martedì 9 febbraio 2010

Solo tre mesi...

Insieme alla Stampa è possibile acquistare in questo periodo (solo in nord Italia, credo) una serie di fascicoli e dvd per imparare l'inglese. Ora, non sono un esperto di metodi di insegnamento linguistico, ma questo non sembra molto efficace, se il suo stesso motto è «Solo 3 mesi per dire “I speak english”».

P.S. Il link non è alla pagina web da cui la Stampa vende i suoi fascicoli e allegati, perché è quasi inutilizzabile.

P.P.S. Non menzionerò neppure l'english con la minuscola...

martedì 12 gennaio 2010

Socchiudere

Mi è capitato di recente di pensare al verbo “socchiudere”. Come ben sanno i pignuoli, significa “chiudere quasi completamente”, ma viene spesso usato nel senso di “aprire appena”. In teoria non si può socchiudere una porta chiusa.

Lo spunto mi è venuto dal vedere che anche Guido Gozzano lo usa nel modo “sbagliato”.
La fiaba “Piumadoro e Piombofino” parla di una ragazza, appunto Piumadoro, che comincia a essere sempre più leggera per colpa di una maledizione. Non è che dimagrisca, “restava sempre la bella bimba bionda e fiorente, ma s'alleggeriva ogni giorno di più”. Per qualche tempo il nonno impedisce che voli via ancorandola a quattro grosse pietre, ma dopo un po' “nemmeno le pietre bastarono più e il nonno dovette rinchiuderla in casa” (e quindi, a quanto pare, non era solo leggera, ma aveva addirittura qualche proprietà antigravitazionale... sì, lo so, è una fiaba).
Un brutto giorno il nonno muore, Piumadoro fa per uscire, ma “socchiuse appena l'uscio di casa che il vento se la ghermì, se la portò in alto, in alto, in alto, come una bolla di sapone...”

Incuriosito, ho cercato in giro, non troppo sistematicamente, attestazioni classiche e contemporanee dei due usi di “socchiudere”.

In papà Dante non si trova mai, se non nel poemetto di dubbia paternità Il Fiore; come spiega l'Enciclopedia Dantesca:
socchiuso - Compare in Fiore CC 8 Aperto l'uscio sì ebbi trovato, / ver è ch'era socchiuso tutto ad arte, dove traduce entreclos («accostato», «non del tutto chiuso») del Roman de la Rose: «A l'uis m'en vin, senz dire mot, / Que la vieille desfermé m'ot / E le tint encore entreclos» (v. 14725). L'accorgimento della Vecchia mirerà a non far sorgere sospetti sulla visita dell'amante. --Luigi Vanossi

Da qui in poi, pare che ci siano essenzialmente quattro tipi di cose che la gente socchiude: porte, finestre, occhi e bocche. E, come vedremo, il punteggio è di 3 a 1 a favore dell'uso “sbagliato”.

Usci e persiane in genere si socchiudono nel senso di aprirli appena, per far entrare un po' di luce o più spesso per dare un'occhiatina a che cosa sta succedendo fuori.

Lo fanno, per esempio, i personaggi di Verga (“Quei poveretti aspettavano il giorno come il Messia, e andavano ad ogni momento a socchiudere la finestra per veder se spuntasse l'alba”, Malavoglia, 10), di Salgari (“Più volte, non sapendo dominare le sue inquietudini, [Yanez] scese dal letto e aprì prudentemente le finestre, più volte socchiuse la porta della stanza, temendo che fossero state appostate delle sentinelle per impedirgli la fuga”, I pirati della Malesia, II, 6), della Deledda (“Infine si fece coraggio e socchiuse la finestra: vide che la strada era deserta, la porta solitaria”, L'incendio nell'oliveto, 3). Per questi esempi e quelli che seguono mi sono state preziose la biblioteca virtuale di LiberLiber e la Biblioteca Italiana della Sapienza.

Due felici eccezioni vengono da Manzoni:
- Apri, - risponde sommessamente la nota voce. La vecchia tira il paletto; l'innominato, spingendo leggermente i battenti, fa un po' di spiraglio: ordina alla vecchia di venir fuori, fa entrar subito don Abbondio con la buona donna. Socchiude poi di nuovo l'uscio, si ferma dietro a quello, e manda la vecchia in una parte lontana del castellaccio. (Promessi sposi, 24)
e da De Sanctis:
“Dunque, – dicevo, – allons, pensiamo alla lezione”; ma la lezione non voleva andare, e stava sempre lì, tra quelle prime idee, e io ci stagnavo come in una palude. Più era lo sforzo, e più m’ingarbugliavo e non facevo via. Mi provai a socchiudere le imposte, per togliermi dagli occhi quel maledetto balconcino; ma che!
(era un balconcino a cui talvolta si affacciava una fanciulla di cui il giovane De Sanctis era invaghito e che ora era sparita da qualche giorno; La Giovinezza: frammento autobiografico, 22).

Gli occhi e la bocca, quanto al socchiuderli, tendono a seguire movimenti opposti.
Gli occhi, o le palpebre, si tende a socchiuderli veramente, per il sonno, o per vedere meglio qualcosa, o per proteggersi dal sole, o magari perché si sta per ricevere un bacio. La bocca, che al contrario degli occhi è per la maggior parte del tempo chiusa - a meno di non andare in giro a bocca spalancata come gli scemi - la si socchiude nel senso di aprirla appena, magari per dare il bacio di cui sopra, o perché si sta per dire qualcosa, e così via.

Leon Battista Alberti è uno dei primi a socchiudere gli occhi:
E molto giova a gustare i lumi socchiudere l'occhio e strignere il vedere coi peli delle palpebre, acciò che ivi i lumi si veggano abacinati e quasi come in intersegazione dipinti. (Versione in volgare del De pictura.)
Dopodiché, alla rinfusa, di nuovo Verga (“la luce che le faceva socchiudere gli occhi abbarbagliati”, novella “Il come, il quando ed il perché” da Vita dei campi), De Amicis (parlando di Parigi: “Qui par che faccia giorno daccapo. Non è un'illuminazione; è un incendio. I boulevards ardono. Tutto il pian terreno degli edifizi sembra in fuoco. Socchiudendo gli occhi, par di vedere a destra e a sinistra due file di fornaci fiammanti”, Ricordi di Parigi), Salgari (“Erano già trascorse le due ore, e cominciava a socchiudere gli occhi invitato dal leggero dondolamento dell'aerostato, quando tutto ad un tratto la navicella subì una scossa violenta”, Attraverso l'Atlantico in pallone), Tozzi (“Ella rideva agli avventori; e allora le sue gote incipriate, sode e rotonde, si gonfiavano fino a farle socchiudere gli occhi”, non a caso in Con gli occhi chiusi)...

Fra le altre cose che un tempo venivano socchiuse comme il faut ci sono i ventagli (“E con la man, che lungo il grembo cade / Lentamente il ventaglio apre e socchiude”, Parini, La notte) e le corolle (“...l’elitropio, che quasi beandosi nel sole diurno, gli tien dietro amorosamente nel suo giro, ma quando lo vede occultarsi, inchina melanconico il suo stelo e socchiude la sua corolla”, Gioberti, Del primato morale e civile degli Italiani).
Per quanto riguarda l'uso contemporaneo, i due significati continuano a convivere, con una lieve preferenza per “aprire appena”, ma spesso, non conoscendo il contesto, non è chiaro quale dei due si stia usando, e l'effetto è ambiguo.
Nel linguaggio giornalistico, di frequente qualcuno “socchiude la porta” a qualcun altro: il più delle volte significa che si sta mostrando disponibile al dialogo o a una collaborazione (“La NATO socchiude la porta ai paesi dell'Est: «Entreranno in futuro ma senza isolare la Russia»”, “Il Pd socchiude la porta al gruppo Battaglia”), ma non sempre (“Casini socchiude la porta al PdL ma spera in una mano del Cav.”). Direi che il primo uso è influenzato da quello di “schiudere”, che somiglia nella forma e - anche se nel verso opposto - nel contenuto al nostro “socchiudere”.
A giudicare da quello che suggerisce Google, oggidì si socchiudono (in versi opposti) per lo più porte figurate e occhi reali. Tra i rari casi stravaganti, trovo un fronte freddo (“Anticiclone in prima linea: per le ECMWF si socchiude l'incursione artica della prossima settimana”) e una fornitura di gas (“Guerra del gas: la Russia socchiude i rubinetti. L’Ucraina protesta”, e questa volta il socchiudere va nel verso giusto).

Trovo un po' curioso che, nonostante la quantità di usi “sbagliati”, pare che il significato di “aprire appena” non sia entrato nei dizionari, nonostante il fatto che in genere i lessicografi registrano l'uso effettivo di una parola, soprattutto se sostenuto dai testi letterari.

I miei 2,5 lettori a quest'ora avranno abbondantemente socchiuso le palpebre...

giovedì 7 gennaio 2010

Il passato del Futura


Mi stupisco che mi sia sfuggito, ma come è sfuggito a me può essere sfuggito a qualche altro socio o simpatizzante dell'Accademia: a partire dal catalogo del 2010 l'Ikea ha deciso di cambiare il carattere tipografico usato nei propri cataloghi e siti web. Il carattere usato finora era una variante - fantasiosamente chiamata Ikea sans - del classico Futura (che era amato per esempio da Kubrick), mentre ora verrà usato il Verdana, carattere della Microsoft apprezzato (dai pochi che lo apprezzano) per la sua versatilità, perché è adatto al web, perché è stato pensato con i pixel in mente.

Chi ama queste cose non ha apprezzato, arrivando a organizzare una petizione in rete per caldeggiare il ripristino del vecchio carattere. Deve essere una delle volte non frequentissime in cui il New York Times parla di caratteri tipografici. Nel blog easily amused, specializzato in questioni di design tipografico, c'è un articolo interessante, che confronta questo cambiamento con altri casi passati di riutilizzo di caratteri tipografici; qui si possono vedere bene le differenze tra il vecchio e il nuovo “look”.

La mia personale opinione, da non addetto ai lavori, è che con il nuovo carattere il catalogo o le pubblicità dell'Ikea abbiano l'aspetto di un'imitazione non troppo ben riuscita di un catalogo o pubblicità dell'Ikea...

In questa immagine di rraul si estrapola, dato il passato e il presente, come potrà essere il futuro dei cataloghi dell'Ikea:

mercoledì 11 novembre 2009

mercoledì 28 ottobre 2009

martedì 27 ottobre 2009

Lo spazio, il tempo e la TIM

Quando ricarico in rete il credito del mio telefonino, la TIM mi manda dopo poco un messaggio di conferma che inizia: “Ti comunichiamo di aver effettuato la ricarica richiesta”. Benissimo, che efficienza, sono passati solo pochi minuti!
Poi passano a confermare il mio numero di telefono e la cifra ricaricata.
E infine chiosano:
N.B. La ricarica sara` immediatamente resa disponibile come credito telefonico e comunque non oltre le 48 ore dal momento della richiesta.
Sono io, oppure aver già fatto qualcosa, farlo immediatamente e farlo entro due giorni non sono esattamente la stessa cosa?
E poi, “effettuare la ricarica” non è lo stesso che avermela accreditata?
Mah.

domenica 25 ottobre 2009

Il Corriere e i giochi

Qualche giorno fa, giovedì 22 ottobre, era allegato al Corriere della Sera il “Corriere Giochi”, un supplemento sui giochi d'azzardo.

Per fortuna non c'era neppure bisogno di leggerne una frase per capire il messaggio che il supplemento voleva trasmettere. Bastava notare che quasi una pagina su due conteneva pubblicità: Snai, Sisal, Superenalotto, Lottomatica, “gratta e vinci”, siti di poker, casinò... (per la precisione, 10 pagine su 24, spesso a pagina intera).

Volendo comunque approfondire, ci si imbatte subito, in un pezzo di apertura a firma di Stefano Righi, nell'esortazione a “liberarsi di una visione prevenuta e perbenistica” circa il gioco. (Notare che si parla sempre di “giochi” tout court, come se si parlasse di nascondino e dama.)

Una delle cose che colpisce negli articoli - altrettanto obiettivi - su vari giochi che vanno per la maggiore è che si danno ogni tanto le probabilità di vincita, ma senza confrontarle con le vincite corrispondenti (il che permetterebbe per lo meno di calcolare il valore atteso della vincita). Certo, qualche volta fa piacere vincere comunque qualcosa, fosse anche un pupazzetto alla pesca della sagra di paese, ma qui il discorso fa finta di essere scientifico e di confrontare oggettivamente varie possibilità. In realtà in questo supplemento si esalta soprattutto il “comparto”, l'“industria”, il “settore”...

Per concludere, ma nel supplemento è posta all'inizio, conferisco il premio Citazione fuori contesto dell'anno a: “Perché mai il gioco dovrebbe essere qualcosa di peggio di qualsiasi altro modo di guadagnare del denaro, per esempio del commercio?” (Dostoevskij, Il giocatore).

martedì 14 luglio 2009

Dall'Alaska

Per quelli tra i miei 2,5 lettori che non la conoscessero, ecco una perla di Palin-dromo:

All I saw: Wasilla.

Me l'ha detto (la pagina web di) Donald Knuth.



P.S. Ceterum, per quel che conta, la penso come Paolo Attivissimo.

giovedì 9 luglio 2009

Fresco o frescone?

Il quotidiano gratuito romano che ci ha già offerto altre perle pubblica oggi una foto che ritrae uno striscione esposto da alcuni attivisti ambientalisti:
“KEEP THE CLIMATE COOL”.
Secondo i genii del giornale, che a quanto pare sono molto ferrati sia in inglese che in problemi ambientali, significa “Fermate il clima freddo”...

sabato 27 giugno 2009

Beware!

Davanti ai tavolini di uno dei bar del piano sotterraneo della stazione Termini fa bella mostra di sé già da molti giorni questo cartello:



In caso non si legga bene, dice: “ATTENZIONE AL PAVIMENTO”.

Che fa 'sto pavimento? È bagnato? È sconnesso? Si apre all'improvviso e lascia cadere il malcapitato in un fossato pieno di coccodrilli? Non ha una vera esistenza fisica e si dissolve quando uno smette di crederci?