lunedì 3 febbraio 2014

Trenitalia ci tiene all'... inglese?

Suppongo che “sisterni short” sia un capo d'abbigliamento, ma chi può dirlo?

Thank you for confirming the update process data. / Your data will be updated in sisterni short, when you receive a confirmation email.

(Scherzi a parte, è la stessa lingua di “All your base are belong to us”, vero Trenita’?)

giovedì 30 gennaio 2014

Quattordici cartelle al giorno

Di Luciano Bianciardi ai traduttori capita di parlare spesso, e a ragione, e con cognizione di causa (ad alcuni giornalisti, invece, è rimasta impressa solo quella cosa lì della “vita agra” e la ritirano fuori a ogni piè sospinto).

Ma forse non ci rendiamo conto – o almeno non me n'ero reso compiutamente conto io prima di un certo incontro fortuito – di quanto dovesse essere stata faticosa la sua attività di traduttore, in mezzo alla quale trovava pure il tempo di scrivere del suo.
Cercando in rete una cosa su Bianciardi, ho trovato il sito a lui dedicato, curato dai figli, che contiene tra l'altro un elenco di tutte le sue traduzioni (anno per anno, dal 1955 al 1972). Ho cominciato a compulsarlo, sorridendo ogni tanto quando mi rendevo conto di avere, senza saperlo, più di un libro tradotto da lui.
Ma la cosa che fa impressione è la quantità, oltre che l'eterogeneità, del materiale che traduceva. Nel giro di pochi mesi si va da Faulkner a Kennedy, dalla Fisica del neutrone al Tropico del Cancro e al Tropico del Capricorno di Henry Miller (pubblicati dalla Feltrinelli, ma per i quali «per eludere la censura, si finse un’edizione all’estero, riservata al mercato estero, adoperando il marchio prestato da un editore svizzero [Impr. la Semeuse]; in realtà il volume fu stampato a Varese, immagazzinato in Italia e venduto sottobanco»).
Soprattutto, ciò che è importante e attualissimo, in questo modo ci si può fare indirettamente un'idea di quanto poco venisse pagato. Ci furono anni, soprattutto all'inizio dei Sessanta, in cui tradusse anche 5000 pagine (pagine stampate, non cartelle, ma un'idea la danno). E dato che non mi risulta avesse esattamente una flotta di limousine, penso alla miseria che doveva ricevere.
(Angolino aritmetico: 5000 pagine in un anno significano quasi 14 pagine al giorno, estate e inverno, domeniche e feste comandate, sani o malati, comprese riletture, ricerche o qualsiasi altro lavoro accessorio. E tutto a ditate sui tasti della macchina per scrivere.)

venerdì 24 gennaio 2014

Amore, matematica e picnic

Come sa chi mi conosce, mi divertono le piccole coincidenze, ed eccone una.
In questi giorni sto leggendo Roadside Picnic (Piknik na obočine) di Arkadij e Boris Strugackij – noto anche per il film Stalker che ne trasse Tarkovskij – nella traduzione inglese di Olena Bormashenko. Perché ne stia leggendo questa versione, dopo averla raffrontata con la precedente traduzione inglese e le due italiane, è un'altra storia.
Sempre in questi giorni sto traducendo Love and Math di Edward Frenkel, un saggio molto autobiografico di un matematico russo.
Si tratta quindi, in entrambi i casi, di testi in inglese scritti da autori nati in Russia, e inoltre anche Boris Strugackij aveva una formazione scientifica, ma c'è qualcosa di più specifico.



L'Unione Sovietica era un grande paese, composto da molte nazionalità, ma “nazionalità” era anche un termine specifico, che di fatto serviva per distinguere le minoranze sgradite: tra le nazionalità c'erano gli armeni, i tatari e, ovviamente, gli ebrei. E la nazionalità risultava a chiare lettere sulla tristemente famosa pjataja grafa, la “quinta riga” del passaporto interno, dopo nome, patronimico, cognome e data di nascita.
Se i genitori erano di nazionalità diverse potevano scegliere quale assegnare ai figli, ed è comprensibile che se solo uno dei due era ebreo, a volte per quieto vivere non fosse quella la nazionalità scelta.

E questo è esattamente il caso sia dei fratelli Strugackij che di Frenkel, sia gli uni che l'altro di madre russa e di padre ebreo, nella classificazione sovietica degli esseri umani. In tutti e tre i casi loro avevano nazionalità russa, ma in tutti e tre i casi la cosa non bastò a impedire seccature (hint: eufemismo).
In un caso il cognome Frenkel stesso tradiva le origini ebraiche e, se non fosse bastato, anche il nome del nonno paterno (che risultava dal patronimico del padre), Joseph.
Nell'altro caso, a tradirli era il patronimico di Arkadij e Boris, Natanovič, tanto che arrivarono addirittura a usare il patronimico falso Nikolajevič, il primo in un passaporto interno (ma si era anche nel 1942, con i tedeschi alle porte) e il secondo a scuola. Maggiori lumi in una bella recensione (in inglese) di una biografia russa degli Strugackij.

venerdì 13 dicembre 2013

“E” e/o “o” (2)

In una certa catena di librerie è in corso una promozione prenatalizia che funziona così:


Ora, che vuol dire? Immagino che intendano che per ogni 20 euro di spesa si riceve una splendida cartolina, anche se non è quello che c'è scritto.

E spero che nessuno sia così pignuolo da andare alla cassa a ricordare che anche 0 è un multiplo di 20 e a pretendere una cartolina. (Per la cronaca, il regolamento del concorso è più chiaro su questo punto, ma contiene perle di buon italiano e ineccepibile uso della punteggiatura come «Tutte le cartoline concorso del tipo gratta&vinci, saranno esteriormente identiche ed indistinguibili tra loro e la patina argentata che ricopre l’indicazione della eventuale vincita o non, sarà tale da non consentire la lettura, nemmeno in trasparenza, delle diciture sottostanti».)

Ma la cosa più bella, ovviamente, è l’ennesimo “e/o” messo a casaccio (anche se non si raggiunge l'eccellenza dell’importo “inferiore e/o superiore al dovuto”).

domenica 20 ottobre 2013

Networkin'

Un amico mi avverte per sms di avermi mandato un messaggio su WhatsApp in cui mi diceva che una comune conoscenza gli aveva chiesto la mia mail su Facebook. E io ora ve lo racconto sul blog. Nessuno che lo twitti? (Grazie Walter!)

Aggiornamento (23.10): E adesso siamo stati anche tumblrati.

lunedì 2 settembre 2013

YA

Phew! Non è una mondana.
È appena uscito in Italia un film per bimbimink... cioè, intendevo, per “giovani adulti”, intitolato Shadowhunters - Città di ossa. È basato sul primo romanzo di un'esalogia (uno più uno meno) urban fantasy. Non mi aspetto che i libri e il film siano eccelsi, ma i miei migliori amici – me compreso – leggono libri e vedono film non eccelsi; qui il problema è un altro.
Se ce la fate, andate a vedere il trailer italiano, da circa 30 secondi dall'inizio, oppure fidatevi della mia parola, che non vi perdete molto. C'è uno scambio di battute tra la bella, una ragazza in apparenza normale, e il bello misterioso e dotato di poteri sovrannaturali.

Ragazza: Perché io ti vedo e gli altri no?
Misterioso: Non sei una mondana.

E le spiega che i “mondani” sono tipo una mezza specie dei babbani di Harry Potter.

Ma la domanda è: Chi ha curato i dialoghi veramente non sa che cosa significa “mondana” in italiano o dà per scontato che non lo sappiano gli spettatori (probabile, in realtà)?

martedì 27 agosto 2013

Uomini e no

Non mi capacito del fatto che, in nome di condivisibili campagne di uguaglianza dei diritti dei vari sessi, si prendano cantonate immani in campo linguistico. Spesso si parla dell'uso della parola “uomo” in termini insensati, supponendo che il suo vero significato sia “maschio”, come quando si chiede di dire “caccia all'individuo” anziché “caccia all'uomo” o «invece di “L'uomo della preistoria...” si dica “L'uomo e la donna della preistoria...”» (qui).
Da che esiste la lingua italiana, la parola “uomo”, e prima di essa “homo” in latino, significa “essere umano”, “individuo”, “persona”. Quando per esempio Dante vuole parlare specificamente di esseri umani piccoli, femmine e maschi, parla «d'infanti, di femmine e di viri», non “e di uomini”, mentre nella stragrande maggioranza dei casi usa “uomo” (o “omo”) nel «valore più comune e generico di “animale ragionevole e parlante”» (Enciclopedia Dantesca, corsivo mio).
Quindi non è che usando “uomo” per parlare di esseri umani di entrambi i sessi si cerchi di maschilizzare le donne, di imporre uno standard maschile a tutti. Al contrario: nel corso della storia dell'italiano moderno c'è stata una deriva verso un uso specificamente maschile della parola “uomo”, e la cosa interessante, semmai, potrebbe consistere nel riappropriare la parola “uomo” al suo uso universale originario.
Sospetto che c'entri un obliquo influsso di analoghe battaglie anglofone (su cui, pure, si può discutere), in cui in effetti man ha un significato un po' più specificamente maschile e più netta è la contrapposizione con la woman, che è etimologicamente la wīfmann, la “moglie dell'uomo” (e allora lì la vera lotta al sessismo imporrebbe di non usare più “woman” per dire “donna”...).

martedì 18 giugno 2013

Benvenuti a Chernobyl

Mi fa piacere rendere partecipi i miei 2,5 lettori del fatto che è appena uscito Benvenuti a Chernobyl. E altre avventure nei luoghi più inquinati del mondo, la mia traduzione di Visit Sunny Chernobyl: And Other Adventures in the World's Most Polluted Places di Andrew Blackwell. Mi fa piacere perché è un libro che ho letto e tradotto con piacere (e di cui ho regalato con piacere ad alcune persone amiche le copie che mi spettavano).

Come suggerisce il sottotitolo, è un diario di viaggio molto personale a Černobyl’, in una miniera canadese di sabbie bituminose, nella “città più inquinata del mondo” (ma in realtà no) in Cina, nella chiazza di immondizia del Pacifico e in altri ameni luoghi del genere, in cui l'orrore per la devastazione ambientale e umana convive in Blackwell con una sorta di fascino per il fatto stesso che sia possibile modificare l'ambiente su scala così ampia. Un esempio per tutti: dove vengono lavorate le sabbie bituminose per trarne  in modo a sua volta molto inquinante  qualcosa di utilizzabile a mo' di petrolio,
... c’era l’area di stoccaggio dello zolfo, anche se chiamarlo «area di stoccaggio dello zolfo» è come chiamare le piramidi «area di stoccaggio della pietra».
Un sottoprodotto del processo industriale della Syncrude è una quantità monumentale di zolfo, di cui non si sa che fare né a chi venderlo. Così viene messo da parte, in grosse lastre gialle, un livello ingombrante sull’altro, fino a erigere, attualmente, un trio di enormi ziggurat tronche alte quindici o venti metri e larghe qualcosa come quattrocento metri. Come tutto quello che c’è qui in giro, sono probabilmente tra le strutture artificiali più grandi della storia umana, ma non ne avevo mai sentito parlare. Una piramide di zolfo non fa notizia, mi sa. ...
Un giorno, però, la Syncrude o i suoi successori vedranno in questi oggetti enormi – giganteschi, monumentali, immani, apocalittici – l’opportunità che veramente rappresentano. I turisti del futuro saliranno fino in cima ai loro gradoni, soggiorneranno in alberghi di zolfo scavati al loro interno, sorseggeranno cocktail gialli e assisteranno agli incontri di tennis del Syncrude Open, in cui si useranno palle azzurre perché siano visibili sui campi gialli. Migliaia di anni dopo, gli esploratori che si apriranno la strada tra le giungle della Cameximeriga del Nord ci si imbatteranno e saranno abbagliati dalla semplicità dell’architettura dei nostri templi, al contempo rozzi e grandiosi, e faranno congetture sui motivi che ci spinsero a adorare lo zolfo al di sopra di ogni altro elemento e si renderanno conto che i faraoni erano dei mentecatti.
E così via. Potete leggere qualche altro estratto sul Post (con menzione del nome del traduttore) e su Internazionale (senza).

(Per i più attenti e pignuoli: com'è, anche alla luce del recente guest post di Paolo Gangemi, che nel titolo e anche nel testo, abbondano le menzioni di “Chernobyl” all'inglese, anziché di un più corretto “Černobyl’”? Scelta dell'editore. Ma quasi tutti gli altri nomi russi e ucraini sono traslitterati come norma internazionale comanda.)