venerdì 7 agosto 2026

Un paio di pensieri sull'Odissea di Nolan

Voglio dire anch'io qualcosa sul recente The Odyssey di Christopher Nolan. Segnalo che, ovviamente, ci sarà qualche spoiler, non solo sul poema, ma anche sul film, e le due cose non combaciano.

Pensando a una trasposizione cinematografica di un testo letterario, sono possibili almeno tre tipi di valutazioni. Ho l'impressione che qualcuna delle critiche al film di Nolan tenda a confondere questi livelli.

Il primo consiste semplicemente nel decidere se il risultato è un bel film.

Dimentichiamo Omero (o Shakespeare, o Tolkien, o chi sia), cerchiamo di arrivare davanti allo schermo con la mente più vergine possibile e alla fine valutiamo quello che abbiamo visto, di per sé. Narra una bella storia? In modo efficace? Con personaggi credibili (o “ben scritti”, come va ora di moda dire)? Coerenti? Qualora ci interessino discorsi su archi di trasformazione, difetti fatali, viaggi dell'eroe, funzioni narrative etc., il film è soddisfacente da questo punto di vista? E, ovviamente, tutto il resto, che però ha meno direttamente a che fare con il fatto che il film è un adattamento: la fotografia, la musica, eventuali effetti speciali e così via.

Il secondo livello riguarda la fedeltà del film allo “spirito” dell'opera originaria, e ci torno dopo.

Il terzo livello è quello che balza più facilmente agli occhi e alla mente degli spettatori che sanno qualcosa dell'opera originale: è quello risultante dal confronto tra i vari eventi, personaggi, ambientazioni, perfino singole battute dell'originale, e la loro presenza, assenza o modifica nel film. È chiaro che questo è il terreno su cui ci si può accanire più facilmente contro qualunque trasposizione cinematografica che non sia la più fedele possibile (cosa possibile, seppure, solo nel caso di trasposizioni di opere teatrali in cui compaiano tutte e sole le battute della pièce originale e si sia adottata una messinscena tradizionale).

Su quest'ultimo livello è chiaro che il film di Nolan è apertissimo a osservazioni, anche macroscopiche, a partire da alcune assenze facilmente percepibili (i Feaci, lo stratagemma di “Nessuno”, il letto ricavato dal tronco d'olivo), così come le aggiunte (il personaggio di Sinone, sopra a tutte) e le modifiche (il fiore di loto usato da Calipso, per esempio).

La mia tesi è che quest'ultimo livello sia il meno importante: il cinema è un mezzo molto diverso da una narrazione scritta, che usa strumenti di tutt'altro genere. Trovar da ridire su un film perché non è “fedele” in quest'ultimo senso è come criticare una trasposizione per pianoforte di una sinfonia perché nel risultato non risuonano gli ottavini o, per riavvicinarci al tema, obiettare che una traduzione italiana di Omero non è in esametri dattilici.

E il primo livello è un po' il minimo sindacale: se, nel nostro discorso sulle trasposizioni, ci trovassimo di fronte un film che, persino considerato a prescindere da qualunque altra cosa, non è un gran che, non varrebbe nemmeno la pena di prendere in esame il suo rapporto con il testo su cui è basato.

Asserisco quindi che il requisito che si tratti di un bel film (definizione ovviamente vaghissima e su cui, facendo il vago a mia volta, non approfondisco) è necessario ma non sufficiente. E che la fedeltà ai singoli elementi narrativi non è né necessaria né sufficiente. Può essere divertente per gli appassionati cercare concordanze e discordanze (e non è una concessione retorica: io per primo mi diverto così), ma non è su questo che possiamo stabilire il successo di una trasposizione cinematografica.

Quello che rimane, e su cui a mio avviso Nolan fallisce sonoramente, è quello che chiamavo “spirito” del testo di partenza.

Una vera trasposizione dell'Odissea dovrebbe essere riconoscibile anche cambiando del tutto i nomi dei personaggi, il tempo e luogo in cui è ambientata, e persino quasi ogni evento. Rimarrebbero alcuni elementi essenziali che, alla fine del film, ci porterebbero a dire – esempio di fantasia – to', ma quel Bob che si è perso nel centro commerciale e alla fine manda a quel paese i vicini scrocconi non è una sorta di Ulisse dei giorni nostri? Una vera trasposizione dell'Odissea non avrebbe bisogno di chiamarsi Odissea, né il suo protagonista di chiamarsi Odisseo/Ulisse, né la sua patria Itaca e così via.

Viceversa, nel film di Nolan, pieno di Achei, Troiani, navi, guerrieri, esseri mostruosi, maghe, tempeste, pretendenti, nomi greci, sono solo queste cose a richiamare alla mente la storia di Odisseo. Quello che manca completamente è lo spirito ingegnoso, menzognero, smaliziato, pragmatico del protagonista, che è sostituito con un personaggio infinitamente più “moderno”, pensieroso, angosciato, attanagliato da sensi di colpa del tutto estranei all'originale.

Attenzione: sappiamo bene che il protagonista del testo omerico non è un personaggio come lo concepirebbe uno scrittore moderno, con un suo carattere ben preciso e una coerenza – o incoerenza voluta – interna (mentre quello del film sì; e persino questo da solo farebbe la differenza). L'Odisseo omerico è il risultato di un assemblaggio di testi eterogenei, alcuni dei quali parlavano in origine addirittura di personaggi diversi, che per qualche miracolo della poesia si combinano a creare un personaggio memorabile, in cui possiamo leggere le incoerenze testuali come incoerenze psicologiche di un vero essere umano. Mostra spietatezza e assenza di scrupoli pur di proseguire il viaggio verso casa, ma poi si lascia persuadere a una convivenza settennale con Calipso (senza che lei debba drogarlo). Il “narciso cialtrone, abile a rimanere (letteralmente) a galla” [Mereghetti] protagonista di Fratello, dove sei? dei fratelli Coen somiglia al personaggio omerico più del perennemente perplesso personaggio di Nolan, che sembra posseduto da un ultracorpo le rare volte che fa qualcosa da uomo della Grecia arcaica. È come se Nolan avesse voluto giustificare Odisseo ai nostri occhi, trovare una spiegazione moralmente accettabile delle sue doppiezze, della sua spregiudicatezza, delle sue infedeltà.

Una storia in cui la rivelazione finale, il colpo di scena che dovrebbe spiegare tutto, è che Ulisse è un brav'uomo rimasto traumatizzato dal ruolo che aveva svolto nella caduta di Troia ha a che fare con l'originale quanto una trasposizione da Conan Doyle in cui Sherlock Holmes lasciasse perdere tutto perché non sta capendo niente di quello che gli succede attorno.

giovedì 30 aprile 2026

Caratteri speciali

Piangete, o Veneri e Cupidi dell'ortografia, perché essa è morta!

D'accordo, non facciamola troppo drammatica, ma ho appreso solo di recente, in ritardo di più di dieci anni, che l'ISTAT, con la circolare n. 912/2014/P del 15 gennaio 2014, ha richiesto  ai comuni un'uniformazione dei dati toponomastici e dei numeri civici. Tra l'altro si prescrivono i modi per scrivere le date. Per esempio, nelle date complete, giorno e anno vanno indicati in cifre arabe: VIA 18 AGOSTO 1944, mentre se compaiono solo giorno e mese vanno indicati a parole: VIA VENTICINQUE APRILE. E passi. Sono esclusi tutti i numeri romani sia in date che in numerali di re e papi, e passi anche questo. Non sono ammesse abbreviazioni, e quindi i “san”, “santa” etc. vanno scritti per esteso, e va bene.

Più in generale, si prevede che i comuni indichino le denominazioni delle strade, anche già esistenti, “in forma completa, senza abbreviazioni, elementi puntati, segni di punteggiatura o altri caratteri speciali”. E possiamo essere d'accordo anche qui.

Ma, almeno a Roma, qualcuno l'ha portata ancora più in là, considerando evidentemente anche le lettere accentate come “caratteri speciali”. Infatti, tra le deliberazioni della Giunta Capitolina del 22 luglio 2015 in cui si recepiva tutto ciò, si è deciso che andavano piallate anch'esse, con il risultato che Federico Caffè adesso si chiama FEDERICO CAFFE' (perché è previsto che ogni toponimo sia registrato in caratteri maiuscoli), il comune di Ciminà si chiama CIMINA', e l'analogo per la Natività, il bambin Gesù e altri.

Se poi uno è così sfortunato da ritrovarsi un accento all'interno del nome, come Dolores Ibárruri, si attacca e lo perde del tutto: VIALE DOLORES IBARRURI .

Qui l'accento c'è ancora, anche se poco visibile

P.S. In più, personalmente mi dispiace anche che Monte de' Cenci ora si chiami “Via Monte de' Cenci” (anzi, “VIA MONTE DE' CENCI”), dato che ogni toponimo deve avere come primo componente la “specie” o “denominazione urbanistica generica” che “identifica la tipologia di area di circolazione (via, piazza, lungomare, campiello, salita, eccetera)”.

Non sembra che nessuno sia intenzionato a cambiare le vecchie targhe (per fortuna)


lunedì 2 marzo 2026

I telefilm di Alfred Hitchcock

Questa non è una specifica pignoleria, a meno di non voler considerare tale l'attenzione per la produzione “minore” di un grande regista.

Oltre ai numerosi film, Alfred Hitchcock diresse anche una ventina di telefilm, per lo più episodi della serie Alfred Hitchcock Presents (Alfred Hitchcock presenta). Visto che non avevo sotto mano un elenco di questi episodi e non trovavo un'unica fonte affidabile e completa, ne ho collazionate varie e messo insieme quello che mi sembra un elenco corretto.


Per ogni episodio indico il titolo originale e tra parentesi il titolo della versione italiana; dove è assente, a quel che mi risulta il telefilm è inedito in Italia. Furono tutti prodotti da Joan Harrison. Salvo dov'è indicato diversamente, la fotografia è di John L. Russell e sono episodi da “mezz'ora” (in realtà 23 minuti) della serie Alfred Hitchcock Presents (Alfred Hitchcock presenta), girati in tre giorni. Quelli da un'ora duravano circa 53 minuti e venivano girati in cinque giorni. Per ogni episodio do il link alla corrispondente pagina sull'Internet Movie Database e, occasionalmente, ad altre pagine utili. In fondo, le fonti.

1955

Revenge (Vendetta) - Scenegg.: A.I. Bezzerides e Francis Cockrell, da un racconto di Samuel Blas. Cast: Ralph Meeker, Vera Miles, Frances Bavier, Ray Montgomery (S01E01, 2/10/55; https://www.imdb.com/title/tt0508235/)

Breakdown (Crollo nervoso) - Scenegg.: Francis Cockrell e Louis Pollock, da un racconto di Pollock. Cast: Joseph Cotten, Raymond Bailey, Forest Stanley, Lane Chandler (S01E07, 13/11/55; https://www.imdb.com/title/tt0508134/).

The Case of Mr. Pelham (Il caso del signor Pelham) - Scenegg.: Francis Cockrell, da un racconto di Anthony Armstrong. Cast: Tom Ewell, Raymond Bailey, Kirby Smith, Kay Stewart, Jan Arvan, Norman Willis (S01E10, 4/12/55; https://www.imdb.com/title/tt0508268/).

1956

Back for Christmas (Ci rivedremo a Natale) - Scenegg.: Francis Cockrell, da un racconto di John Collier. Cast: John Williams, Isobel Elsom, A.E. Gould-Porter, Gavin Muir (S01E23, 4/3/56; https://www.imdb.com/title/tt0508128/).

Wet Saturday (Un sabato di pioggia) - Scenegg.: Marian Cockrell, da un racconto di John Collier. Cast: Sir Cedric Hardwicke, John Williams, Tita Purdom, Kathryn Givney (S02E01, 30/9/56; https://www.imdb.com/title/tt0508363/).

Mr. Blanchard's Secret (Il segreto del Signor Blanchard) - Scenegg.: Sarett Rudley, da un racconto di Emily Neff. Cast: Mary Scott, Robert Horton, Dayton Lummis, Meg Mundy (S02E13, 23/12/56; https://www.imdb.com/title/tt0508206/).

1957

One More Mile to Go (Ancora un miglio) - Scenegg.: James P. Cavanagh, da un racconto di F.J. Smith. Cast: David Wayne, Steve Brodie, Louise Larabee, Norman Leavitt (S02E28, 7/4/57; https://www.imdb.com/title/tt0508222/).

Four O'Clock - Serie Suspicion, episodio da un'ora. Scenegg.: Francis Cockrell, da un racconto di Cornell Woolrich. Cast: E.G. Marshall, Nancy Kelly, Richard Long, Jesslyn Fax (S01E01, 30/9/57; https://www.imdb.com/title/tt0714191/).

The Perfect Crime (Delitto perfetto o Un delitto quasi perfetto) - Scenegg.: Stirling Silliphant, da un racconto di Ben Ray Redman. Cast: Vincent Price, James Gregory, John Zaremba, Marianne Stewart (S03E03, 20/10/57; https://www.imdb.com/title/tt0508336/).

1958

Lamb to the Slaughter (Come servire un agnello) - Scenegg.: Roald Dahl, da un suo racconto. Cast: Barbara Bel Geddes, Allan Lane, Harold J. Stone, Ken Clark (S03E28, 13/4/58; https://www.imdb.com/title/tt0508189/).

Dip in the Pool (Concorso a bordo o Un salto nel vuoto) - Fotografia: John F. Warren. Scenegg.: Robert C. Dennis, da un racconto di Roald Dahl. Cast: Keenan Wynn, Louise Platt, Fay Wray, Philip Bourneuf, Doreen Lang (S03E35, 1/6/58); https://www.imdb.com/title/tt0508106/; https://barebonesez.blogspot.com/2015/03/the-hitchcock-project-roald-dahl-part_19.html).

Poison (Un peso sullo stomaco) - Scenegg.: Casey Robinson, da un racconto di Roald Dahl. Cast: Wendell Corey, James Donald, Arnold Moss, Weaver Levy  (S04E01, 5/10/58; https://www.imdb.com/title/tt0508229/).

1959

Banquo's Chair (L'ospite d'onore) - Scenegg.: Francis Cockrell, da un racconto di Rupert Croft-Cooke. Cast: John Williams, Kenneth Haigh, Reginald Gardiner, Max Adrian (S04E29, 3/5/59; https://www.imdb.com/title/tt0508132/).

Arthur (Arthur) - Scenegg.: James P. Cavanagh, da un racconto di Arthur Williams. Cast: Laurence Harvey, Hazel Court, Robert Douglas, Patrick Macnee, Barry Harvey (S05E01, 27/9/59; https://www.imdb.com/title/tt0508127/)

The Crystal Trench (La bara di ghiaccio) - Fotografia: John F. Warren. Scenegg.: Stirling Silliphant, da un racconto di A.E.W. Mason. Cast: James Donald, Patricia Owens, Werner Klemperer, Ben Astar (S05E02, 4/10/59; https://www.imdb.com/title/tt0508277/).

1960

Incident at a Corner - Serie Ford Startime, episodio da un'ora, unico telefilm a colori diretto da Hitchcock. Scenegg.: Charlotte Armstrong, da un suo racconto. Cast: Vera Miles, Paul Hartman, Georg Peppard, Bob Sweeney (S01E27, 5/4/60; https://www.imdb.com/title/tt0394918/, https://en.wikipedia.org/wiki/Incident_at_a_Corner, https://medium.com/@ChrisMcKit/the-curious-incident-of-alfred-hitchcocks-incident-at-a-corner-e02778e58e0d).

Mrs. Bixby and the Colonel's Coat (La signora Bixby e la pelliccia del colonnello) - Scenegg.: Halsted Welles, da un racconto di Roald Dahl. Cast: Audrey Meadows, Les Tremayne, Stephen Chase, Sally Hughes, Bernie Hamilton, Lilian Cluver, Harry Cheshire (S06E01, 27/9/60; https://www.imdb.com/title/tt0508207/).

1961

The Horseplayer (Il Cavaliere vincente) - Scenegg.: Henry Slesar, da un suo racconto. Cast: Claude Rains, Ed Gardner, Percy Helton, Kenneth MacKenna (S06E22, 14/3/61; https://www.imdb.com/title/tt0508303/).

Bang! You're Dead (Mani in alto) - Scenegg.: Harold Swanton, da un racconto di Margery Vosper. Cast: Biff Elliott, Lucy Prentiss, Billy Mumy, Steve Dunne (S07E02, 17/10/61; https://www.imdb.com/title/tt0508131/).

1962

I Saw the Whole Thing (I cinque testimoni) - Serie Alfred Hitchcock Hour (L'ora di Hitchcock), episodio da un'ora. Fotografia: Benjamin H. Kline. Scenegg.: Henry Cecil (Leon) e Henry Slesar, da un racconto di Slesar. Cast: John Forsythe, Kent Smith, Evans Evans, John Fiedler, Philip Ober, John Zaremba, Claire Griswold (S01E04, 11/10/62; https://www.imdb.com/title/tt0394051/).


Fonti: Steve Mamber, “The Television Films of Alfred Hitchcock”, Cinema Magazine 7(1), 1971, pp. 2-7, https://www.tft.ucla.edu/faculty/steve-mamber/; Natalino Bruzzone, Robert A. Harris, Valerio Caprara, Michael S. Lasky, I film di Alfred Hitchcock, Gremese, Roma 1982; Bodo Fründt, Alfred Hitchcock und seine Filme, Heyne, München 1986; Neill Potts, The Television Work of Alfred Hitchcock, tesi di dottorato, University of Warwick, marzo 2005; imdb.com; it.wikipedia per i titoli italiani (o loro assenza per serie non trasmesse in Italia).

Sono interessanti anche Gilles Delavaud, La télévision selon Alfred Hitchcock; Jan Olsson, Hitchcock à la Carte; e First and Last: How Alfred Hitchcock Presents Challenged TV Standards | by Tristan Ettleman.

Ringrazio Giovanni Stegel per alcune segnalazioni.


venerdì 20 febbraio 2026

Proust e i Bellini

Non che io sia un particolare amante della Norma e dintorni, ma quando sento “Bellini” mi viene da pensare per primo a Vincenzo (colpa delle banconote da 5000 lire?). Sempre meglio di Google, al quale la prima cosa che viene in mente è l'omonimo cocktail.

Bellini è menzionato più volte nella Recherche, ma Proust, quando menziona il cognome, pensa sempre a Giovanni o a Gentile: il primo, per esempio, parlando di angioletti suonatori e il secondo a proposito di una veduta di San Marco e di un ritratto di Maometto II (a cui assomiglia Bloch).

Leggendo Proust, oltre al tomo in francese e alla traduzione di Giovanni Raboni che mi sta accanto per quando ho un dubbio o voglio semplicemente vedere come ha reso qualche bel passaggio, spesso ho sotto mano una pagina in cui c'è tutto il testo della Recherche insieme, utilissima per cercare qualcosa al volo. Ne ricavo che “Bellini” compare esattamente sette volte, di cui tre sicuramente per Gentile, due per Giovanni e due su cui sono incerto, entrambe nel Côté des Guermantes. La seconda è per me un po' misteriosa: si parla delle decorazioni di gusto egizio che non hanno niente del vero Egitto, di un brano di Beethoven con un tema “russo” etc., e “de même les peintres chinois ont cru copier Bellini”.

La menzione precedente si trova all'interno di un discorso affascinante sul fatto che la duchessa di Guermantes si dilettava di paradossi, di parlar male di una persona molto amata dagli interlocutori e viceversa. Il Narratore la paragona a chi esalta artisti minori, affetta di preferire l'Ifigenia di Piccinni a quella di Gluck, una favola a un dramma di Hugo e simili. In questo contesto il narratore racconta di aver visto

Bellini, Winterhalter, les architectes jésuites, un ébéniste de la Restauration, venir prendre la place de génies qu'on avait dits fatigués simplement parce que les oisifs intellectuels s'en étaient fatigués

(“avevo visto Bellini, Winterhalter, gli architetti gesuiti, un ebanista della Restaurazione, installarsi al posto di geni che venivano fatti passare per stanchi semplicemente perché se n'erano stancati [...] gli oziosi intellettuali” nella resa di Raboni a p. 941 dell'edizione in unico volume).

Quindi, quale che sia il Bellini di cui parla qui, Proust lo pone tra gli onesti mestieranti preferiti a veri genî.

Un'ultima annotazione su (un) Bellini: lo stesso dubbio (compositore o uno dei pittori?) m'era venuto tempo addietro a proposito di una bellissima poesia di W.H. Auden, “Vespers”, all'interno delle “Horae Canonicae”:

In my Eden a person who dislikes Bellini has the good manners not to get born

(“Nel mio Eden una persona a cui non piace Bellini avrà il buon gusto di non nascere”). La voce narrante sta confrontando il proprio ipotetico Eden arcadico con la Nuova Gerusalemme di un utopista rivoluzionario, a proposito del quale prosegue: “In his New Jerusalem a person who dislikes work will be very sorry he was born” (“Nella sua Nuova Gerusalemme una persona a cui non piace lavorare si dispiacerà di essere nata”).

Non conosco abbastanza i gusti artistici di Auden (o del suo alter ego) da poter dire quale Bellini rappresentasse per lui il criterio per essere ammessi nell'Eden, ma almeno un paio di recensioni in rete relative alla Norma (qui e qui) sembrano dare per scontato che si parli appunto del compositore catanese.

Per chi è interessato a queste cose, il libro canonico sulle occorrenze dei maestri della pittura italiana nella Recherche è Proust et la peinture italienne di Eleonora Marangoni.

mercoledì 14 gennaio 2026

Ci salveranno i critici cinematografici

In questo mondo pochi apprezzano la matematica, vari semmai si vantano di ignorarla, e chi usa la parola “teorema” 99 volte su 100 la usa senza sapere che cosa vuol dire, come se anziché “affermazione dimostrata” significasse “argomentazione teorica che, poggiando su ipotesi più o meno valide [...] individua, o pretende di individuare, ove l’uso del termine assuma connotazione polemica, una rete di collegamenti tra episodî criminosi apparentemente irrelati” [Treccani] (il “teorema Buscetta” e simili) e ormai, in generale, “argomentazione discutibile”.

In questo mondo mi conforta che nel dizionario dei film di Paolo Mereghetti, per descrivere lo stile didascalico e poco avvincente di un certo film, si ricorra a un'azzeccata similitudine didattica:

...il film emoziona poco, per colpa di una sceneggiatura troppo schematica e didattica [...] che fa l'effetto di un teorema spiegato a una classe di principianti: passaggio dopo passaggio si capiscono tutti i nessi logici, ma si perde il gusto dell'intuizione.

venerdì 9 gennaio 2026

Equilibristi della parola


I traduttori di testi scientifici, e indubbiamente anche quelli di varie altre discipline, si trovano non di rado di fronte al problema di come rendere un termine tecnico che non ha ancora un equivalente nella loro lingua. Attualmente questo succede soprattutto quando la lingua di partenza è l'inglese, fertilissima di neologismi. Che fare? Lasciare il termine originale? Usarlo ma italianizzato? Crearne uno completamente nuovo, o magari cavarsela con una perifrasi?

Qualche secolo fa la lingua della ricerca scientifica era il latino, ma il problema per i traduttori era esattamente lo stesso.

Nel 1581 Filippo Pigafetta, discendente del grande navigatore Antonio Pigafetta, tradusse dal latino Le Mechaniche di Guido Ubaldo dei Marchesi del Monte, trattato di meccanica classica, essenzialmente sulle macchine semplici. E appunto anche lui era ben conscio delle difficoltà terminologiche e avvertì il lettore che alcune parole “non si sono potute trasportare commodamente in volgare, per non essere esse anco state accettate in questa lingua, né intese da ognuno”, e di conseguenza “le ho lasciate così latine”.

Una di queste era aequilibrium, che Pigafetta “lasciò così latina”, limitandosi a darle forma italiana: “equilibrio”. E visto che non era un termine chiarissimo, ne spiegò il significato: “Dove si legge questo vocabolo latino Equilibrio, intendasi per eguale contrapeso, cioè che pesa tanto da una banda quanto dall'altra in pari lance, o libra o bilancia che si dica”, richiamandosi all'etimo della parola, che ovviamente deriva da aequus (“uguale”) e libra (“bilancia”)

(In realtà esiste almeno una precedente occorrenza di “equilibrio” in italiano, ma sicuramente non era un termine diffuso, né dal significato ovvio.)

Devo questa perla etimologica alla voce “equilibrio” curata da Alessio Ricci, in Parola per parola. Etimi, storie e usi del lessico, a cura di Giuseppe Antonelli, il Mulino 2025.

giovedì 18 settembre 2025

Come si chiama il narratore della Recherche di Proust?

Ho in mente di aver letto, forse più di una volta, che il narratore di À la Recherche du temps perdu, di cui tutta la lunghissima narrazione costituisce i ricordi e le riflessioni, non venga mai menzionato per nome, tranne una singola volta. Da quella singola volta apprenderemmo che si chiama Marcel, proprio come l'autore.


Ebbene, non è del tutto vero e in un certo senso non è affatto vero.
Il nome “Marcel” compare in tutto cinque volte, distribuite in due occasioni, strettamente connesse tra loro.

Le prime occorrenze sono abbastanza all'inizio di La Prisonnière. Si parla di Albertine che, al risveglio dopo aver dormito a casa del narratore, è per un po' taciturna e perplessa su dove si trova, dopo di che:
Elle retrouvait la parole, elle disait : « Mon » ou « Mon chéri », suivis l'un ou l'autre de mon nom de baptême, ce qui, en donnant au narrateur le même prénom qu'à l'auteur de ce livre, eût fait : « Mon Marcel », « Mon chéri Marcel ».
Nella traduzione di Giovanni Raboni:
Poi, ritrovata la parola, Albertine diceva: «Mio», oppure «Mio caro», seguiti, l'uno e l'altro, dal mio nome di battesimo, che – se si attribuisse al narratore lo stesso nome dell'autore di questo libro – suonerebbe: «Mio Marcel», «Mio caro Marcel».
Non c'è nessuna ambiguità: il narratore non si chiama Marcel. E anzi, nella sua ostinazione nel non volerci rivelare il proprio nome, anche in un contesto in cui gli servirebbe menzionarlo, il narratore lo sostituisce esplicitamente con un altro nome, quello dell'autore del libro, Marcel Proust. (Poi, certo, da una parte sarebbe una vertigine à la Borges capire come facciano a convivere un autore empirico e un narratore che a quel che pare sa di essere un suo personaggio, e conosce e menziona il proprio autore. Dall'altra, molto più prosaicamente, è quello che potrebbe succedere anche in una biografia scritta in prima persona, o in un'autobiografia scritta da un ghost writer, o in un'altra situazione di varia memorialistica.)

Il secondo e ultimo contesto in cui compare il nome “Marcel” arriva qualche decina di pagine dopo e riguarda sempre Albertine: è il testo di un biglietto che lei gli ha mandato tramite un ciclista:

Mon chéri et cher Marcel, j'arrive moins vite que ce cycliste dont je voudrais bien prendre la bécane pour être plus tôt près de vous. Comment pouvez-vous croire que je puisse être fâchée et que quelque chose puisse m'amuser autant que d'être avec vous ? Ce sera gentil de sortir tous les deux, ce serait encore plus gentil de ne jamais sortir que tous les deux. Quelles idées vous faites-vous donc ? Quel Marcel ! Quel Marcel ! Toute à vous, ton Albertine.

O, tradotto da Raboni:

Mio caro e adorato Marcel, sarò da voi meno in fretta di questo ciclista al quale, per far prima, vorrei tanto rubare la bici. Come potete pensare che io sia seccata, e che qualcosa possa divertirmi quanto starvi vicina? Sarà carino uscire noi due insieme, e sarebbe ancora più carino uscire sempre così. Ma insomma, cosa andate mai a pensare? Che Marcel! Che Marcel! Tutta vostra, la tua Albertine.

Quindi è la stessa situazione delle precedenti occorrenze, e il narratore (o l'autore?) non ha ritenuto necessario doverci ricordare che “Marcel” è semplicemente un segnaposto per non esplicitare il vero nome del narratore.