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lunedì 26 maggio 2025
lunedì 21 settembre 2015
Umberto Eco: Tu, Lei, la memoria e l'insulto
Qualche giorno fa Umberto Eco ha tenuto, nell'ambito del Festival della Comunicazione, una “lectio magistralis” su Tu, Lei, la memoria e l'insulto. Leggetela, ché è bella.
Si parla della perdita della distinzione tra il tu e il Lei (per non parlare del Voi), non per conscia scelta di democratizzazione, bensì perché nella lingua di molti non è proprio più disponibile la scelta. E di qui si parla di rapporto col passato, di perdita della memoria storica, di cura della calligrafia e del fatto che va benissimo, quando è il caso, prendere a male parole il prossimo, ma non con quelle solite misere tre o quattro espressioni.
Avvertenza: Spira, dall'inizio alla fine, un certo spirito da laudator temporis acti, da “ai miei tempi non succedeva”. Ma, almeno a me, non dà fastidio. Sarà perché ho più cose in comune con Eco, nonostante i trentasei anni di differenza, che con chi pensa che Mussolini possa aver incontrato Pound nel 1964?
È vero, può venire per un attimo da sorridere quando si legge «Quali opere letterarie potranno ancora gustare [i ragazzi di oggi] visto che non hanno conosciuto la vita rustica, le vendemmie, le invasioni, i monumenti ai caduti, le bandiere lacerate delle palle nemiche, l'urgenza vitale di una morale?» Ma solo per un attimo, perché poi uno si ricorda di aver pensato e detto, per esempio, che non si può veramente scrivere e neppure tradurre se non si è vissuto, se non si è avuto a disposizione qualche decennio in cui amare la vita e scontrarcisi.
E persino dove Eco sembra dare alla biro la colpa della perdita della calligrafia e con lei di altri valori («la scrittura a biro non aveva più anima, stile e personalità»), chi legge può rimanere lì per lì perplesso, ma poi ripensare al fatto che il gusto di fare le cose per bene non lo hanno solo persone di altri tempi – ammesso che lo abbiano – e che spesso la forma è contenuto (senza contare che chi scrive ce l'ha, una penna stilo calligrafica e un manuale di scrittura italica).
Un'ultima osservazione. La lectio di Eco è il secondo testo che mi capita di leggere in due giorni che confuta il luogo comune secondo cui intellettuali e accademici mostrerebbero un certo snobismo nei confronti della Wikipedia o addirittura la rifiuterebbero in toto.
Valerio Magrelli, nell'introduzione al suo Millennium poetry
, argomenta sul perché se ne sia avvalso utilmente nella stesura del libro; e in questa lectio Eco addirittura se la prende con chi non la consulta.
Si parla della perdita della distinzione tra il tu e il Lei (per non parlare del Voi), non per conscia scelta di democratizzazione, bensì perché nella lingua di molti non è proprio più disponibile la scelta. E di qui si parla di rapporto col passato, di perdita della memoria storica, di cura della calligrafia e del fatto che va benissimo, quando è il caso, prendere a male parole il prossimo, ma non con quelle solite misere tre o quattro espressioni.
Avvertenza: Spira, dall'inizio alla fine, un certo spirito da laudator temporis acti, da “ai miei tempi non succedeva”. Ma, almeno a me, non dà fastidio. Sarà perché ho più cose in comune con Eco, nonostante i trentasei anni di differenza, che con chi pensa che Mussolini possa aver incontrato Pound nel 1964?
È vero, può venire per un attimo da sorridere quando si legge «Quali opere letterarie potranno ancora gustare [i ragazzi di oggi] visto che non hanno conosciuto la vita rustica, le vendemmie, le invasioni, i monumenti ai caduti, le bandiere lacerate delle palle nemiche, l'urgenza vitale di una morale?» Ma solo per un attimo, perché poi uno si ricorda di aver pensato e detto, per esempio, che non si può veramente scrivere e neppure tradurre se non si è vissuto, se non si è avuto a disposizione qualche decennio in cui amare la vita e scontrarcisi.
E persino dove Eco sembra dare alla biro la colpa della perdita della calligrafia e con lei di altri valori («la scrittura a biro non aveva più anima, stile e personalità»), chi legge può rimanere lì per lì perplesso, ma poi ripensare al fatto che il gusto di fare le cose per bene non lo hanno solo persone di altri tempi – ammesso che lo abbiano – e che spesso la forma è contenuto (senza contare che chi scrive ce l'ha, una penna stilo calligrafica e un manuale di scrittura italica).
Un'ultima osservazione. La lectio di Eco è il secondo testo che mi capita di leggere in due giorni che confuta il luogo comune secondo cui intellettuali e accademici mostrerebbero un certo snobismo nei confronti della Wikipedia o addirittura la rifiuterebbero in toto.
Valerio Magrelli, nell'introduzione al suo Millennium poetry
venerdì 2 maggio 2014
Caffè Qualcosa o Qualcosa Caffè?
Tra i numerosi fenomeni dovuti all'influsso dell'inglese sull'Italia (si veda per esempio qui per alcune considerazioni su quelli puramente lessicali), sono divertenti quelli in cui non si allineano lessico e sintassi.
In più di un locale, per indicare che ci si può collegare gratis alla loro rete wifi, troneggiano scritte del tipo “WIFI FREE”, in cui le parole sono inglesi, ma il loro ordinamento è quello italiano (col buffo risultato che alla lettera risulta che quel posto è “privo di wifi”).
Un fenomeno inverso si verifica qui:
In più di un locale, per indicare che ci si può collegare gratis alla loro rete wifi, troneggiano scritte del tipo “WIFI FREE”, in cui le parole sono inglesi, ma il loro ordinamento è quello italiano (col buffo risultato che alla lettera risulta che quel posto è “privo di wifi”).
Un fenomeno inverso si verifica qui:
martedì 27 agosto 2013
Uomini e no
Non mi capacito del fatto che, in nome di condivisibili campagne di uguaglianza dei diritti dei vari sessi, si prendano cantonate immani in campo linguistico. Spesso si parla dell'uso della parola “uomo” in termini insensati, supponendo che il suo vero significato sia “maschio”, come quando si chiede di dire “caccia all'individuo” anziché “caccia all'uomo” o «invece di “L'uomo della preistoria...” si dica “L'uomo e la donna della preistoria...”» (qui).
Da che esiste la lingua italiana, la parola “uomo”, e prima di essa “homo” in latino, significa “essere umano”, “individuo”, “persona”. Quando per esempio Dante vuole parlare specificamente di esseri umani piccoli, femmine e maschi, parla «d'infanti, di femmine e di viri», non “e di uomini”, mentre nella stragrande maggioranza dei casi usa “uomo” (o “omo”) nel «valore più comune e generico di “animale ragionevole e parlante”» (Enciclopedia Dantesca, corsivo mio).
Quindi non è che usando “uomo” per parlare di esseri umani di entrambi i sessi si cerchi di maschilizzare le donne, di imporre uno standard maschile a tutti. Al contrario: nel corso della storia dell'italiano moderno c'è stata una deriva verso un uso specificamente maschile della parola “uomo”, e la cosa interessante, semmai, potrebbe consistere nel riappropriare la parola “uomo” al suo uso universale originario.
Sospetto che c'entri un obliquo influsso di analoghe battaglie anglofone (su cui, pure, si può discutere), in cui in effetti man ha un significato un po' più specificamente maschile e più netta è la contrapposizione con la woman, che è etimologicamente la wīfmann, la “moglie dell'uomo” (e allora lì la vera lotta al sessismo imporrebbe di non usare più “woman” per dire “donna”...).
Da che esiste la lingua italiana, la parola “uomo”, e prima di essa “homo” in latino, significa “essere umano”, “individuo”, “persona”. Quando per esempio Dante vuole parlare specificamente di esseri umani piccoli, femmine e maschi, parla «d'infanti, di femmine e di viri», non “e di uomini”, mentre nella stragrande maggioranza dei casi usa “uomo” (o “omo”) nel «valore più comune e generico di “animale ragionevole e parlante”» (Enciclopedia Dantesca, corsivo mio).
Quindi non è che usando “uomo” per parlare di esseri umani di entrambi i sessi si cerchi di maschilizzare le donne, di imporre uno standard maschile a tutti. Al contrario: nel corso della storia dell'italiano moderno c'è stata una deriva verso un uso specificamente maschile della parola “uomo”, e la cosa interessante, semmai, potrebbe consistere nel riappropriare la parola “uomo” al suo uso universale originario.
Sospetto che c'entri un obliquo influsso di analoghe battaglie anglofone (su cui, pure, si può discutere), in cui in effetti man ha un significato un po' più specificamente maschile e più netta è la contrapposizione con la woman, che è etimologicamente la wīfmann, la “moglie dell'uomo” (e allora lì la vera lotta al sessismo imporrebbe di non usare più “woman” per dire “donna”...).
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venerdì 14 settembre 2012
I sette Gipsy Kings
Non comprendo la furia dei venti, cantava il poeta. Io non comprendo neanche molte altre cose, in due delle quali mi imbatto quasi quotidianamente.
Una è: se un “evento”, una mostra-mercato, una manifestazione di qualsiasi tipo si svolge in Italia, in lingua italiana e presumibilmente la stragrande maggioranza dei partecipanti sarà italiana, perché darle un nome inglese?
Un’altra, collegata alla prima, è: poniamo che Šiva distruttore di mondi ti abbia imposto di dare un nome inglese alla tua fiera, perché altrimenti distrugge una manciata di mondi a casaccio. Ma allora perché i nomi delle città li lasci in italiano?
Perché scrivi “Milano Book Fair” anziché “Milan etc.”?
Perché scrivi “Taste of Roma” invece di “... of Rome”?
Esistono entrambi, ma non metto i link (che non è difficile trovare) perché entrambi i siti sono molto brutti - e di bruttezza è già troppo pieno il mondo - ed entrambi emettono suoni appena ci si collega.
Questi sono solo i due casi in cui mi sono imbattuto nell’ultimo paio di giorni, ma sono in enorme compagnia. Nella sola capitale, che per ovvî motivi conosco meglio, c’è una “Roma Rock School”, varie iniziative dedicate alla canzone “of Roma” etc.
E per questa città il problema non è neanche solo puramente di coerenza linguistica, ma anche semantico: in inglese “Roma” vuol dire “Rom”, e quindi un anglofono può benissimo fraintendere tutte quelle comunicazioni pubblicitarie e ritenersi fortunato di essere arrivato in un paese che non solo non vessa gli zingari, ma in cui i “figli dell’arcobaleno” possono liberamente organizzare iniziative in cui presentano le loro canzoni, la loro cucina...
sabato 10 marzo 2012
Can drink, will drink
| Round Margherita + Can Drink |
Visto che “tutto l'alluminio può”, potrà anche bere, no? (Per tacere del “Round”.)

lunedì 28 novembre 2011
Traduttori traditori III
Rinverdisco dopo tanto tempo (vedi la prima e la seconda puntata) la rubrichetta di segnalazione di errori di traduzione (e, sì, “traduttore traditore” è un modo di dire idiota; e, sì, non sono i singoli errori la cosa importante, chiunque può avere una svista; e, sì, ci si diverte con poco).
Questo lo apprendo dal grande musicologo Roman Vlad e da Strawinsky, il suo libro su Igor Stravinskij. La grafia adottata da Vlad nel titolo è quella alla tedesca, preferita dalla famiglia del compositore russo. Considerando poi che il nostro era di origini polacco-lituane (Strawiński) e che visse successivamente in Francia e negli Stati Uniti, la questione della grafia del suo nome, a cominciare da come lo scriveva egli stesso, merita un'appendice apposita nel libro di Vlad.
Gli Strawiński furono una famiglia illustre, cui appartennero personaggi storici nella storia polacca. Il compositore stesso, nel libro-intervista Expositions and Developments, raccontò le ricerche genealogiche svolte in merito. A un certo punto ricorda che un suo lontano parente, “Stanislav, fu famoso nel XVIII secolo quale membro della Confederazione di Bar che organizzò il fallito rapimento di Stanislao Augusto”.
In una nota Vlad spiega che la Bar da cui prese nome questa confederazione era una città della Podolia, oggi in Ucraina, che a sua volta fu chiamata così in onore della regina polacca Bona Sforza, sposa di Sigismondo I e originaria di Bari.
Ma - e finalmente vengo al punto - Vlad segnala anche di essersi discostato dalla traduzione italiana di Expositions and Developments perché “non è scevra di qualche imprecisione e soprattutto di un curioso errore per cui i «Bar confederates» di cui parla Stravinsky alla p. 49 di Expositions [...] diventano «i congiurati dell'Ordine degli avvocati»”.
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giovedì 18 agosto 2011
Antonomasie
Google translate ha reinventato da solo la figura retorica dell'antonomasia.
Se si prendono le parole tedesche “die Bekanntmachung des Reaktorunfalls” - cioè “l'annuncio dell'incidente al reattore” - e gliele si fa tradurre in italiano (ma la cosa funziona anche con altre lingue d'arrivo), il risultato è:
L'annuncio della catastrofe di Chernobyl
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lunedì 10 gennaio 2011
Trovo citata in un libro (italiano) questa frase attribuita ad Alan Turing:
Se si ha presente un certo falso amico inglese molto ricorrente, questa frase suona subito sospetta (anche se è affascinante il concetto che una certa naïveté aiuti a essere un buon matematico). Una rapida ricerca mi conferma che quella “ingenuità” era in originale una “ingenuity”, cioè “ingegnosità”. Ahimè, questa volta è stato ingenuo chi ha tradotto.
Per la cronaca, la frase originale era:
Il ragionamento matematico può essere schematicamente considerato come l'esercizio della combinazione di due caratteristiche, che possiamo chiamare intuizione e ingenuità.
Se si ha presente un certo falso amico inglese molto ricorrente, questa frase suona subito sospetta (anche se è affascinante il concetto che una certa naïveté aiuti a essere un buon matematico). Una rapida ricerca mi conferma che quella “ingenuità” era in originale una “ingenuity”, cioè “ingegnosità”. Ahimè, questa volta è stato ingenuo chi ha tradotto.
Per la cronaca, la frase originale era:
Mathematical reasoning may be regarded rather schematically as the exercise of a combination of two facilities, which we may call intuition and ingenuity.
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venerdì 5 novembre 2010
martedì 5 ottobre 2010
Bloc(k)-notes e altro
Un articolo interessante da “Internazionale” su sfumature linguistiche e di traduzione:
venerdì 23 luglio 2010
Parla come magnas
E dire che scrivere un'espressione in vero latino - ammesso poi che ci sia un motivo per farlo - sarebbe stato tanto più semplice... Sono disponibili anche un “espressum” e altre prelibatezze linguistiche che nemmeno Romolo Augustolo, il tutto all'insegna del motto “VENI VIDI MAGNI E BEVI”.
sabato 26 giugno 2010
Attenti ai vampiri
Se avete paura che, mentre fate le vostre spese in centro, possa aggredirvi un vampiro, a chi vi potete affidare se non al cugino motorizzato di Van Helsing? “Van Scharing”!
martedì 9 febbraio 2010
Solo tre mesi...
Insieme alla Stampa è possibile acquistare in questo periodo (solo in nord Italia, credo) una serie di fascicoli e dvd per imparare l'inglese. Ora, non sono un esperto di metodi di insegnamento linguistico, ma questo non sembra molto efficace, se il suo stesso motto è «Solo 3 mesi per dire “I speak english”».
P.S. Il link non è alla pagina web da cui la Stampa vende i suoi fascicoli e allegati, perché è quasi inutilizzabile.
P.P.S. Non menzionerò neppure l'english con la minuscola...
martedì 12 gennaio 2010
Socchiudere
Mi è capitato di recente di pensare al verbo “socchiudere”. Come ben sanno i pignuoli, significa “chiudere quasi completamente”, ma viene spesso usato nel senso di “aprire appena”. In teoria non si può socchiudere una porta chiusa.
Lo spunto mi è venuto dal vedere che anche Guido Gozzano lo usa nel modo “sbagliato”.
La fiaba “Piumadoro e Piombofino” parla di una ragazza, appunto Piumadoro, che comincia a essere sempre più leggera per colpa di una maledizione. Non è che dimagrisca, “restava sempre la bella bimba bionda e fiorente, ma s'alleggeriva ogni giorno di più”. Per qualche tempo il nonno impedisce che voli via ancorandola a quattro grosse pietre, ma dopo un po' “nemmeno le pietre bastarono più e il nonno dovette rinchiuderla in casa” (e quindi, a quanto pare, non era solo leggera, ma aveva addirittura qualche proprietà antigravitazionale... sì, lo so, è una fiaba).
Un brutto giorno il nonno muore, Piumadoro fa per uscire, ma “socchiuse appena l'uscio di casa che il vento se la ghermì, se la portò in alto, in alto, in alto, come una bolla di sapone...”
Incuriosito, ho cercato in giro, non troppo sistematicamente, attestazioni classiche e contemporanee dei due usi di “socchiudere”.
In papà Dante non si trova mai, se non nel poemetto di dubbia paternità Il Fiore; come spiega l'Enciclopedia Dantesca:
socchiuso - Compare in Fiore CC 8 Aperto l'uscio sì ebbi trovato, / ver è ch'era socchiuso tutto ad arte, dove traduce entreclos («accostato», «non del tutto chiuso») del Roman de la Rose: «A l'uis m'en vin, senz dire mot, / Que la vieille desfermé m'ot / E le tint encore entreclos» (v. 14725). L'accorgimento della Vecchia mirerà a non far sorgere sospetti sulla visita dell'amante. --Luigi Vanossi
Da qui in poi, pare che ci siano essenzialmente quattro tipi di cose che la gente socchiude: porte, finestre, occhi e bocche. E, come vedremo, il punteggio è di 3 a 1 a favore dell'uso “sbagliato”.
Usci e persiane in genere si socchiudono nel senso di aprirli appena, per far entrare un po' di luce o più spesso per dare un'occhiatina a che cosa sta succedendo fuori.
Lo fanno, per esempio, i personaggi di Verga (“Quei poveretti aspettavano il giorno come il Messia, e andavano ad ogni momento a socchiudere la finestra per veder se spuntasse l'alba”, Malavoglia, 10), di Salgari (“Più volte, non sapendo dominare le sue inquietudini, [Yanez] scese dal letto e aprì prudentemente le finestre, più volte socchiuse la porta della stanza, temendo che fossero state appostate delle sentinelle per impedirgli la fuga”, I pirati della Malesia, II, 6), della Deledda (“Infine si fece coraggio e socchiuse la finestra: vide che la strada era deserta, la porta solitaria”, L'incendio nell'oliveto, 3). Per questi esempi e quelli che seguono mi sono state preziose la biblioteca virtuale di LiberLiber e la Biblioteca Italiana della Sapienza.
Due felici eccezioni vengono da Manzoni:
- Apri, - risponde sommessamente la nota voce. La vecchia tira il paletto; l'innominato, spingendo leggermente i battenti, fa un po' di spiraglio: ordina alla vecchia di venir fuori, fa entrar subito don Abbondio con la buona donna. Socchiude poi di nuovo l'uscio, si ferma dietro a quello, e manda la vecchia in una parte lontana del castellaccio. (Promessi sposi, 24)
e da De Sanctis:
“Dunque, – dicevo, – allons, pensiamo alla lezione”; ma la lezione non voleva andare, e stava sempre lì, tra quelle prime idee, e io ci stagnavo come in una palude. Più era lo sforzo, e più m’ingarbugliavo e non facevo via. Mi provai a socchiudere le imposte, per togliermi dagli occhi quel maledetto balconcino; ma che!
(era un balconcino a cui talvolta si affacciava una fanciulla di cui il giovane De Sanctis era invaghito e che ora era sparita da qualche giorno; La Giovinezza: frammento autobiografico, 22).
Gli occhi e la bocca, quanto al socchiuderli, tendono a seguire movimenti opposti.
Gli occhi, o le palpebre, si tende a socchiuderli veramente, per il sonno, o per vedere meglio qualcosa, o per proteggersi dal sole, o magari perché si sta per ricevere un bacio. La bocca, che al contrario degli occhi è per la maggior parte del tempo chiusa - a meno di non andare in giro a bocca spalancata come gli scemi - la si socchiude nel senso di aprirla appena, magari per dare il bacio di cui sopra, o perché si sta per dire qualcosa, e così via.
Leon Battista Alberti è uno dei primi a socchiudere gli occhi:
E molto giova a gustare i lumi socchiudere l'occhio e strignere il vedere coi peli delle palpebre, acciò che ivi i lumi si veggano abacinati e quasi come in intersegazione dipinti. (Versione in volgare del De pictura.)
Dopodiché, alla rinfusa, di nuovo Verga (“la luce che le faceva socchiudere gli occhi abbarbagliati”, novella “Il come, il quando ed il perché” da Vita dei campi), De Amicis (parlando di Parigi: “Qui par che faccia giorno daccapo. Non è un'illuminazione; è un incendio. I boulevards ardono. Tutto il pian terreno degli edifizi sembra in fuoco. Socchiudendo gli occhi, par di vedere a destra e a sinistra due file di fornaci fiammanti”, Ricordi di Parigi), Salgari (“Erano già trascorse le due ore, e cominciava a socchiudere gli occhi invitato dal leggero dondolamento dell'aerostato, quando tutto ad un tratto la navicella subì una scossa violenta”, Attraverso l'Atlantico in pallone), Tozzi (“Ella rideva agli avventori; e allora le sue gote incipriate, sode e rotonde, si gonfiavano fino a farle socchiudere gli occhi”, non a caso in Con gli occhi chiusi)...
Fra le altre cose che un tempo venivano socchiuse comme il faut ci sono i ventagli (“E con la man, che lungo il grembo cade / Lentamente il ventaglio apre e socchiude”, Parini, La notte) e le corolle (“...l’elitropio, che quasi beandosi nel sole diurno, gli tien dietro amorosamente nel suo giro, ma quando lo vede occultarsi, inchina melanconico il suo stelo e socchiude la sua corolla”, Gioberti, Del primato morale e civile degli Italiani).
Per quanto riguarda l'uso contemporaneo, i due significati continuano a convivere, con una lieve preferenza per “aprire appena”, ma spesso, non conoscendo il contesto, non è chiaro quale dei due si stia usando, e l'effetto è ambiguo.
Nel linguaggio giornalistico, di frequente qualcuno “socchiude la porta” a qualcun altro: il più delle volte significa che si sta mostrando disponibile al dialogo o a una collaborazione (“La NATO socchiude la porta ai paesi dell'Est: «Entreranno in futuro ma senza isolare la Russia»”, “Il Pd socchiude la porta al gruppo Battaglia”), ma non sempre (“Casini socchiude la porta al PdL ma spera in una mano del Cav.”). Direi che il primo uso è influenzato da quello di “schiudere”, che somiglia nella forma e - anche se nel verso opposto - nel contenuto al nostro “socchiudere”.
A giudicare da quello che suggerisce Google, oggidì si socchiudono (in versi opposti) per lo più porte figurate e occhi reali. Tra i rari casi stravaganti, trovo un fronte freddo (“Anticiclone in prima linea: per le ECMWF si socchiude l'incursione artica della prossima settimana”) e una fornitura di gas (“Guerra del gas: la Russia socchiude i rubinetti. L’Ucraina protesta”, e questa volta il socchiudere va nel verso giusto).
Trovo un po' curioso che, nonostante la quantità di usi “sbagliati”, pare che il significato di “aprire appena” non sia entrato nei dizionari, nonostante il fatto che in genere i lessicografi registrano l'uso effettivo di una parola, soprattutto se sostenuto dai testi letterari.
I miei 2,5 lettori a quest'ora avranno abbondantemente socchiuso le palpebre...
giovedì 9 luglio 2009
Fresco o frescone?
Il quotidiano gratuito romano che ci ha già offerto altre perle pubblica oggi una foto che ritrae uno striscione esposto da alcuni attivisti ambientalisti:
“KEEP THE CLIMATE COOL”.
Secondo i genii del giornale, che a quanto pare sono molto ferrati sia in inglese che in problemi ambientali, significa “Fermate il clima freddo”...lunedì 18 maggio 2009
Traduttori traditori II
Come mi ripromettevo in “Traduttori traditori I”, si dice il peccato ma non il peccatore, e quindi ecco qualche svista che ho colto nella traduzione di un libro letto di recente, e che rimarrà non menzionato (dato che, ricordo, l'intenzione non è di mettere qualcuno alla berlina, ma di segnalare qualcosa che può essere utile, o almeno dilettevole).
Nel complesso è tradotto bene, a parte qualche piccolo calco di quelli che scappano facilmente traducendo, come in questo caso, dall'inglese (aggettivi prima del nome anche quando suonerebbero meglio dopo; “sapienza convenzionale” per conventional wisdom...).
In più c'è un paio di errori oggettivi, in genere riguardanti termini relativi a Internet o al linguaggio scientifico.
Parlando di siti per fare conoscenze si menziona il “sito web MySpace-style", come se fosse il nome di un sito, o quanto meno un modo per designarlo. Io avrei detto qualcosa come “il sito web simile a MySpace” o eventualmente “in stile MySpace”.
Questo è in un certo senso il più serio. Vengono menzionati a un certo punto fantomatici “automatismi cellulari”, dove dal contesto sono certo che si parlasse di “automi cellulari”. Forse chi ha tradotto, non avendo presente il concetto, ha semplicemente letto male cellular automaton inserendoci mentalmente una i e facendone un'automation?
Infine, uno scienziato descrive gli effetti fisici di un impatto tra un'automobile e un pedone, commentando il fatto che il corpo umano non è fatto per muoversi a velocità superiori a una trentina di chilometri all'ora, e parla di “essere colpiti da auto pesanti una tonnellata alla velocità di novantacinque chilometri all'ora (un impeto notevole)”. In quell'“impeto”, soprattutto dato il contesto scientifico, io leggo un momentum, cioè una “quantità di moto”.
Nel complesso è tradotto bene, a parte qualche piccolo calco di quelli che scappano facilmente traducendo, come in questo caso, dall'inglese (aggettivi prima del nome anche quando suonerebbero meglio dopo; “sapienza convenzionale” per conventional wisdom...).
In più c'è un paio di errori oggettivi, in genere riguardanti termini relativi a Internet o al linguaggio scientifico.
Parlando di siti per fare conoscenze si menziona il “sito web MySpace-style", come se fosse il nome di un sito, o quanto meno un modo per designarlo. Io avrei detto qualcosa come “il sito web simile a MySpace” o eventualmente “in stile MySpace”.
Questo è in un certo senso il più serio. Vengono menzionati a un certo punto fantomatici “automatismi cellulari”, dove dal contesto sono certo che si parlasse di “automi cellulari”. Forse chi ha tradotto, non avendo presente il concetto, ha semplicemente letto male cellular automaton inserendoci mentalmente una i e facendone un'automation?
Infine, uno scienziato descrive gli effetti fisici di un impatto tra un'automobile e un pedone, commentando il fatto che il corpo umano non è fatto per muoversi a velocità superiori a una trentina di chilometri all'ora, e parla di “essere colpiti da auto pesanti una tonnellata alla velocità di novantacinque chilometri all'ora (un impeto notevole)”. In quell'“impeto”, soprattutto dato il contesto scientifico, io leggo un momentum, cioè una “quantità di moto”.
venerdì 27 febbraio 2009
L'uomo che sussurrava alle trilobiti
La Repubblica on line, buona ultima, si è accorta di una notizia di cui hanno già parlato varie testate nonché qualche blog anche da noi (per lo meno quello di .mau.), e cioè di una ricerca dell'Università di Reading che avrebbe appurato quali sono le più antiche parole dell'inglese - o in realtà delle lingue umane (indoeuropee?) in generale - e che fa previsioni su quali parole non sopravvivranno. Ecco qui che cosa ne dice per esempio la BBC, e come il Times la presenta in termini di manuale di conversazione per viaggiatori del tempo che vogliano visitare l'età della pietra.
La Repubblica, forse per recuperare il tempo perduto, ha voluto un po' strafare. Io non sono un paleoantropologo, ma visto che l'Homo sapiens esiste da circa 200.000 anni, sono abbastanza certo che milioni di anni fa non ci fosse in giro molta gente simile a noi che parlava (a parte i viaggiatori del tempo di cui si diceva...):
La Repubblica, forse per recuperare il tempo perduto, ha voluto un po' strafare. Io non sono un paleoantropologo, ma visto che l'Homo sapiens esiste da circa 200.000 anni, sono abbastanza certo che milioni di anni fa non ci fosse in giro molta gente simile a noi che parlava (a parte i viaggiatori del tempo di cui si diceva...):
martedì 11 novembre 2008
Quelle che sono le 10 locuzioni più fastidiose
Non sorprendentemente, soprattutto per chi segue un po' di liste di discussione e di siti di informazione in rete, anche l'inglese ha le sue parole e locuzioni che, già sgradevoli in partenza, lo diventano vieppiù per il fatto di essere usate di continuo: anche l'inglese ha i suoi "particolare", i suoi "piuttosto che", i suoi "XXX non solo", i suoi "è emergenza XXX" e così via.
La lista delle 10 espressioni più irritanti dell'inglese contemporaneo, secondo un gruppo di ricercatori di Oxford, sarebbe:
1 - At the end of the day
2 - Fairly unique
3 - I personally
4 - At this moment in time
5 - With all due respect
6 - Absolutely
7 - It's a nightmare
8 - Shouldn't of
9 - 24/7
10 - It's not rocket science
Più dettagli qui: Oxford Researchers List Top 10 Most Annoying Phrases
La lista delle 10 espressioni più irritanti dell'inglese contemporaneo, secondo un gruppo di ricercatori di Oxford, sarebbe:
1 - At the end of the day
2 - Fairly unique
3 - I personally
4 - At this moment in time
5 - With all due respect
6 - Absolutely
7 - It's a nightmare
8 - Shouldn't of
9 - 24/7
10 - It's not rocket science
Più dettagli qui: Oxford Researchers List Top 10 Most Annoying Phrases
domenica 19 ottobre 2008
She good at language
In caso non si legga bene, il personaggio effigiato da questa bambola è così descritto:
A beautiful girl called Beatrice,
her bright, lively, cheerful, long hair,
white skin, slim figure, emblazoned dress,
she usually likes to dress themselves,
she good at languages,
sweet voice with a bright smile has
expressed her foot so happy,
mody happiness, her life full of laughter.
Fairy tales and fantasy,
in the eyes of others it is her fairy tales,
the princess!
E se non amate giocare con le bambole, potete sempre cimentarvi in una partita a scacchi, che è un exploited wisdom game...
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