In La Prisonnière, quinta parte della Recherche di Proust, il narratore parla di un settimino postumo del compositore Vinteuil e di colei che aveva pazientemente e faticosamente decifrato gli appunti sparsi lasciati dall'autore fino a ricostruire e completare la composizione, con risultati mirabili. Il narratore ci spiega che
elle avait dégagé, de papiers plus illisibles que des papyrus ponctués d'écriture cunéiforme, la formule éternellement vraie, à jamais féconde, de cette joie inconnue.
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| È effettivamente cuneiforme su papiro, ma opera di un artista moderno che si firma Neferchau, con scrittura e lingua ricostruite (fonte). |
Devo dire che, vedendo quei papiri punteggiati di scrittura cuneiforme ero rimasto perplesso: associo il cuneiforme alle tavolette d'argilla mesopotamiche e il papiro alla cultura egizia con le sue ben diverse scritture. La stessa forma grafica del cuneiforme, mi risulta, deriva proprio dal modo in cui uno stilo si imprime nell'argilla fresca. È una svista o un accostamento incongruo voluto, per esasperare il senso di indecifrabilità, di mistero degli appunti lasciati da Vinteuil?
Colpo di scena: in realtà, sappiamo da testimonianze iconografiche e testuali che si usava anche il papiro come supporto per il cuneiforme, sebbene non ci siano rimaste testimonianze archeologiche di questi documenti antichissimi e fragilissimi. Si veda per esempio Salvatore Gaspa, “Cuneiforme accadico”, in Mnamon - Antiche scritture del Mediterraneo. (Ma lo si sapeva già negli anni Dieci e primissimi Venti del secolo scorso?)
