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lunedì 9 maggio 2022

Valzer e non valzer

Di recente mi è capitato di parlare con un amico di brani musicali in 3/4. Mi aveva fatto ascoltare un podcast in cui, per parlarne, si usava in modo intercambiabile il termine “valzer”. Le due cose non sono uguali, e per chiarire le idee prima di tutto a me stesso ho buttato giù due righe.

Il valzer è una cosa ben precisa, una delle cui caratteristiche essenziali è senz'altro di avere un tempo in 3/4, ma ha anche altre caratteristiche culturali e storiche che lo definiscono, prima fra tutte quella di essere una danza. Comunque anche il minuetto, il bolero, la mazurka etc. sono in 3/4 e non sono certo valzer (si veda per esempio un elenco di danze e tempi relativi).

E queste sono solo le danze. Poi ovviamente ci sono cose che non sono neppure danze ma sono ugualmente in 3/4, da “Tanti auguri a te” a “God save the Queen/King”, l'inno del Regno Unito. Qualche altro esempio si può trovare in una discussione sul tema su StackExchange.

Poi – ma questa è più una curiosità che altro, nel senso che non dice molto sulla definizione di “valzer” – ci sarebbero cose che sono suonano quasi come valzer, pur senza esserlo. L'esempio più famoso viene da Čajkovskij: all'inizio del 2° movimento della Sesta sinfonia, la “Patetica”, c'è una melodia che “sa” di valzer, ma in realtà è in 5/4:

E poi, volendo, ci sarebbe anche La valse à mille temps di Jacques Brel!


lunedì 28 novembre 2011

Traduttori traditori III

Rinverdisco dopo tanto tempo (vedi la prima e la seconda puntata) la rubrichetta di segnalazione di errori di traduzione (e, sì, “traduttore traditore” è un modo di dire idiota; e, sì, non sono i singoli errori la cosa importante, chiunque può avere una svista; e, sì, ci si diverte con poco).

Questo lo apprendo dal grande musicologo Roman Vlad e da Strawinsky, il suo libro su Igor Stravinskij. La grafia adottata da Vlad nel titolo è quella alla tedesca, preferita dalla famiglia del compositore russo. Considerando poi che il nostro era di origini polacco-lituane (Strawiński) e che visse successivamente in Francia e negli Stati Uniti, la questione della grafia del suo nome, a cominciare da come lo scriveva egli stesso, merita un'appendice apposita nel libro di Vlad.
Gli Strawiński furono una famiglia illustre, cui appartennero personaggi storici nella storia polacca. Il compositore stesso, nel libro-intervista Expositions and Developments, raccontò le ricerche genealogiche svolte in merito. A un certo punto ricorda che un suo lontano parente, “Stanislav, fu famoso nel XVIII secolo quale membro della Confederazione di Bar che organizzò il fallito rapimento di Stanislao Augusto”.
In una nota Vlad spiega che la Bar da cui prese nome questa confederazione era una città della Podolia, oggi in Ucraina, che a sua volta fu chiamata così in onore della regina polacca Bona Sforza, sposa di Sigismondo I e originaria di Bari.
Ma - e finalmente vengo al punto - Vlad segnala anche di essersi discostato dalla traduzione italiana di Expositions and Developments perché “non è scevra di qualche imprecisione e soprattutto di un curioso errore per cui i «Bar confederates» di cui parla Stravinsky alla p. 49 di Expositions [...] diventano «i congiurati dell'Ordine degli avvocati»”.

martedì 17 marzo 2009

Comma 21

Ho visto Lezione 21, il film scritto e diretto da Alessandro Baricco. «Perché?» chiede chi mi conosce. So rispondere solo così: c'è chi ha il gusto di fermarsi a guardare gli incidenti sulle autostrade perché scene macabre gli danno un qualche frisson. A me non piace guardare automobilisti schiantati, ma occasionalmente mi concedo altri piaceri analoghi.
Vorrei dire che la mia reazione sia stata - per usare una delicata locuzione anglosassone - un continuo chiedermi «What the fuck!?», ma non sarebbe corretto. Lo stato quasi zen del WTF era continuamente interrotto da dialoghi impronunciabili, tesi insostenibili, movimenti di macchina da mal di mare, personaggi risibili e argomentazioni la cui logica farebbe rabbrividire anche quelli che all'ufficio postale hanno difficoltà a capire che chi ha un numero più basso è arrivato prima.
Il titolo del film si riferisce alla memorabile lezione 21 tenuta dal prof. Mondrian Kilroy nell'ambito di un corso sulle opere sopravvalutate (e qui è innegabile che A.B. sia un esperto): il Partenone, i quadri di Caravaggio, Emily Dickinson, l'Opera da tre soldi, l'Ulisse, Orson Welles ma, soprattutto, l'oggetto di quella lezione, la nona sinfonia di Beethoven e in particolare il suo ultimo movimento.
La lezione ci viene raccontata dai suoi affezionati studenti e apparentemente si svolse così: un uomo perso nella neve col suo violino riesce a raggiungere il villaggio sua meta (don't ask). Qui gli si presentano gli abitanti: il maestro del ghiaccio, il maestro del fuoco, i gemelli a uno dei quali manca il braccio destro e all'altro il sinistro, il (forse) prete che si diletta a costruire velieri in mezzo ai monti, più altri il cui ruolo è meno chiaro.
Il tutto, ovviamente, è una cornice onirica e poetica in cui esporre l'opinione di A.B. sull'ultimo movimento della Nona che - per quel che vale - si poteva esporre in un paragrafo scarno: quando ha composto l'Inno alla gioia Beethoven era vecchio, i vecchi perdono il senso del bello, ergo l'Inno alla gioia, pur avendo qualche merito, è privo di bellezza. Apparentemente una delle argomentazioni più solide risiederebbe nella testimonianza di un oscuro viaggiatore dell'epoca circa l'accoglienza non entusiastica del pubblico della prima esecuzione.
I miei 2,5 lettori apprezzeranno la mia caparbietà nel rimanere vigile fino a questa rivelazione e la mia lucidità nel darle una forma quasi coerente, nonostante lo stato quasi zen del WTF, i dialoghi impronunciabili, etc. etc.
Non mancano i vari assi nella manica del Baricco narratore, come il gusto per un linguaggio “parlato” («senza scherzi! quella era dinamite» o «quella roba dei timpani li fece andare fuori di testa...») o le situazioni e i personaggi “unici”: la sera in cui..., il tragitto di 54 passi che..., la lettera nella quale Beethoven espresse... Ma soprattutto il suo vero marchio di fabbrica come autore e come divulgatore, il Farsi-bello-con-le-penne-del-pavoneTM (mostrare un paesaggio innevato accompagnandolo con un quartetto di Beethoven credo che non sia consentito più neppure a chi gira pubblicità di profumi).
E, dulcis in fundo, non aiuta neppure il fatto che la sceneggiatura sia stata scritta in italiano, tradotta in inglese, recitata in inglese e doppiata in italiano.
Buona visione.

martedì 6 gennaio 2009

Blu

Mi sono reso conto solo qualche giorno fa, dopo cinquant'anni, di un dettaglio relativo a Nel blu dipinto di blu (nota meno propriamente anche come Volare). Quando chi ci sta parlando ci descrive le sue sensazioni di "Volare / Cantare / Nel blu / Dipinto di blu", non sta dicendo pleonasticamente che il blu è dipinto di blu. Ci sta dicendo che lui, dipinto di blu, vola nel blu!

Forse lo sapevano tutti, anche perché nei versi precedenti ci racconta che "mi dipingevo le mani e la faccia di blu". Io l'ho capito solo ascoltando alla radio una versione cantata da una donna (Rita Pavone?), in cui si dice "...nel blu dipinta di blu".

domenica 22 luglio 2007

Schumann e la crema pasticciera

Succede di avere prevenzioni irrazionali verso cose che, appena le si prova (ascolta, assaggia, compie) si rivelano meno sgradevoli del previsto, e magari anche piacevoli.
A me succede, per esempio, con la crema pasticciera. Sono convinto che non mi piaccia: se c'è da scegliere tra vari cornetti (cioè brioche, per voi lassù a nord), prendo quello con la crema solo se sono finiti quelli con la nutella, la marmellata, semplici, integrali, sperimentali. Ma quando poi mangio quello con la crema, mi rendo conto e mi ricordo immediatamente che mi piace. E parlo del generico cornetto del bar, neppure di qualche crema mirabolante elaborata con amore materno dai migliori pasticcieri di Parigi.
Ho qualche remoto trauma infantile legato alla crema? Ne ho mangiata di cattiva qualità, o andata a male, da piccolo e me la sono inconsciamente legata al dito?
Qualcosa di simile mi succede con certi compositori, tra cui Schumann. Nonostante lo conosca discretamente, se ci penso distrattamente, con la coda della mente, mi evoca un'idea (sbagliatissima) di melenso, di sdolcinato, di romantico nel senso erroneo in cui viene spesso usato. E poi lo sento e mi si rinnova l'amore per la sua musica: non mi stancherei di sentire il concerto per pianoforte in la minore, per esempio, colpevole anche un CD che sentivo spesso, in cui era accoppiato alla sinfonia concertante per violino e viola di Mozart, diretti entrambi da Muti.
Che vuole dire tutto ciò? Niente, mi era capitato di pensarlo, e di chiedermi se entra in gioco un meccanismo simile a quello per cui vorremmo rifuggire da certi impegni o incontri, ma quando poi finalmente li affrontiamo ci rendiamo conto che non avevano niente di così spaventoso e temibile.