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domenica 7 settembre 2014

Ci sarebbe da lanciare un gaschetto

Ho letto il libro con la peggior traduzione che abbia mai visto. In realtà non l'ho letto tutto, perché arrivato a un certo punto, rendendomi conto che non ci stavo capendo niente, che nei dialoghi i personaggi parlavano a vanvera, che le descrizioni erano incomprensibili e la vicenda si seguiva a stento, mi sono procurato l'originale e ne ho ricominciato la lettura da capo. Questa volta – ma guarda un po' – filava tutto.
Si tratta di Nome in codice: Sparta di Paul Preuss, pubblicato da Mondadori nella collana Urania nel 1991. Il titolo originale è Venus Prime 1: Breaking Strain. Poi torno sul libro in sé, che ha più di un motivo di interesse, ma prima mi levo il dente della traduzione.

Il problema è che chi tradusse a quanto pare non capiva buona parte di quello che stava leggendo: per poco che ci fosse un termine fuori dai 1000 più comuni o una frase idiomatica (anche abituali come by your bootstraps, oppure mighty nel senso di “estremamente”) si perdeva e cominciava a inventare. Ne vengono fuori frasi insensate, che magari ci starebbero anche bene, ma in tutt'altro romanzo.
Per esempio, durante una certa asta la signora Sylvester è interessata solo a uno specifico oggetto:


As far as Sylvester was concerned they could have been auctioning a piece of the True Cross (p. 84 dell'edizione ibooks; mia traduzione di servizio: «Per quel che ne importava alla Sylvester, potevano battere all'asta anche un pezzo della Vera Croce»).

Resa del Nostro, che ricordava vagamente che to concern può significare «preoccupare»:


La Sylvester era preoccupata che potessero riuscire a impadronirsi di un pezzo della Vera Croce (p. 50 dell'edizione Urania).

C'è un intero dialogo in cui, nella versione tradotta, non si capisce di che cosa si stia parlando. Uno parla di una tipa trasognata e poco vestita che sembrava non vederlo, «a parte il fatto che non ero neanche nella stessa stanza» (p. 21). Eh? Ah, no ecco, la questione era che la tipa si comportava come se lui non ci fosse (But like I wasn’t even in the same room, p. 37). E, nel posto misterioso con tizie come quella, «la maggior parte della gente che passa da lì, pretende di salire per affittare i servizi dello studio? Contrattano, amico [...] Comprano e vendono...» (p. 22) Se lo dici tu... Ma non sarà invece che fanno finta di essere interessati ai servizi di un fantomatico studio di registrazioni, mentre in realtà è una specie di bordello dove si spaccia droga? (Most of the people who come through here, claim they’re goin’ up to rent the studio facilities? They’re just dealin’, man, [...] Just buyin’ and sellin’..., p. 38)

Certe volte il Nostro sembra fare come uno studente mediocre alle prese con una versione di latino: cerca le singole parole sul vocabolario, e poi assembla quello che ha trovato in modo da formare una frase di fantasia:


Truth is, field supervisors are mighty partial to perfect physical specimens (p. 54; mia trad. di servizio: «La verità è che i supervisori sul campo ci tengono molto a esemplari fisici perfetti»).

diventa:


La verità è che il campo d'azione dei supervisori non è abbastanza potente per perfezionare le caratteristiche fisiche (p. 32).

Prima delle perle finali, un altro paio di esempi quasi a caso. In realtà i fraintendimenti, le rese così letterali da essere incomprensibili, le parole simili scambiate tra loro sono presenti in praticamente ogni pagina. Questi esempi sono i pochi che ho avuto la forza di trascrivere nella parte che sono arrivato a leggere.

private asylum for disturbed members of the families of the modestly well-to-do (p. 16; mia trad. di servizio: «manicomio privato per membri con problemi psichici di famiglie discretamente benestanti»).

diventa:


clinica privata per i membri malati di famiglie modeste (p. 9).

Certe volte la soluzione più semplice è semplicemente inventare una parola: tanto è fantascienza, no? E così Air Defense Command will pop a gasket (p. 31), dove to pop a gasket è un'espressione idiomatica che significa più o meno «dare in escandescenze», viene reso «Il Comando di Difesa Aerea lancerà un gaschetto» (p. 18). Certo, un gaschetto...

E se uno ignora l'inglese, il buon senso, la storia, Alfred Tennyson e tutti i film, libri e riferimenti sulla carica dei Seicento, può benissimo rendere thundering straight up the valley like the entire Light Brigade at Balaklava (p. 77) con «tuonando dritto nella valle come l'intera Brigata della Luce a Balaklava» (p. 46).

Infine, ma solo perché mi sono stufato, nella postfazione di Arthur C. Clarke (ora ci torno su) si dice che l'immagine romantica del pianeta Venere come ambientazione tropicale di avventure misteriose è venuta meno quando si è appresa la vera natura della sua superficie: Gone with the thousand-degree-Fahrenheit wind of sulphuric acid vapour... E il Nostro, che ha capito tutto e ha colto un riferimento culturale l'unica volta che non serviva, rende: «Una specie di Via col vento a migliaia di gradi Fahrenheit, nei fumi dei vapori acidi e sulfurei...».

Ora, dicevo che il libro in sé non è privo di interesse, su più livelli. La vicenda del romanzo (e dei cinque che lo seguirono) ruota attorno a una ragazza dal passato misterioso, sottoposta a un programma di incremento delle abilità fisiche e mentali avviato dai genitori ma poi rilevato da altri, e che ora usa le sue capacità (e gli accessori inseriti nelle dita, e l'antenna formata dalle ossa e...) per svolgere indagini per un ente spaziale. E va be', lo spunto non è originalissimo, ma è svolto bene.
La cosa divertente, però, è che ognuno dei sei romanzi è basato su un racconto di Clarke, ripreso quasi alla lettera, incastonato nel testo e ampliato in tutte le direzioni, in modo molto riuscito, per lo meno in questo primo caso. Qui si tratta di «Breaking Strain» (in italiano «Aria per uno»), che è uno dei racconti a cui hanno attinto Clarke stesso e Kubrick per 2001: non sorprendentemente si parla di una situazione claustrofobica che si viene a creare tra i due uomini dell'equipaggio di un'astronave.
E a questo riguardo c'è un'ulteriore zampata dell'ineccepibile cura editoriale del volume Urania. In appendice è riportato il racconto di Clarke, il che sarebbe un'ottima cosa. Se non fosse che è tradotto da un'altra persona e così quella che nell'originale era una ripresa letterale quasi dell'intero testo, solo «rimontato» e con minime varianti per inserirlo nella storia più ampia, diventa una curiosa parafrasi su cui il lettore italiano è lasciato a lambiccarsi il cervello.

venerdì 24 gennaio 2014

Amore, matematica e picnic

Come sa chi mi conosce, mi divertono le piccole coincidenze, ed eccone una.
In questi giorni sto leggendo Roadside Picnic (Piknik na obočine) di Arkadij e Boris Strugackij – noto anche per il film Stalker che ne trasse Tarkovskij – nella traduzione inglese di Olena Bormashenko. Perché ne stia leggendo questa versione, dopo averla raffrontata con la precedente traduzione inglese e le due italiane, è un'altra storia.
Sempre in questi giorni sto traducendo Love and Math di Edward Frenkel, un saggio molto autobiografico di un matematico russo.
Si tratta quindi, in entrambi i casi, di testi in inglese scritti da autori nati in Russia, e inoltre anche Boris Strugackij aveva una formazione scientifica, ma c'è qualcosa di più specifico.



L'Unione Sovietica era un grande paese, composto da molte nazionalità, ma “nazionalità” era anche un termine specifico, che di fatto serviva per distinguere le minoranze sgradite: tra le nazionalità c'erano gli armeni, i tatari e, ovviamente, gli ebrei. E la nazionalità risultava a chiare lettere sulla tristemente famosa pjataja grafa, la “quinta riga” del passaporto interno, dopo nome, patronimico, cognome e data di nascita.
Se i genitori erano di nazionalità diverse potevano scegliere quale assegnare ai figli, ed è comprensibile che se solo uno dei due era ebreo, a volte per quieto vivere non fosse quella la nazionalità scelta.

E questo è esattamente il caso sia dei fratelli Strugackij che di Frenkel, sia gli uni che l'altro di madre russa e di padre ebreo, nella classificazione sovietica degli esseri umani. In tutti e tre i casi loro avevano nazionalità russa, ma in tutti e tre i casi la cosa non bastò a impedire seccature (hint: eufemismo).
In un caso il cognome Frenkel stesso tradiva le origini ebraiche e, se non fosse bastato, anche il nome del nonno paterno (che risultava dal patronimico del padre), Joseph.
Nell'altro caso, a tradirli era il patronimico di Arkadij e Boris, Natanovič, tanto che arrivarono addirittura a usare il patronimico falso Nikolajevič, il primo in un passaporto interno (ma si era anche nel 1942, con i tedeschi alle porte) e il secondo a scuola. Maggiori lumi in una bella recensione (in inglese) di una biografia russa degli Strugackij.

sabato 2 febbraio 2013

Un apocrifo di Lem

Nei giorni scorsi mi è capitato di fare una piccola scoperta bibliografica.

Sono necessari due antefatti, anche se più d'uno dei miei 2,5 lettori non ne avranno bisogno.

Antefatto 1. Per introdurre alcuni concetti sull'infinito, si menziona spesso l'albergo di Hilbert, un hotel che ha infinite camere numerate progressivamente: 1, 2, 3...
Uno degli aspetti mirabili di questa struttura ricettiva è che, anche quando è completamente piena, c'è modo di accogliere ancora qualche ospite, pur senza costringere nessuno a condividere la camera con un estraneo. Poniamo che arrivi un nuovo viaggiatore imprevisto. Basterà chiedere cortesemente (il posto di direttore dell'albergo di Hilbert è riservato a persone più che diplomatiche) all'occupante della camera 1 di trasferirsi nella camera 2, a chi occupava la 2 di spostarsi nella 3 e così via. A questo punto tutti hanno una camera ed è rimasta vuota la 1. Basta rifare il letto, ed eccola pronta per l'ospite inatteso.
Con una variante dello stesso trucco si possono accogliere dieci, cento, mille nuovi avventori... e persino infiniti. In quest'ultimo caso, un modo consiste nello spostare l'ospite della 1 nella 2, quello della 2 nella 4, quello della 3 nella 6 e così via, trasferendo ognuno nella camera con numero doppio rispetto a quella originaria. In questo modo alla fine rimangono vuote infinite camere, tutte quelle con un numero dispari.
Il tutto serve per illustrare alcuni dei paradossi legati al concetto di infinito, a far vedere che un insieme infinito può contenerne propriamente un altro (così come l'insieme dei numeri naturali ne contiene propriamente quello dei numeri pari), ma al contempo averne lo stesso “numero” di elementi.

Antefatto 2. Lo scrittore polacco Stanisław Lem è autore di vari racconti e romanzi in cui compare come personaggio o semplice narratore il cosmonauta Ijon Tichy. Più d'uno dei racconti si riferiscono a uno specifico viaggio di Tichy (per esempio le Memorie di un viaggiatore spaziale comprendono il “Settimo viaggio”, “Ottavo viaggio”, “Undicesimo viaggio”...), ognuno dei quali ricco di incontri fantasiosi.

Basta con gli antefatti. In vari libri divulgativi di matematica in lingua inglese, raccontando l'apologo dell'albergo di Hilbert, si cita l'uso letterario che ne ha fatto Lem in un suo racconto di cui viene dato come titolo inglese “The extraordinary hotel or the thousand and first journey of Ion the Quiet”.
Ora “Ion” potrebbe essere un semplice refuso (presumibilmente occorso in occasione della prima pubblicazione inglese, perché tutti lo citano così) e “Quiet” è il significato della parola polacca “Cichy”, che è un quasi omofono del cognome del nostro viaggiatore.
Il vero problema è che questo racconto non compare in nessuna bibliografia di Lem. Me ne sono accorto perché lo menziona un libro (statunitense) che ho tradotto e mi sono intestardito a trovare il titolo originale del racconto e un'eventuale traduzione italiana (in un libro in italiano che cita un testo polacco non ha molto senso dare il titolo inglese).
A farla breve, una piccola indagine mi ha portato a sbrogliare la matassa.

Il racconto non è di Lem. È di un matematico e divulgatore russo, Naum Vilenkin (1920-1991), che lo scrisse in esplicito omaggio a Lem e inserì in un proprio libro divulgativo sulla teoria degli insiemi (che, per chi sa il russo, è disponibile qui).
Il racconto è introdotto con le parole “Но такие гостиницы могут встретиться разве что в рассказах нашего старого знакомого, межзвездного путешественника Йона Тихого. Итак, предоставим ему слово”, cioè “Ad ogni modo, alberghi di tal fatta si ritrovano solo nei racconti di una nostra vecchia conoscenza, il viaggiatore interstellare Ijon Tichij. Pertanto, a lui la parola”.
Esiste una traduzione inglese del libro di Vilenkin, intitolata Stories about Sets, pubblicata dalla Academic Press nel 1968 e tradotta da “Scripta Technica”. (S.T. era presumibilmente un'agenzia di traduzioni: la rete non ne sa molto. Per esempio, in un forum qualcuno chiede, e non trova, lumi su questa società che “did a lot of translation in many fields across many languages of scholarship and science in the sixties and seventies, and apparently into the nineties”.)

Nella traduzione inglese il passo che introduce il racconto diventa “Such hotels can be found in the stories about the interstellar traveler Ion the Quiet, the famous hero of ‘The Interstellar Milkman, Ion the Quiet,’ written by the Polish fantasist Stanislaw Lem. Let's hear what he has to say”. Qui, per il nostro Tichy, oltre alle modifiche al nome che abbiamo già notato e che sono ulteriormente spiegate dal suo transito attraverso il russo (dove “tichij” significa appunto “silenzioso, tranquillo”), gli è apparso il misterioso attributo di “lattaio”. Può entrarci il fatto che in un passo successivo dell'originale russo (che non compare nella traduzione) si parla di un “Club dei Viaggiatori Intergalattici” e ci sarebbe stata una confusione con l'etimo di “galassia”?
La versione inglese non è fedelissima: salta accorpa lima, e in particolare espunge una sezione “Планета мифов” (“Il pianeta dei miti”) in cui - nell'originale - compariva una nota chiarificatrice: “I viaggi di Jon Tichij sono descritti dal famoso scrittore di fantascienza polacco Stanislaw Lem in I diari stellari di Ion Tichij. L'autore dei Racconti sugli insiemi si augura che S. Lem gli perdoni il goffo tentativo di imitazione e che i lettori non rimproverino a S. Lem la scarsa qualità letteraria dell'esposizione dell'Autore”. Diari stellari è la traduzione letterale di Dzienniki gwiazdowe, il titolo originale delle Memorie di un viaggiatore spaziale.

Il libro da cui il racconto sullo “extraordinary hotel” viene in genere citato in ambito anglofono non è però questo di Vilenkin, ma un'antologia apparsa successivamente, Imaginary Numbers, curata da William Frucht (J. Wiley, 1999). Riunisce testi o estratti di Carroll, Calvino, Rucker, Smullyan, Hofstadter e vari altri autori a cavallo tra matematica e letteratura, tra cui numerosi autori di fantascienza (Dick, Gibson, Leiber, Haldeman, Willis, Zamjatin, Ballard, oltre a un vero Lem), qualche poeta (Marvell, Szymborska) e anche il nostro Landolfi.
Il problema è che evidentemente il curatore deve aver frainteso quell'introduzione: l'aggiunta della menzione esplicita di Lem, seguita immediatamente da “Let's hear what he has to say” gli hanno fatto ritenere che il racconto che seguiva fosse di Lem. E quindi nell'antologia (fino alla pagina degli “Acknowledgments”) il racconto risulta di Lem, e come tale viene riportato da tutti quello che lo hanno citato in seguito.
Quindi alla fine è successo proprio quello che paventava Vilenkin quasi come vezzo, che cioè i meriti o demeriti del suo apocrifo su Tichy siano stati rimproverati (o forse lodati) a Lem.

(Per avermi aiutato a far luce sulla questione ringrazio i frequentatori di Science Fiction & Fantasy Stack Exchange, vari altri viandanti più o meno anonimi della rete e soprattutto l'impagabile amico Leonardo M. Pignataro, slavista e molto altro.)

giovedì 19 gennaio 2012

“Un buon posto per morire” di Tullio Avoledo e Davide Boosta Dileo

Ho letto Un buon posto per morire di Tullio Avoledo e Davide Boosta Dileo. Avoledo di solito è uno Scrittore con la S maiuscola; di Dileo nella mia ignoranza senza fondo so solo quello che dicono il risvolto di copertina e la Wikipedia italiana, e cioè che è “il tastierista e fondatore dei Subsonica, dj, produttore, scrittore, compositore, presentatore televisivo, presentatore radiofonico, cantante, musicista”.

Il succo: rispetto agli altri libri di Avoledo, questo è abissalmente deludente.

La copertina già non promette bene. No, meglio riformulare: la copertina sembra fatta da un dilettante in una giornata no. È un'elaborazione grafica in cui si vedono la basilica di san Pietro, un'arena che ricorda il Colosseo e vari altri edifici disposti a casaccio, ognuno con una sua prospettiva indipendente. Il tutto è sovrastato da nuvoloni apocalittici, virato in rosso e condito abbondantemente con riflessi, flare e altri effetti ottici accattivanti.
E questa è solo la copertina.
(Non bisogna judge a book by its cover, dicono, ma chi se ne intende sa come stanno le cose.)

Il libro può piacere a qualche lettore di Martin Mystère che s'è stufato dei disegni bonelliani ma vuole nuove dosi della stessa droga: un asteroide imminente, nazisti sopravvissuti, basi segrete in Antartide, il golem, un gioco misterioso in cui è celata la Verità, Nostradamus, il Vril, le linee energetiche che collegano i luoghi di potere, Torino magica...


Non ho inventato nulla, e detto così può parere anche divertente, e mi aspettavo e speravo che lo fosse. Non lo è. Ma non vi fidate di me, eh, compratelo e leggetelo. Vi ho pure messo il link lassù: se lo comprate in tanti, forse Amazon mi accredita anche tre centesimi.


Ma questo è un blog di pignolerie, ed è nei dettagli che si cela il diavolo e che Avoledo e Dileo (e il loro distratto editor all'Einaudi) sono spiccatamente manchevoli.
Durante la lettura, quando avevo un pezzo di carta sotto mano - cioè non sempre - mi segnavo quello che non andava. Quindi vi posso dare appena un assaggio della faciloneria con cui A&D hanno affrontato qualunque ostacolo ortografico, scientifico, storico.


Il prologo dovrebbe creare lo sfondo su cui svolge la vicenda: incombe un meteorite che potrebbe distruggere la Terra e la cui conoscenza, da secoli, è appannaggio di cospirazioni e sette segrete. In due pagine scritte in stile pseudoscientifico e piene di dati, A&D riescono a concentrare tante imprecisioni da poterne fare un esercizio per un corso di editing scientifico. Che vuol dire che le probabilità di morire colpiti da un oggetto celeste sono “una su sei milioni”? All'anno? Al giorno? Per persona? È come dire che la probabilità di mangiare un uovo è una su dieci. Ha pure senso, se solo ci si mette d'accordo sul significato. Si spargono allegramente megatoni e numeri vari, ma soprattutto... che cos'è l'“energia cinetica potenziale”?
Siamo arrivati a pagina 7. Il libro ne ha 650: meglio sbrigarsi.


In un libro in cui la lingua tedesca e personaggi tedeschi hanno una certa rilevanza, e buona parte dell'azione si svolge in Antartide, non andrei a scrivere decine di volte Antartika al posto di Antarktika.
I conigli non sono roditori, il Terzo uomo non è un film di Orson Welles, “fante di fiori” in inglese non si dice “Jack of Flowers”, l'ordine che un sottufficiale tedesco dà per mandare alla carica i suoi uomini non è - per più ragioni - “Worwärts, menschen” [tutto sic]. E, ignorando tutte le altre ortografie creative e termini stranieri inutili, concludo con la miglior perla storico-linguistica.
Nel 1912, in un luogo improbabile (ma questo va bene, fa parte della trama) irrompono dei militi tedeschi “urlando «Imperial Kriegsmarine!»”
Che lingua è? Un misto di inglese e tedesco? Io non sono un esperto di storia militare tedesca, ma ci vogliono circa 24 secondi per apprendere che la marina militare tedesca dell'epoca si chiamava “Kaiserliche Marine”.


Non mi fraintendete: è un libro che una volta cominciato si fa continuare a leggere (in particolare, se uno ama un'eco stinta e quasi irriconoscibile dello stile di Avoledo, ripetizioni assortite, cattivi che paiono macchiette e un punto di vista narrativo che balla come un folletto ubriaco).

giovedì 21 ottobre 2010

Ucronie

Segnalo un concorso per un racconto (fantastico, opzionalmente) di ambientazione ucronica:
Il blog sull'orlo del mondo - Ucronie Impure: bando del concorso: "Per racconti ucronici puristi [...] s'intendono ambientazioni simili a quella di Fatherland. Per le altre prendete come punti di riferimento il ciclo dell'Invasione di Harry Turtledove, il medioevo alternativo di Luxley, oppure la Guerra Fredda ucronica di Watchmen, tanto per fare degli esempi. Saranno ovviamente accettate anche derive dieselpunk e steampunk, laddove è comunque da intendersi che la particolarità del racconto deve concentrarsi sull'aspetto ucronico/storico."