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lunedì 26 ottobre 2026

Charles Bronson, il teodolite e un libro nuovo

In realtà Charles Bronson (i cui film pure sono uno dei miei guilty pleasure preferiti) in questo momento non c'entra particolarmente: quello che mi interessa adesso è lo strumento che ha accanto. È un teodolite, uno strumento per misurare angoli nella vita vera, a differenza del goniometro, che serve a misurarli su un foglio. Ha un piccolo cannocchiale che si punta in una direzione, poi lo si punta in un'altra, e si legge l'angolo fra le due direzioni. Serve per misurare terreni, rilevare altezze, fare osservazioni di tutti i tipi.

È uno degli argomenti e delle illustrazioni di Sulle cose inaccessibili, il libro che ho scritto e che è appena uscito presso la Luiss University Press.

Come vuole suggerire il titolo, parlo dei modi in cui l'umanità è riuscita a studiare e a misurare cose a cui non poteva accedere direttamente, dalle piramidi ai monti, ai confini degli imperi e alla distanza del Sole, della Luna e degli astri. Parto da Talete e gli altri antichi greci che cercavano di farsi un'idea di cosa li circondava e arrivo al GPS e oltre.

Buona lettura!

giovedì 18 settembre 2025

Come si chiama il narratore della Recherche di Proust?

Ho in mente di aver letto, forse più di una volta, che il narratore di À la Recherche du temps perdu, di cui tutta la lunghissima narrazione costituisce i ricordi e le riflessioni, non venga mai menzionato per nome, tranne una singola volta. Da quella singola volta apprenderemmo che si chiama Marcel, proprio come l'autore.


Ebbene, non è del tutto vero e in un certo senso non è affatto vero.
Il nome “Marcel” compare in tutto cinque volte, distribuite in due occasioni, strettamente connesse tra loro.

Le prime occorrenze sono abbastanza all'inizio di La Prisonnière. Si parla di Albertine che, al risveglio dopo aver dormito a casa del narratore, è per un po' taciturna e perplessa su dove si trova, dopo di che:
Elle retrouvait la parole, elle disait : « Mon » ou « Mon chéri », suivis l'un ou l'autre de mon nom de baptême, ce qui, en donnant au narrateur le même prénom qu'à l'auteur de ce livre, eût fait : « Mon Marcel », « Mon chéri Marcel ».
Nella traduzione di Giovanni Raboni:
Poi, ritrovata la parola, Albertine diceva: «Mio», oppure «Mio caro», seguiti, l'uno e l'altro, dal mio nome di battesimo, che – se si attribuisse al narratore lo stesso nome dell'autore di questo libro – suonerebbe: «Mio Marcel», «Mio caro Marcel».
Non c'è nessuna ambiguità: il narratore non si chiama Marcel. E anzi, nella sua ostinazione nel non volerci rivelare il proprio nome, anche in un contesto in cui gli servirebbe menzionarlo, il narratore lo sostituisce esplicitamente con un altro nome, quello dell'autore del libro, Marcel Proust. (Poi, certo, da una parte sarebbe una vertigine à la Borges capire come facciano a convivere un autore empirico e un narratore che a quel che pare sa di essere un suo personaggio, e conosce e menziona il proprio autore. Dall'altra, molto più prosaicamente, è quello che potrebbe succedere anche in una biografia scritta in prima persona, o in un'autobiografia scritta da un ghost writer, o in un'altra situazione di varia memorialistica.)

Il secondo e ultimo contesto in cui compare il nome “Marcel” arriva qualche decina di pagine dopo e riguarda sempre Albertine: è il testo di un biglietto che lei gli ha mandato tramite un ciclista:

Mon chéri et cher Marcel, j'arrive moins vite que ce cycliste dont je voudrais bien prendre la bécane pour être plus tôt près de vous. Comment pouvez-vous croire que je puisse être fâchée et que quelque chose puisse m'amuser autant que d'être avec vous ? Ce sera gentil de sortir tous les deux, ce serait encore plus gentil de ne jamais sortir que tous les deux. Quelles idées vous faites-vous donc ? Quel Marcel ! Quel Marcel ! Toute à vous, ton Albertine.

O, tradotto da Raboni:

Mio caro e adorato Marcel, sarò da voi meno in fretta di questo ciclista al quale, per far prima, vorrei tanto rubare la bici. Come potete pensare che io sia seccata, e che qualcosa possa divertirmi quanto starvi vicina? Sarà carino uscire noi due insieme, e sarebbe ancora più carino uscire sempre così. Ma insomma, cosa andate mai a pensare? Che Marcel! Che Marcel! Tutta vostra, la tua Albertine.

Quindi è la stessa situazione delle precedenti occorrenze, e il narratore (o l'autore?) non ha ritenuto necessario doverci ricordare che “Marcel” è semplicemente un segnaposto per non esplicitare il vero nome del narratore.

venerdì 22 agosto 2025

Un libraio eccezionale

 


Se non si leggesse bene: si parla dalla libreria Tombolini (a Roma, in via IV Novembre) e si ricorda che “quando la libreria si chiamava ancora Mantegazza, Moravia quindicenne, che con altri giovani la frequentava, fu colpito da un libro in vetrina. Era ‘Una stagione all'inferno’ di Charles Baudelaire, una vera folgorazione per un adolescente in crisi”.

Ora, Mantegazza doveva essere davvero un libraio eccezionale, se aveva una copia di Una stagione all'inferno di Charles Baudelaire...

(A scanso di equivoci, si tratta ovviamente di una svista veniale dell'estensore di questa scheda, e non dice niente sul vero Mantegazza, e tanto meno sulla Tombolini che è una delle poche vere Librerie con la L maiuscola rimaste a Roma.)



martedì 25 marzo 2025

Libri usati a Roma


Segnalo, in ideale pendant con la mia paginetta su “Librerie dell'usato, bancarelle e mercatini a Roma”, un bell'articolo di Augusto Monterroso su Collettiva a proposito del fatto che Le librerie dell’usato di Roma sono un presidio culturale.

L'articolo ricorda i tempi in cui a Roma c'era una cinquantina di librerie dell'usato oltre alle bancarelle, poi le chiusure o trasferimenti progressivi e adesso alcune lodevoli iniziative, come “Esquilibri”, mostra-mercato mensile sotto i portici di piazza Vittorio, che ha tra gli animatori Michelle Müller della storica libreria Libri Necessari.

(Rubo anche l'immagine da Collettiva...)




mercoledì 7 febbraio 2024

Uno su mille


Sto leggendo l'interessantissimo Fascism. A Very Short Introduction di Kevin Passmore, che conferma l'utilità di queste sintesi, che sono più o meno il corrispondente britannico dei Que sais-je? francesi.

Oltre a fare un riassunto degli eventi storici che portarono all'ascesa dei fascismi del primo dopoguerra e di quelli attuali, si pone il problema di capire come si possa definire il fascismo in generale, di quali tratti permettano di dire che un certo movimento o regime vi rientra o no. La conclusione – in realtà chiarita fin dalle prime pagine – è che non è possibile. Esaminando la situazione in nazioni diverse e spesso anche all'interno di uno stesso movimento, possiamo trovare tratti rivoluzionari e conservatori, elitari e di massa, nazionalismo e internazionalismo e così via. Non sempre, non tutto, anzi, ma abbastanza da rendere pressoché impossibile stilare un elenco di caratteristiche e dire che un movimento è fascista se le presenta tutte e sole.

Ma questo è un blog di pignolerie, non di storia o politica, e quindi qui voglio segnalare solo una citazione curiosa. Mostrando che uno dei tratti di alcuni neofascismi contemporanei consiste nel desiderio di non confondersi con il resto della società, pure più che singole convinzioni o istanze ideologiche, cita Charles Hall, commander della White Aryan Legion, che dice tra l'altro che “portando una croce uncinata sulla pelle o sulla camicia, ci si distingue dal 99,9 per cento della popolazione”.

Ora, intanto questo significherebbe che di simili a lui c'è ancora un millesimo della popolazione, che non è neppure pochissimo. Anzi, gli piacerebbe avere 300.000 co-legionari negli Stati Uniti. (Sì, gli USA sono pieni di gente che pensa cose molto discutibili, ma per molti di loro l'etichetta di “fascisti” sarebbe impropria, se non in un senso molto lato.)

Ma soprattutto, ammesso di voler avere qualcosa che ci distingua da altre 999 persone su mille, e senza aspirare a qualifiche rare o titoli di studio elevati, basta fissare la propria residenza ad Anzio, a Carrara o a Olbia (ognuna delle quali contiene circa un millesimo della popolazione italiana).

domenica 7 maggio 2023

Il deludente “Manhattan Project” di Stefano Massini

Mi è capitato di leggere Manhattan Project di Stefano Massini, perché la storia della bomba mi sta molto a cuore ed ero curioso di vedere come era stata reinterpretata in chiave teatrale.

Non si tratta di un testo teatrale tradizionale: non c'è una suddivisione in atti e scene, né un elenco di personaggi, né vere e proprie battute attribuite all'uno o all'altro e tanto meno didascalie sui movimenti in scena. È più un testo poetico, diviso in parti e capitoli. Ognuno dei capitoli si rifà a temi veterotestamentari (“Libro dei Patriarchi”, “Libro dei Re” etc.) e anche lo stile vuol essere quasi biblico e aulico.

Però, per scrivere la Bibbia bisogna saperlo fare. Così com'è, il risultato è vacuo, fasullo, baricchiano.

Riduce le figure dei fisici del Progetto Manhattan a macchiette, a personaggi da cartone animato ognuno dei quali ha una singola frase o gesto tipico, che viene ripetuto pari pari, alla lettera, ogni santa volta che ricompare. Per esempio Leó Szilárd, prima di parlare, fa sempre la stessa cosa: “Si tolse gli occhiali / pulì le lenti / era il suo modo di prendersi tempo, da sempre”. È il modo di Massini di prendersi tempo e allungare il brodo? Pensa che così si caratterizzino i personaggi, si dia loro statura epica?

E anche “localmente” c'è un gusto esasperato per la ripetizione: in praticamente ogni pagina c'è una parola o una locuzione ripetuta varie volte di seguito, immagino sperando di ottenere un qualche effetto stilistico (“bocca cucita / bocca cucita / bocca cucita / bocca cucita / bocca cucita / bocca cucita / bocca cucita”).

Tralascio le imprecisioni fattuali (come la presenza di Erdős tra gli altri partecipanti al progetto), considerandole licenze poetiche. Ma anche al netto di ciò ci sono imprecisioni imbarazzanti, quali “Erdős Paul” usato come versione ungherese del nome (p. 32); l'affermazione che i neutroni si possono scindere (35); la “decadenza beta” (40); l'Eterno che crea il mondo in sette giorni e si riposa l'ottavo (204); Oppenheimer che è tentato di sabotare la pila di Fermi infilando una penna nell'ingranaggio (211): come pensa Massini che fosse fatta?

Peggio di tutto, però, è l'approccio infantile alla caratterizzazione dei fisici in quanto tali. Si esprimono usando metafore di una banalità imbarazzante (“Io sono un protone, tu sei un elettrone”) o spiegandosi le cose in termini elementari, come Szilárd (Szilárd!) che spiega a Oppenheimer (a Oppenheimer!) che cos'è una reazione a catena, raccontando di un bambino che lancia un petardo che fa frenare bruscamente un tram che fa cadere una ciclista che... Al paragone i dialoghi fra i personaggi di The Big Bang Theory sono riflessioni profonde sulla natura e le responsabilità della fisica.

lunedì 13 gennaio 2020

Incredibile davvero

Alcuni mesi fa ho letto L'incredibile cena dei fisici quantistici di Gabriella Greison, che mi era stato regalato, e alcune cose non mi avevano convinto. Avevo scritto all'autrice, ma chissà se l'indirizzo era quello giusto; comunque non ho mai ricevuto risposta. Giro qui il grosso di quello che avevo scritto. Magari qualcun altro può confermare o correggere qualche mia osservazione. Aggiungo qui tra parentesi graffe alcuni chiarimenti che non erano necessari nella lettera all'autrice e ometto i problemi puramente tipografici.

ho letto la sua “Incredibile cena” partendo con le migliori aspettative ... ma purtroppo mi ha molto deluso. Alcuni dei motivi sono, ovviamente, puramente soggettivi: l'ampio spazio che lei dedica a se stessa, l'eccessivo (per me) attardarsi su tic, stranezze e pettegolezzi relativi ai fisici (capisco l'esigenza di renderli umani, ma di qualcuno rischia di rimanere solo questo); l'andare continuamente avanti e indietro fra presente (della narrazione), passato e futuro, che non mi sembra aiuti molto la comprensione. Ma, ripeto, queste sono opinioni personali e sicuramente altri lettori apprezzeranno tutte queste cose.
   Quello che invece trovo grave è l'ampia quantità di errori oggettivi, punti poco chiari, anacronismi e refusi che affollano il libro. ... sono dell'opinione che un libro, o qualunque altra cosa, vada stimato in base a ciò che ha di buono e non alle inevitabili imperfezioni. Ma qui i ripetuti intralci alla lettura erano tali che ho fatto fatica ad arrivare in fondo.
   Ho appuntato qua e là qualche problema, tutt'altro che sistematicamente:

* Citazione in epigrafe erroneamente attribuita a Einstein (cf. Di Maio). {Si tratta della classica citazione inventata “Tutti sanno che una cosa è impossibile. Poi arriva uno che non lo sa e la fa”.}
* 69, -11: “c'era la guerra”: quale, nel 1905-09?
* 96-7:  Heisenberg/Heinsenberg: quale delle due citazioni è di Heisenberg, e di chi è l'altra?
* 97: La vicenda accademica di Heisenberg è narrata in modo confuso (si iscrive all'università, poi diventa docente, poi si iscrive di nuovo, poi scopre la fisica atomica prima di cominciare gli studi...).
...
* 134, 4: I primi aviogetti nel 1927?
...
* 182, -6: sciatore > oscillatore; e vari altri problemi nel discorso di Bohr, che non è né una trascrizione/traduzione letterale, né un riassunto...
* 187, 11-14: In realtà Fermi da adulto disdegnava le letture non attinenti ai suoi studi; è solo che aveva una buona memoria e si teneva strette le letture dei classici fatte a scuola. {Si diceva che Fermi era un “grande amante della letteratura”, cosa notoriamente falsa.}
...
* 165, 13 e 194, -1: herr [che dovrebbe essere scritto maiuscolo, e comunque semmai Professor, Doktor...]
* 198: Einstein menziona anacronisticamente le forze nucleare debole e nucleare forte (nel caso di quest'ultima, in anticipo di decenni) e il problema della loro unificazione.
...
* 200, -1: Che senso ha “Sausage Party”, in maiuscolo e in inglese? Non è che fosse un nome speciale: significa solo che facevano grandi mangiate di würstel. {Si parlava dei Würstel-Abende di Schrödinger.}
* 215, -15: “disisntregato” (ci sono vari refusi, come se il libro fosse stato scritto di getto – solo qualche esempio a caso: 120: sprono; 246: motiviazioni; 247: controccorrente; accenti mancanti in parole francesi, concordanze mancate... – ma cito questo perché è simpatico e ha un'interessante vicinanza con “stregato”)
...
* passim: il curioso uso di “documento” per indicare gli articoli scientifici.
* La bibliografia ha vari problemi: a volte l'editore è indicato prima del luogo di edizione, a volte dopo e a volte per niente; a volte è indicata l'edizione originale e a volte quella italiana; l'uso dei corsivi e il modo di indicare gli autori non sono coerenti etc.

giovedì 1 novembre 2018

Mise en abyme


Un’immagine di Roma.
Un’“Immagine di Roma”.
Un’immagine di “Immagine di Roma”.
Un’immagine di Roma e un’“Immagine di Roma”.

martedì 6 settembre 2016

Libri usati per tutti (a Roma)

Mi sono deciso finalmente a rimettere le mani sul mio elenco ragionato di librerie dell'usato, mercatini e bancarelle di Roma in cui si possono trovare libri usati a buon prezzo.
Per un certo tempo avevo pubblicato e tenuto aggiornata la versione precedente di questo elenco su una mia pagina precedente, presso l'università in cui lavoravo. L'elenco ebbe una certa notorietà: vari mi scrissero per inviare commenti, segnalazioni, correzioni e alcune versioni anonime dello stesso elenco girano ancora per la rete, ovviamente non più aggiornate.
Ecco ora la versione, ehm, 2.0 dell'elenco di librerie usate (e il link dovrebbe essere anche qui a sinistra da qualche parte, per lo meno nella versione web), che conto di tenere aggiornato, anche perché non mi è esattamente estranea l'idea, in un momento libero o anche in un momento in cui dovrei far altro, di rilassarmi razzolando tra libri vecchi.

venerdì 12 settembre 2014

Non per fare polemica...

Oh, ogni tanto si legge ancora qualche bella reductio ad Hitlerum nitida, in prima battuta, come si deve!

In due parole: stroncatura di un thriller di cui la recensora dice che è mal scritto, mal costruito, troppo debitore di Thomas Harris, ma soprattutto molto maschilista. In mezzo a commenti di approvazione uno dice «A me la questione del maschilismo sembra secondaria: se proprio devo scegliere, preferisco leggere un romanzo maschilista ma ben congegnato piuttosto che il contrario (dopotutto Bret Easton Ellis, Martin Amis e Michel Houellebecq sono tutti dei gran maschilisti e tuttavia grandi autori)». Ed ecco che gli controbattono (non si sarebbe detto, eh?): «Non per fare polemica, però è come se dicessi che il Mein Kampf è un buon libro nonostante le idee razziste. Ovvio che non può essere così».

(Per il resto non so niente del libro, né della recensora, né dei commentatori. Potete trovare tutto qui, se vi interessa.)

giovedì 30 gennaio 2014

Quattordici cartelle al giorno

Di Luciano Bianciardi ai traduttori capita di parlare spesso, e a ragione, e con cognizione di causa (ad alcuni giornalisti, invece, è rimasta impressa solo quella cosa lì della “vita agra” e la ritirano fuori a ogni piè sospinto).

Ma forse non ci rendiamo conto – o almeno non me n'ero reso compiutamente conto io prima di un certo incontro fortuito – di quanto dovesse essere stata faticosa la sua attività di traduttore, in mezzo alla quale trovava pure il tempo di scrivere del suo.
Cercando in rete una cosa su Bianciardi, ho trovato il sito a lui dedicato, curato dai figli, che contiene tra l'altro un elenco di tutte le sue traduzioni (anno per anno, dal 1955 al 1972). Ho cominciato a compulsarlo, sorridendo ogni tanto quando mi rendevo conto di avere, senza saperlo, più di un libro tradotto da lui.
Ma la cosa che fa impressione è la quantità, oltre che l'eterogeneità, del materiale che traduceva. Nel giro di pochi mesi si va da Faulkner a Kennedy, dalla Fisica del neutrone al Tropico del Cancro e al Tropico del Capricorno di Henry Miller (pubblicati dalla Feltrinelli, ma per i quali «per eludere la censura, si finse un’edizione all’estero, riservata al mercato estero, adoperando il marchio prestato da un editore svizzero [Impr. la Semeuse]; in realtà il volume fu stampato a Varese, immagazzinato in Italia e venduto sottobanco»).
Soprattutto, ciò che è importante e attualissimo, in questo modo ci si può fare indirettamente un'idea di quanto poco venisse pagato. Ci furono anni, soprattutto all'inizio dei Sessanta, in cui tradusse anche 5000 pagine (pagine stampate, non cartelle, ma un'idea la danno). E dato che non mi risulta avesse esattamente una flotta di limousine, penso alla miseria che doveva ricevere.
(Angolino aritmetico: 5000 pagine in un anno significano quasi 14 pagine al giorno, estate e inverno, domeniche e feste comandate, sani o malati, comprese riletture, ricerche o qualsiasi altro lavoro accessorio. E tutto a ditate sui tasti della macchina per scrivere.)

venerdì 24 gennaio 2014

Amore, matematica e picnic

Come sa chi mi conosce, mi divertono le piccole coincidenze, ed eccone una.
In questi giorni sto leggendo Roadside Picnic (Piknik na obočine) di Arkadij e Boris Strugackij – noto anche per il film Stalker che ne trasse Tarkovskij – nella traduzione inglese di Olena Bormashenko. Perché ne stia leggendo questa versione, dopo averla raffrontata con la precedente traduzione inglese e le due italiane, è un'altra storia.
Sempre in questi giorni sto traducendo Love and Math di Edward Frenkel, un saggio molto autobiografico di un matematico russo.
Si tratta quindi, in entrambi i casi, di testi in inglese scritti da autori nati in Russia, e inoltre anche Boris Strugackij aveva una formazione scientifica, ma c'è qualcosa di più specifico.



L'Unione Sovietica era un grande paese, composto da molte nazionalità, ma “nazionalità” era anche un termine specifico, che di fatto serviva per distinguere le minoranze sgradite: tra le nazionalità c'erano gli armeni, i tatari e, ovviamente, gli ebrei. E la nazionalità risultava a chiare lettere sulla tristemente famosa pjataja grafa, la “quinta riga” del passaporto interno, dopo nome, patronimico, cognome e data di nascita.
Se i genitori erano di nazionalità diverse potevano scegliere quale assegnare ai figli, ed è comprensibile che se solo uno dei due era ebreo, a volte per quieto vivere non fosse quella la nazionalità scelta.

E questo è esattamente il caso sia dei fratelli Strugackij che di Frenkel, sia gli uni che l'altro di madre russa e di padre ebreo, nella classificazione sovietica degli esseri umani. In tutti e tre i casi loro avevano nazionalità russa, ma in tutti e tre i casi la cosa non bastò a impedire seccature (hint: eufemismo).
In un caso il cognome Frenkel stesso tradiva le origini ebraiche e, se non fosse bastato, anche il nome del nonno paterno (che risultava dal patronimico del padre), Joseph.
Nell'altro caso, a tradirli era il patronimico di Arkadij e Boris, Natanovič, tanto che arrivarono addirittura a usare il patronimico falso Nikolajevič, il primo in un passaporto interno (ma si era anche nel 1942, con i tedeschi alle porte) e il secondo a scuola. Maggiori lumi in una bella recensione (in inglese) di una biografia russa degli Strugackij.

martedì 18 giugno 2013

Benvenuti a Chernobyl

Mi fa piacere rendere partecipi i miei 2,5 lettori del fatto che è appena uscito Benvenuti a Chernobyl. E altre avventure nei luoghi più inquinati del mondo, la mia traduzione di Visit Sunny Chernobyl: And Other Adventures in the World's Most Polluted Places di Andrew Blackwell. Mi fa piacere perché è un libro che ho letto e tradotto con piacere (e di cui ho regalato con piacere ad alcune persone amiche le copie che mi spettavano).

Come suggerisce il sottotitolo, è un diario di viaggio molto personale a Černobyl’, in una miniera canadese di sabbie bituminose, nella “città più inquinata del mondo” (ma in realtà no) in Cina, nella chiazza di immondizia del Pacifico e in altri ameni luoghi del genere, in cui l'orrore per la devastazione ambientale e umana convive in Blackwell con una sorta di fascino per il fatto stesso che sia possibile modificare l'ambiente su scala così ampia. Un esempio per tutti: dove vengono lavorate le sabbie bituminose per trarne – in modo a sua volta molto inquinante – qualcosa di utilizzabile a mo' di petrolio,
... c’era l’area di stoccaggio dello zolfo, anche se chiamarlo «area di stoccaggio dello zolfo» è come chiamare le piramidi «area di stoccaggio della pietra».
Un sottoprodotto del processo industriale della Syncrude è una quantità monumentale di zolfo, di cui non si sa che fare né a chi venderlo. Così viene messo da parte, in grosse lastre gialle, un livello ingombrante sull’altro, fino a erigere, attualmente, un trio di enormi ziggurat tronche alte quindici o venti metri e larghe qualcosa come quattrocento metri. Come tutto quello che c’è qui in giro, sono probabilmente tra le strutture artificiali più grandi della storia umana, ma non ne avevo mai sentito parlare. Una piramide di zolfo non fa notizia, mi sa. ...
Un giorno, però, la Syncrude o i suoi successori vedranno in questi oggetti enormi – giganteschi, monumentali, immani, apocalittici – l’opportunità che veramente rappresentano. I turisti del futuro saliranno fino in cima ai loro gradoni, soggiorneranno in alberghi di zolfo scavati al loro interno, sorseggeranno cocktail gialli e assisteranno agli incontri di tennis del Syncrude Open, in cui si useranno palle azzurre perché siano visibili sui campi gialli. Migliaia di anni dopo, gli esploratori che si apriranno la strada tra le giungle della Cameximeriga del Nord ci si imbatteranno e saranno abbagliati dalla semplicità dell’architettura dei nostri templi, al contempo rozzi e grandiosi, e faranno congetture sui motivi che ci spinsero a adorare lo zolfo al di sopra di ogni altro elemento e si renderanno conto che i faraoni erano dei mentecatti.
E così via. Potete leggere qualche altro estratto sul Post (con menzione del nome del traduttore) e su Internazionale (senza).

(Per i più attenti e pignuoli: com'è, anche alla luce del recente guest post di Paolo Gangemi, che nel titolo e anche nel testo, abbondano le menzioni di “Chernobyl” all'inglese, anziché di un più corretto “Černobyl’”? Scelta dell'editore. Ma quasi tutti gli altri nomi russi e ucraini sono traslitterati come norma internazionale comanda.)

sabato 20 aprile 2013

Sostiene Calasso

Sostiene Roberto Calasso:

Se ovunque, nelle foreste brasiliane come nel deserto del Kalahari, nella Cina arcaica come nella Grecia omerica, in Mesopotamia e in Egitto come nell'India vedica, la prima forma in cui si è manifestato il linguaggio è stata quella del racconto - e ogni volta di un racconto che parlava di esseri non del tutto umani -, questo presuppone che nessun altro uso della parola apparisse più efficace per stabilire un contatto con entità che ci avvolgono e ci sopravanzano. (Roberto Calasso, L'impronta dell'editore, Adelphi, 2013, pag. 73)

Quante petizioni di principio, esplicite o implicite ci trovate? Io almeno quattro, e non sto contando separatamente Brasile, Kalahari, Cina etc.

sabato 2 febbraio 2013

Un apocrifo di Lem

Nei giorni scorsi mi è capitato di fare una piccola scoperta bibliografica.

Sono necessari due antefatti, anche se più d'uno dei miei 2,5 lettori non ne avranno bisogno.

Antefatto 1. Per introdurre alcuni concetti sull'infinito, si menziona spesso l'albergo di Hilbert, un hotel che ha infinite camere numerate progressivamente: 1, 2, 3...
Uno degli aspetti mirabili di questa struttura ricettiva è che, anche quando è completamente piena, c'è modo di accogliere ancora qualche ospite, pur senza costringere nessuno a condividere la camera con un estraneo. Poniamo che arrivi un nuovo viaggiatore imprevisto. Basterà chiedere cortesemente (il posto di direttore dell'albergo di Hilbert è riservato a persone più che diplomatiche) all'occupante della camera 1 di trasferirsi nella camera 2, a chi occupava la 2 di spostarsi nella 3 e così via. A questo punto tutti hanno una camera ed è rimasta vuota la 1. Basta rifare il letto, ed eccola pronta per l'ospite inatteso.
Con una variante dello stesso trucco si possono accogliere dieci, cento, mille nuovi avventori... e persino infiniti. In quest'ultimo caso, un modo consiste nello spostare l'ospite della 1 nella 2, quello della 2 nella 4, quello della 3 nella 6 e così via, trasferendo ognuno nella camera con numero doppio rispetto a quella originaria. In questo modo alla fine rimangono vuote infinite camere, tutte quelle con un numero dispari.
Il tutto serve per illustrare alcuni dei paradossi legati al concetto di infinito, a far vedere che un insieme infinito può contenerne propriamente un altro (così come l'insieme dei numeri naturali ne contiene propriamente quello dei numeri pari), ma al contempo averne lo stesso “numero” di elementi.

Antefatto 2. Lo scrittore polacco Stanisław Lem è autore di vari racconti e romanzi in cui compare come personaggio o semplice narratore il cosmonauta Ijon Tichy. Più d'uno dei racconti si riferiscono a uno specifico viaggio di Tichy (per esempio le Memorie di un viaggiatore spaziale comprendono il “Settimo viaggio”, “Ottavo viaggio”, “Undicesimo viaggio”...), ognuno dei quali ricco di incontri fantasiosi.

Basta con gli antefatti. In vari libri divulgativi di matematica in lingua inglese, raccontando l'apologo dell'albergo di Hilbert, si cita l'uso letterario che ne ha fatto Lem in un suo racconto di cui viene dato come titolo inglese “The extraordinary hotel or the thousand and first journey of Ion the Quiet”.
Ora “Ion” potrebbe essere un semplice refuso (presumibilmente occorso in occasione della prima pubblicazione inglese, perché tutti lo citano così) e “Quiet” è il significato della parola polacca “Cichy”, che è un quasi omofono del cognome del nostro viaggiatore.
Il vero problema è che questo racconto non compare in nessuna bibliografia di Lem. Me ne sono accorto perché lo menziona un libro (statunitense) che ho tradotto e mi sono intestardito a trovare il titolo originale del racconto e un'eventuale traduzione italiana (in un libro in italiano che cita un testo polacco non ha molto senso dare il titolo inglese).
A farla breve, una piccola indagine mi ha portato a sbrogliare la matassa.

Il racconto non è di Lem. È di un matematico e divulgatore russo, Naum Vilenkin (1920-1991), che lo scrisse in esplicito omaggio a Lem e inserì in un proprio libro divulgativo sulla teoria degli insiemi (che, per chi sa il russo, è disponibile qui).
Il racconto è introdotto con le parole “Но такие гостиницы могут встретиться разве что в рассказах нашего старого знакомого, межзвездного путешественника Йона Тихого. Итак, предоставим ему слово”, cioè “Ad ogni modo, alberghi di tal fatta si ritrovano solo nei racconti di una nostra vecchia conoscenza, il viaggiatore interstellare Ijon Tichij. Pertanto, a lui la parola”.
Esiste una traduzione inglese del libro di Vilenkin, intitolata Stories about Sets, pubblicata dalla Academic Press nel 1968 e tradotta da “Scripta Technica”. (S.T. era presumibilmente un'agenzia di traduzioni: la rete non ne sa molto. Per esempio, in un forum qualcuno chiede, e non trova, lumi su questa società che “did a lot of translation in many fields across many languages of scholarship and science in the sixties and seventies, and apparently into the nineties”.)

Nella traduzione inglese il passo che introduce il racconto diventa “Such hotels can be found in the stories about the interstellar traveler Ion the Quiet, the famous hero of ‘The Interstellar Milkman, Ion the Quiet,’ written by the Polish fantasist Stanislaw Lem. Let's hear what he has to say”. Qui, per il nostro Tichy, oltre alle modifiche al nome che abbiamo già notato e che sono ulteriormente spiegate dal suo transito attraverso il russo (dove “tichij” significa appunto “silenzioso, tranquillo”), gli è apparso il misterioso attributo di “lattaio”. Può entrarci il fatto che in un passo successivo dell'originale russo (che non compare nella traduzione) si parla di un “Club dei Viaggiatori Intergalattici” e ci sarebbe stata una confusione con l'etimo di “galassia”?
La versione inglese non è fedelissima: salta accorpa lima, e in particolare espunge una sezione “Планета мифов” (“Il pianeta dei miti”) in cui - nell'originale - compariva una nota chiarificatrice: “I viaggi di Jon Tichij sono descritti dal famoso scrittore di fantascienza polacco Stanislaw Lem in I diari stellari di Ion Tichij. L'autore dei Racconti sugli insiemi si augura che S. Lem gli perdoni il goffo tentativo di imitazione e che i lettori non rimproverino a S. Lem la scarsa qualità letteraria dell'esposizione dell'Autore”. Diari stellari è la traduzione letterale di Dzienniki gwiazdowe, il titolo originale delle Memorie di un viaggiatore spaziale.

Il libro da cui il racconto sullo “extraordinary hotel” viene in genere citato in ambito anglofono non è però questo di Vilenkin, ma un'antologia apparsa successivamente, Imaginary Numbers, curata da William Frucht (J. Wiley, 1999). Riunisce testi o estratti di Carroll, Calvino, Rucker, Smullyan, Hofstadter e vari altri autori a cavallo tra matematica e letteratura, tra cui numerosi autori di fantascienza (Dick, Gibson, Leiber, Haldeman, Willis, Zamjatin, Ballard, oltre a un vero Lem), qualche poeta (Marvell, Szymborska) e anche il nostro Landolfi.
Il problema è che evidentemente il curatore deve aver frainteso quell'introduzione: l'aggiunta della menzione esplicita di Lem, seguita immediatamente da “Let's hear what he has to say” gli hanno fatto ritenere che il racconto che seguiva fosse di Lem. E quindi nell'antologia (fino alla pagina degli “Acknowledgments”) il racconto risulta di Lem, e come tale viene riportato da tutti quello che lo hanno citato in seguito.
Quindi alla fine è successo proprio quello che paventava Vilenkin quasi come vezzo, che cioè i meriti o demeriti del suo apocrifo su Tichy siano stati rimproverati (o forse lodati) a Lem.

(Per avermi aiutato a far luce sulla questione ringrazio i frequentatori di Science Fiction & Fantasy Stack Exchange, vari altri viandanti più o meno anonimi della rete e soprattutto l'impagabile amico Leonardo M. Pignataro, slavista e molto altro.)

martedì 12 giugno 2012

Stephen King e gli avverbi

Ho avuto di recente occasione di sentir parlare Sandro Veronesi, che pare una persona simpatica e preparata (lo sapevano tuttoi, suppongo, ma io non l'avevo mai visto di persona).

Ma qui mi interessa in particolare un episodio che ha raccontato. All'inizio di un corso di scrittura incoraggiava gli studenti a porre domande o dubbi e uno, tutto timido, gli fa: “Ma questo fatto che non bisogna usare gli avverbi... ma proprio mai mai?” Al che Veronesi salta su e cerca di capire da dove mai venga il malsano consiglio. La fonte è un certo docente, che a sua volta etc. etc. A farla breve, la fonte prima sarebbe Stephen King. E dagli addosso a King, che mette i giovani sulla cattiva strada, che predica male e razzola così così etc. (mia liberissima parafrasi: in realtà non è stato detto nulla del genere).

Insomma, ho cercato di capire che cosa abbia detto veramente King e, se non è andato di persona a sussurrare qualcosa ai docenti di una certa scuola di scrittura torinese, la sua posizione sull'argomento è esposta in On Writing (che consiglio). Qui potete trovare un estratto in inglese; il succo è che, secondo il nostro, “l'avverbio non è un amico”, non è qualcuno cui rivolgersi per fargli fare tutto quello che non vogliamo o sappiamo fare noi. Descrivere un'azione col solo verbo può essere più efficace che accompagnarla con un avverbio:
“Don't be such a fool, Jekyll,” Utterson said 
(“Non faccia lo sciocco, Jekyll”, disse Utterson)
può essere più efficace di
“Don't be such a fool, Jekyll,” Utterson said contemp­tuously 
(“Non faccia lo sciocco, Jekyll”, disse con disprezzo Utterson),
dice King, e così per vari esempi, nei quali sconsiglia anche l'abuso di verbi troppo “pieni di steroidi” (grated, gasped, jerked out).
Ma la cosa più importante è che per King questo bando agli avverbi vale quasi solo all'interno dell'attribuzione delle battute. Per il resto, gli avverbi sono come i soffioni: pochi in mezzo a un prato lo impreziosiscono, troppi lo infestano esageratamente e veementemente.

venerdì 8 giugno 2012

Arrivano i Dragomanni

Più d'uno dei miei 2,5 lettori già lo sa: stanno partendo i Dragomanni.

Che rob'è? È un mio progetto, in cui ho coinvolto vari colleghi traduttori, per tradurre in italiano e pubblicare in proprio - sotto forma di ebook - testi di classici (o libri che dovrebbero esserlo) nonché di autori contemporanei.
È una non-casa editrice. Non ha alcuna struttura societaria ufficiale, ma c'è un coordinamento informale sui titoli da tradurre, una collaborazione redazionale e tecnica: ci si aiuta a vicenda, in sostanza.
Il nostro modello d'impresa, finora, è stata la «zuppa di pietre», come in quella storia del tale che arrivava in un paese con una pietra dalle proprietà magiche: buttata in un pentolone di acqua bollente avrebbe dato una magnifica zuppa. Tutti ne furono entusiasti, tanto che qualcuno offrì un paio di carote per arricchire un po' la zuppa, qualcun altro un osso con un po' di carne attaccata, e così via.
Bene, qui qualcuno ha fornito un logo, qualcun altro ha finalmente messo mano all'idea che aveva da tempo; chi si è cimentato nella stesura delle norme redazionali, chi ha allestito la pagina web. E dalla pietra per niente magica è venuta fuori una vera zuppa saporita che ora si può cominciare a mangiare.

Così, dopo qualche mese di sobbollitura, oggi è pronto il primo ebook e, a giorni, i prossimi due.


Il primo titolo dei Dragomanni è il racconto breve «L'uomo senza collo» di Melinda Nadj Abonji, una scrittrice magiaro-svizzera di lingua tedesca, tradotto da Roberta Gado che ha anche curato una nota sul racconto.
L'ebook è pubblicato in collaborazione con la casa editrice Voland, in occasione dell'uscita, il 14 giugno, del romanzo Come l'aria della Nadj Abonji, sempre tradotto da Roberta Gado. «L'uomo senza collo» si può scaricare gratuitamente, in formato .epub,  dal sito di Simplicissimus.

giovedì 19 gennaio 2012

“Un buon posto per morire” di Tullio Avoledo e Davide Boosta Dileo

Ho letto Un buon posto per morire di Tullio Avoledo e Davide Boosta Dileo. Avoledo di solito è uno Scrittore con la S maiuscola; di Dileo nella mia ignoranza senza fondo so solo quello che dicono il risvolto di copertina e la Wikipedia italiana, e cioè che è “il tastierista e fondatore dei Subsonica, dj, produttore, scrittore, compositore, presentatore televisivo, presentatore radiofonico, cantante, musicista”.

Il succo: rispetto agli altri libri di Avoledo, questo è abissalmente deludente.

La copertina già non promette bene. No, meglio riformulare: la copertina sembra fatta da un dilettante in una giornata no. È un'elaborazione grafica in cui si vedono la basilica di san Pietro, un'arena che ricorda il Colosseo e vari altri edifici disposti a casaccio, ognuno con una sua prospettiva indipendente. Il tutto è sovrastato da nuvoloni apocalittici, virato in rosso e condito abbondantemente con riflessi, flare e altri effetti ottici accattivanti.
E questa è solo la copertina.
(Non bisogna judge a book by its cover, dicono, ma chi se ne intende sa come stanno le cose.)

Il libro può piacere a qualche lettore di Martin Mystère che s'è stufato dei disegni bonelliani ma vuole nuove dosi della stessa droga: un asteroide imminente, nazisti sopravvissuti, basi segrete in Antartide, il golem, un gioco misterioso in cui è celata la Verità, Nostradamus, il Vril, le linee energetiche che collegano i luoghi di potere, Torino magica...


Non ho inventato nulla, e detto così può parere anche divertente, e mi aspettavo e speravo che lo fosse. Non lo è. Ma non vi fidate di me, eh, compratelo e leggetelo. Vi ho pure messo il link lassù: se lo comprate in tanti, forse Amazon mi accredita anche tre centesimi.


Ma questo è un blog di pignolerie, ed è nei dettagli che si cela il diavolo e che Avoledo e Dileo (e il loro distratto editor all'Einaudi) sono spiccatamente manchevoli.
Durante la lettura, quando avevo un pezzo di carta sotto mano - cioè non sempre - mi segnavo quello che non andava. Quindi vi posso dare appena un assaggio della faciloneria con cui A&D hanno affrontato qualunque ostacolo ortografico, scientifico, storico.


Il prologo dovrebbe creare lo sfondo su cui svolge la vicenda: incombe un meteorite che potrebbe distruggere la Terra e la cui conoscenza, da secoli, è appannaggio di cospirazioni e sette segrete. In due pagine scritte in stile pseudoscientifico e piene di dati, A&D riescono a concentrare tante imprecisioni da poterne fare un esercizio per un corso di editing scientifico. Che vuol dire che le probabilità di morire colpiti da un oggetto celeste sono “una su sei milioni”? All'anno? Al giorno? Per persona? È come dire che la probabilità di mangiare un uovo è una su dieci. Ha pure senso, se solo ci si mette d'accordo sul significato. Si spargono allegramente megatoni e numeri vari, ma soprattutto... che cos'è l'“energia cinetica potenziale”?
Siamo arrivati a pagina 7. Il libro ne ha 650: meglio sbrigarsi.


In un libro in cui la lingua tedesca e personaggi tedeschi hanno una certa rilevanza, e buona parte dell'azione si svolge in Antartide, non andrei a scrivere decine di volte Antartika al posto di Antarktika.
I conigli non sono roditori, il Terzo uomo non è un film di Orson Welles, “fante di fiori” in inglese non si dice “Jack of Flowers”, l'ordine che un sottufficiale tedesco dà per mandare alla carica i suoi uomini non è - per più ragioni - “Worwärts, menschen” [tutto sic]. E, ignorando tutte le altre ortografie creative e termini stranieri inutili, concludo con la miglior perla storico-linguistica.
Nel 1912, in un luogo improbabile (ma questo va bene, fa parte della trama) irrompono dei militi tedeschi “urlando «Imperial Kriegsmarine!»”
Che lingua è? Un misto di inglese e tedesco? Io non sono un esperto di storia militare tedesca, ma ci vogliono circa 24 secondi per apprendere che la marina militare tedesca dell'epoca si chiamava “Kaiserliche Marine”.


Non mi fraintendete: è un libro che una volta cominciato si fa continuare a leggere (in particolare, se uno ama un'eco stinta e quasi irriconoscibile dello stile di Avoledo, ripetizioni assortite, cattivi che paiono macchiette e un punto di vista narrativo che balla come un folletto ubriaco).

lunedì 16 gennaio 2012

Chi è stato tradito?

Leggo solo ora sulla “Lettura” (l'ottimo supplemento culturale domenicale del Corriere della Sera) dell'8 gennaio la breve recensione firmata da Franco Manzoni dell'antologia Poeti greci. Da Omero al VI secolo d.C. (edita da Dalai), curata e tradotta da Vincenzo Guarracino. Il libro promette bene, ma non ne parlo perché non l'ho visto.

Scrive tra l'altro Manzoni, che a sua volta è anche poeta e traduttore:
[Guarracino] si mette alla prova [...] cercando di raggiungere la medesima intensità linguistica emozionale dei testi originali. Tradire per ricreare quell'antica fulgida luce [...].
Quello che mi colpisce è che anche un serio critico letterario, e un serio critico letterario che recensisce specificamente una traduzione in quanto tale, si lancia in affermazioni che vanno dal banale (“raggiungere la medesima” etc., certo; che cosa, se no?) al discutibile (ancora “tradire”?), contraddicendosi nel frattempo.

È quasi come se un critico di vini dicesse:
[La tal cantina] si mette alla prova [...] cercando di spremere uva e lasciarla fermentare per ottenere un gustoso nettare. Produrre aceto per deliziare i palati [...].
(Devo l'idea di un parallelo tra la traduzione e la vinificazione, in tutt'altro contesto, all'amico Bruno Osimo.)


martedì 29 novembre 2011

Traduttori traditori IV

Questo invece è quasi un classico, e ne devo la conoscenza all'accademico Giovanni S.

Charles Williams è uno dei più grandi autori di quel genere che oggi si tende a chiamare noir.
Uno dei motivi per cui Williams potrebbe essere vagamente presente anche a chi non frequenta molto la letteratura di genere sono i numerosi film ispirati a suoi romanzi, tra cui Ore 10: calma piatta (Dead Calm), tratto appunto da Dead Calm, ma soprattutto Finalmente domenica! (Vivement dimanche!) di Truffaut, basato su The Long Saturday Night (in italiano Morire d'amore o anche Finalmente domenica!). E poi, molto hard-boiled, molti romanzi, molti film.
Uno dei romanzi più apprezzati di Williams è Hell Hath No Fury, del 1953 (noto ultimamente anche come Hot Spot, dal titolo del film di Dennis Hopper che ne è stato tratto nel 1990). Il titolo originale deriva da un verso di William Congreve citato in modo impreciso. Nella tragedia The Mourning Bride (1697) di Congreve compare questo distico:

Heav'n has no rage like love to hatred turn'd 
Nor Hell a fury, like a woman scorn'd.
(Una traduzione di servizio può essere più o meno: “Il cielo non conosce ira quale un amore mutato in odio / né l'inferno furia quale una donna disdegnata”). Quindi il titolo del romanzo di Williams, a volerlo tradurre “letteralmente”, sarebbe qualcosa come L'inferno non conosce furia... o simili, o magari tutt'altro.
Be', la traduzione italiana classica del romanzo (la cui prima edizione fu, credo, pubblicata nel 1967 da Longanesi) è intitolata L'inferno non ha fretta. Fraintendere “furia” per “fretta” è un toscanismo delizioso, in effetti. (Non che il più recente titolo Il posto caldo, per via del film, migliori molto la situazione.)

Precedenti “Traduttori traditori”: uno, due, tre.