’ennesimo “e/o” messo a casaccio (anche se non si raggiunge l'eccellenza dell’importo “inferiore e/o superiore al dovuto”).

domenica 20 ottobre 2013

Networkin'

Un amico mi avverte per sms di avermi mandato un messaggio su WhatsApp in cui mi diceva che una comune conoscenza gli aveva chiesto la mia mail su Facebook. E io ora ve lo racconto sul blog. Nessuno che lo twitti? (Grazie Walter!)

Aggiornamento (23.10): E adesso siamo stati anche tumblrati.