Voglio dire anch'io qualcosa sul recente The Odyssey di Christopher Nolan. Segnalo che, ovviamente, ci sarà qualche spoiler, non solo sul poema, ma anche sul film, e le due cose non combaciano.
Pensando a una trasposizione cinematografica di un testo letterario, sono possibili almeno tre tipi di valutazioni. Ho l'impressione che qualcuna delle critiche al film di Nolan tenda a confondere questi livelli.
Il primo consiste semplicemente nel decidere se il risultato è un bel film.
Dimentichiamo Omero (o Shakespeare, o Tolkien, o chi sia), cerchiamo di arrivare davanti allo schermo con la mente più vergine possibile e alla fine valutiamo quello che abbiamo visto, di per sé. Narra una bella storia? In modo efficace? Con personaggi credibili (o “ben scritti”, come va ora di moda dire)? Coerenti? Qualora ci interessino discorsi su archi di trasformazione, difetti fatali, viaggi dell'eroe, funzioni narrative etc., il film è soddisfacente da questo punto di vista? E, ovviamente, tutto il resto, che però ha meno direttamente a che fare con il fatto che il film è un adattamento: la fotografia, la musica, eventuali effetti speciali e così via.
Il secondo livello riguarda la fedeltà del film allo “spirito” dell'opera originaria, e ci torno dopo.
Il terzo livello è quello che balza più facilmente agli occhi e alla mente degli spettatori che sanno qualcosa dell'opera originale: è quello risultante dal confronto tra i vari eventi, personaggi, ambientazioni, perfino singole battute dell'originale, e la loro presenza, assenza o modifica nel film. È chiaro che questo è il terreno su cui ci si può accanire più facilmente contro qualunque trasposizione cinematografica che non sia la più fedele possibile (cosa possibile, seppure, solo nel caso di trasposizioni di opere teatrali in cui compaiano tutte e sole le battute della pièce originale e si sia adottata una messinscena tradizionale).
Su quest'ultimo livello è chiaro che il film di Nolan è apertissimo a osservazioni, anche macroscopiche, a partire da alcune assenze facilmente percepibili (i Feaci, lo stratagemma di “Nessuno”, il letto ricavato dal tronco d'olivo), così come le aggiunte (il personaggio di Sinone, sopra a tutte) e le modifiche (il fiore di loto usato da Calipso, per esempio).
La mia tesi è che quest'ultimo livello sia il meno importante: il cinema è un mezzo molto diverso da una narrazione scritta, che usa strumenti di tutt'altro genere. Trovar da ridire su un film perché non è “fedele” in quest'ultimo senso è come criticare una trasposizione per pianoforte di una sinfonia perché nel risultato non risuonano gli ottavini o, per riavvicinarci al tema, obiettare che una traduzione italiana di Omero non è in esametri dattilici.
E il primo livello è un po' il minimo sindacale: se, nel nostro discorso sulle trasposizioni, ci trovassimo di fronte un film che, persino considerato a prescindere da qualunque altra cosa, non è un gran che, non varrebbe nemmeno la pena di prendere in esame il suo rapporto con il testo su cui è basato.
Asserisco quindi che il requisito che si tratti di un bel film (definizione ovviamente vaghissima e su cui, facendo il vago a mia volta, non approfondisco) è necessario ma non sufficiente. E che la fedeltà ai singoli elementi narrativi non è né necessaria né sufficiente. Può essere divertente per gli appassionati cercare concordanze e discordanze (e non è una concessione retorica: io per primo mi diverto così), ma non è su questo che possiamo stabilire il successo di una trasposizione cinematografica.
Quello che rimane, e su cui a mio avviso Nolan fallisce sonoramente, è quello che chiamavo “spirito” del testo di partenza.
Una vera trasposizione dell'Odissea dovrebbe essere riconoscibile anche cambiando del tutto i nomi dei personaggi, il tempo e luogo in cui è ambientata, e persino quasi ogni evento. Rimarrebbero alcuni elementi essenziali che, alla fine del film, ci porterebbero a dire – esempio di fantasia – to', ma quel Bob che si è perso nel centro commerciale e alla fine manda a quel paese i vicini scrocconi non è una sorta di Ulisse dei giorni nostri? Una vera trasposizione dell'Odissea non avrebbe bisogno di chiamarsi Odissea, né il suo protagonista di chiamarsi Odisseo/Ulisse, né la sua patria Itaca e così via.
Viceversa, nel film di Nolan, pieno di Achei, Troiani, navi, guerrieri, esseri mostruosi, maghe, tempeste, pretendenti, nomi greci, sono solo queste cose a richiamare alla mente la storia di Odisseo. Quello che manca completamente è lo spirito ingegnoso, menzognero, smaliziato, pragmatico del protagonista, che è sostituito con un personaggio infinitamente più “moderno”, pensieroso, angosciato, attanagliato da sensi di colpa del tutto estranei all'originale.
Attenzione: sappiamo bene che il protagonista del testo omerico non è un personaggio come lo concepirebbe uno scrittore moderno, con un suo carattere ben preciso e una coerenza – o incoerenza voluta – interna (mentre quello del film sì; e persino questo da solo farebbe la differenza). L'Odisseo omerico è il risultato di un assemblaggio di testi eterogenei, alcuni dei quali parlavano in origine addirittura di personaggi diversi, che per qualche miracolo della poesia si combinano a creare un personaggio memorabile, in cui possiamo leggere le incoerenze testuali come incoerenze psicologiche di un vero essere umano. Mostra spietatezza e assenza di scrupoli pur di proseguire il viaggio verso casa, ma poi si lascia persuadere a una convivenza settennale con Calipso (senza che lei debba drogarlo). Il “narciso cialtrone, abile a rimanere (letteralmente) a galla” [Mereghetti] protagonista di Fratello, dove sei? dei fratelli Coen somiglia al personaggio omerico più del perennemente perplesso personaggio di Nolan, che sembra posseduto da un ultracorpo le rare volte che fa qualcosa da uomo della Grecia arcaica. È come se Nolan avesse voluto giustificare Odisseo ai nostri occhi, trovare una spiegazione moralmente accettabile delle sue doppiezze, della sua spregiudicatezza, delle sue infedeltà.
Una storia in cui la rivelazione finale, il colpo di scena che dovrebbe spiegare tutto, è che Ulisse è un brav'uomo rimasto traumatizzato dal ruolo che aveva svolto nella caduta di Troia ha a che fare con l'originale quanto una trasposizione da Conan Doyle in cui Sherlock Holmes lasciasse perdere tutto perché non sta capendo niente di quello che gli succede attorno.