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venerdì 2 ottobre 2026

Proust, Vinteuil e il cuneiforme

In La Prisonnière, quinta parte della Recherche di Proust, il narratore parla di un settimino postumo del compositore Vinteuil e di colei che aveva pazientemente e faticosamente decifrato gli appunti sparsi lasciati dall'autore fino a ricostruire e completare la composizione, con risultati mirabili. Il narratore ci spiega che

elle avait dégagé, de papiers plus illisibles que des papyrus ponctués d'écriture cunéiforme, la formule éternellement vraie, à jamais féconde, de cette joie inconnue.

È effettivamente cuneiforme su papiro, ma opera
di un artista moderno che si firma Neferchau,
con scrittura e lingua ricostruite (fonte).
Nella traduzione di Raboni, “aveva estratto da carte più illeggibili dei papiri punteggiati di scrittura cuneiforme la formula eternamente vera, infinitamente feconda di quella gioia ignota”.

Devo dire che, vedendo quei papiri punteggiati di scrittura cuneiforme ero rimasto perplesso: associo il cuneiforme alle tavolette d'argilla mesopotamiche e il papiro alla cultura egizia con le sue ben diverse scritture. La stessa forma grafica del cuneiforme, mi risulta, deriva proprio dal modo in cui uno stilo si imprime nell'argilla fresca. È una svista o un accostamento incongruo voluto, per esasperare il senso di indecifrabilità, di mistero degli appunti lasciati da Vinteuil?

Colpo di scena: in realtà, sappiamo da testimonianze iconografiche e testuali che si usava anche il papiro come supporto per il cuneiforme, sebbene non ci siano rimaste testimonianze archeologiche di questi documenti antichissimi e fragilissimi. Si veda per esempio Salvatore Gaspa, “Cuneiforme accadico”, in Mnamon - Antiche scritture del Mediterraneo. (Ma lo si sapeva già negli anni Dieci e primissimi Venti del secolo scorso?)

venerdì 20 febbraio 2026

Proust e i Bellini

Non che io sia un particolare amante della Norma e dintorni, ma quando sento “Bellini” mi viene da pensare per primo a Vincenzo (colpa delle banconote da 5000 lire?). Sempre meglio di Google, al quale la prima cosa che viene in mente è l'omonimo cocktail.

Bellini è menzionato più volte nella Recherche, ma Proust, quando menziona il cognome, pensa sempre a Giovanni o a Gentile: il primo, per esempio, parlando di angioletti suonatori e il secondo a proposito di una veduta di San Marco e di un ritratto di Maometto II (a cui assomiglia Bloch).

Leggendo Proust, oltre al tomo in francese e alla traduzione di Giovanni Raboni che mi sta accanto per quando ho un dubbio o voglio semplicemente vedere come ha reso qualche bel passaggio, spesso ho sotto mano una pagina in cui c'è tutto il testo della Recherche insieme, utilissima per cercare qualcosa al volo. Ne ricavo che “Bellini” compare esattamente sette volte, di cui tre sicuramente per Gentile, due per Giovanni e due su cui sono incerto, entrambe nel Côté des Guermantes. La seconda è per me un po' misteriosa: si parla delle decorazioni di gusto egizio che non hanno niente del vero Egitto, di un brano di Beethoven con un tema “russo” etc., e “de même les peintres chinois ont cru copier Bellini”.

La menzione precedente si trova all'interno di un discorso affascinante sul fatto che la duchessa di Guermantes si dilettava di paradossi, di parlar male di una persona molto amata dagli interlocutori e viceversa. Il Narratore la paragona a chi esalta artisti minori, affetta di preferire l'Ifigenia di Piccinni a quella di Gluck, una favola a un dramma di Hugo e simili. In questo contesto il narratore racconta di aver visto

Bellini, Winterhalter, les architectes jésuites, un ébéniste de la Restauration, venir prendre la place de génies qu'on avait dits fatigués simplement parce que les oisifs intellectuels s'en étaient fatigués

(“avevo visto Bellini, Winterhalter, gli architetti gesuiti, un ebanista della Restaurazione, installarsi al posto di geni che venivano fatti passare per stanchi semplicemente perché se n'erano stancati [...] gli oziosi intellettuali” nella resa di Raboni a p. 941 dell'edizione in unico volume).

Quindi, quale che sia il Bellini di cui parla qui, Proust lo pone tra gli onesti mestieranti preferiti a veri genî.

Un'ultima annotazione su (un) Bellini: lo stesso dubbio (compositore o uno dei pittori?) m'era venuto tempo addietro a proposito di una bellissima poesia di W.H. Auden, “Vespers”, all'interno delle “Horae Canonicae”:

In my Eden a person who dislikes Bellini has the good manners not to get born

(“Nel mio Eden una persona a cui non piace Bellini avrà il buon gusto di non nascere”). La voce narrante sta confrontando il proprio ipotetico Eden arcadico con la Nuova Gerusalemme di un utopista rivoluzionario, a proposito del quale prosegue: “In his New Jerusalem a person who dislikes work will be very sorry he was born” (“Nella sua Nuova Gerusalemme una persona a cui non piace lavorare si dispiacerà di essere nata”).

Non conosco abbastanza i gusti artistici di Auden (o del suo alter ego) da poter dire quale Bellini rappresentasse per lui il criterio per essere ammessi nell'Eden, ma almeno un paio di recensioni in rete relative alla Norma (qui e qui) sembrano dare per scontato che si parli appunto del compositore catanese.

Per chi è interessato a queste cose, il libro canonico sulle occorrenze dei maestri della pittura italiana nella Recherche è Proust et la peinture italienne di Eleonora Marangoni.

giovedì 18 settembre 2025

Come si chiama il narratore della Recherche di Proust?

Ho in mente di aver letto, forse più di una volta, che il narratore di À la Recherche du temps perdu, di cui tutta la lunghissima narrazione costituisce i ricordi e le riflessioni, non venga mai menzionato per nome, tranne una singola volta. Da quella singola volta apprenderemmo che si chiama Marcel, proprio come l'autore.


Ebbene, non è del tutto vero e in un certo senso non è affatto vero.
Il nome “Marcel” compare in tutto cinque volte, distribuite in due occasioni, strettamente connesse tra loro.

Le prime occorrenze sono abbastanza all'inizio di La Prisonnière. Si parla di Albertine che, al risveglio dopo aver dormito a casa del narratore, è per un po' taciturna e perplessa su dove si trova, dopo di che:
Elle retrouvait la parole, elle disait : « Mon » ou « Mon chéri », suivis l'un ou l'autre de mon nom de baptême, ce qui, en donnant au narrateur le même prénom qu'à l'auteur de ce livre, eût fait : « Mon Marcel », « Mon chéri Marcel ».
Nella traduzione di Giovanni Raboni:
Poi, ritrovata la parola, Albertine diceva: «Mio», oppure «Mio caro», seguiti, l'uno e l'altro, dal mio nome di battesimo, che – se si attribuisse al narratore lo stesso nome dell'autore di questo libro – suonerebbe: «Mio Marcel», «Mio caro Marcel».
Non c'è nessuna ambiguità: il narratore non si chiama Marcel. E anzi, nella sua ostinazione nel non volerci rivelare il proprio nome, anche in un contesto in cui gli servirebbe menzionarlo, il narratore lo sostituisce esplicitamente con un altro nome, quello dell'autore del libro, Marcel Proust. (Poi, certo, da una parte sarebbe una vertigine à la Borges capire come facciano a convivere un autore empirico e un narratore che a quel che pare sa di essere un suo personaggio, e conosce e menziona il proprio autore. Dall'altra, molto più prosaicamente, è quello che potrebbe succedere anche in una biografia scritta in prima persona, o in un'autobiografia scritta da un ghost writer, o in un'altra situazione di varia memorialistica.)

Il secondo e ultimo contesto in cui compare il nome “Marcel” arriva qualche decina di pagine dopo e riguarda sempre Albertine: è il testo di un biglietto che lei gli ha mandato tramite un ciclista:

Mon chéri et cher Marcel, j'arrive moins vite que ce cycliste dont je voudrais bien prendre la bécane pour être plus tôt près de vous. Comment pouvez-vous croire que je puisse être fâchée et que quelque chose puisse m'amuser autant que d'être avec vous ? Ce sera gentil de sortir tous les deux, ce serait encore plus gentil de ne jamais sortir que tous les deux. Quelles idées vous faites-vous donc ? Quel Marcel ! Quel Marcel ! Toute à vous, ton Albertine.

O, tradotto da Raboni:

Mio caro e adorato Marcel, sarò da voi meno in fretta di questo ciclista al quale, per far prima, vorrei tanto rubare la bici. Come potete pensare che io sia seccata, e che qualcosa possa divertirmi quanto starvi vicina? Sarà carino uscire noi due insieme, e sarebbe ancora più carino uscire sempre così. Ma insomma, cosa andate mai a pensare? Che Marcel! Che Marcel! Tutta vostra, la tua Albertine.

Quindi è la stessa situazione delle precedenti occorrenze, e il narratore (o l'autore?) non ha ritenuto necessario doverci ricordare che “Marcel” è semplicemente un segnaposto per non esplicitare il vero nome del narratore.

mercoledì 23 aprile 2025

Proust e la crittografia


Segnalo un (per me) inaspettato riferimento proustiano.

Parlando dell'alta società frequentata da Swann, il narratore menziona una Madame de Gallardon che è lontanamente imparentata con l'importante famiglia dei Guermantes, che però non se la filano. Lei da una parte cerca di convincere gli altri, e giunge a convincere sé stessa, che è lei a non desiderare questa frequentazione. Dall'altra:

Si on avait fait subir à la conversation de Mme de Gallardon ces analyses qui en relevant la fréquence plus ou moins grande de chaque terme permettent de découvrir la clef d'un langage chiffré, on se fût rendu compte qu'aucune expression, même la plus usuelle, n'y revenait aussi souvent que « chez mes cousins de Guermantes », « chez ma tante de Guermantes », « la santé d'Elzéar de Guermantes », « la baignoire de ma cousine de Guermantes ».

(Traduzione mia: «Se si fosse sottoposta la conversazione di Madame de Gallardon a quelle analisi che individuano la frequenza più o meno elevata di ogni termine, permettendo di scoprire la chiave di un messaggio cifrato, ci si sarebbe resi conto che nessuna espressione, neppure la più abituale, ricorreva spesso quanto “dai miei cugini Guermantes”, “da mia zia Guermantes”, “la salute di Elzéar de Guermantes”, “la barcaccia della mia cugina Guermantes”».)

Mi chiedo che cosa si sappia di un'eventuale dimestichezza di Proust con la crittografia. Con una ricerca cursoria, vedo che esiste almeno uno studio che interpreta l'intera Recherche come un messaggio cifrato: Thierry Marchaisse, Le théorème de Proust. Une cryptanalyse de la “Recherche”, Éditions Thierry Marchaisse 2022. Qui se ne può leggere una recensione di Caterina Palmisano. Forse è pertinente anche Les Sens cachés de la Recherche di Alberto Beretta Anguissola (Classiques Garnier 2024), un cui capitolo si intitola «Qu'est-ce qu'un cryptotexte?».