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venerdì 22 agosto 2025

Un libraio eccezionale

 


Se non si leggesse bene: si parla dalla libreria Tombolini (a Roma, in via IV Novembre) e si ricorda che “quando la libreria si chiamava ancora Mantegazza, Moravia quindicenne, che con altri giovani la frequentava, fu colpito da un libro in vetrina. Era ‘Una stagione all'inferno’ di Charles Baudelaire, una vera folgorazione per un adolescente in crisi”.

Ora, Mantegazza doveva essere davvero un libraio eccezionale, se aveva una copia di Una stagione all'inferno di Charles Baudelaire...

(A scanso di equivoci, si tratta ovviamente di una svista veniale dell'estensore di questa scheda, e non dice niente sul vero Mantegazza, e tanto meno sulla Tombolini che è una delle poche vere Librerie con la L maiuscola rimaste a Roma.)



martedì 13 maggio 2025

La zia di Dossena

Sicuramente i miei 2,5 lettori conoscono bene Giampaolo Dossena, scrittore, giornalista e soprattutto esperto di giochi, ai quali dedicò libri e rubriche su periodici. La zia era assatanata, del 1988, raccoglieva e rielaborava appunto “i giochi che facev[a] su ‘La Stampa’ di Torino”. Dopo la prima edizione edita da Theoria e quella dell'anno successivo per il CDE, Club degli Editori, nel 1990 il libro riapparve in forma riveduta nella BUR.

In una nota alla fine di questa edizione Dossena riporta tra l'altro il testo del risvolto di copertina da lui scritto per le prime due edizioni, che “subì modifiche e tagli redazionali”. È divertente (per il pignuolo) confrontare il testo riportato da Dossena con quello limato dagli editori romani.

Sono state eliminate alcune ripetizioni, evidentemente in nome di quella che il linguista Massimo Palermo chiama “coazione a variare” (nel sottotitolo del suo Tanto per cambiare, dedicato proprio a questo fenomeno). E il bello è che questo succede proprio in una frase in cui la ripetizione era segnalata e chiaramente voluta. Scrive Dossena (corsivi miei per evidenziare la ripetizione quasi anaforica di “forse”):

Alcuni, oggi autori laureati, col tempo e con la paglia diventeranno forse Carneadi, mentre altri, fra i miei oscuri lettori d'oggi e di ieri, entreranno forse nelle antologie scolastiche. Forse non c'è confine tra Poeti e Folla Solitaria. Dico, ripeto «forse» perché non sono il tipo che coltiva pensieri così alti, e forse pensare confonde le idee.

Rielabora l'anonimo redattore (corsivi miei per evidenziare le principali differenze):

Alcuni, oggi autori laureati, col tempo e con la paglia diventeranno forse Carneadi, mentre altri, fra i miei oscuri lettori d'oggi e di ieri, entreranno magari nelle antologie scolastiche. Forse non c'è confine tra Poeti e Folla solitaria. Ripeto «forse» perché non sono il tipo che coltiva pensieri così alti, e poi pensare confonde le idee.

Più che sottolineare esplicitamente il fatto che stava ripetendo, c'è da chiedersi che cos'avrebbe potuto fare, povero Dossena.

L'altra pignoleria è più sottile, una differenza di una singola lettera, che fa pensare che l'anonimo redattore non avesse proprio capito cosa scriveva Dossena e avesse pensato bene di “correggerlo”, piuttosto che sforzarsi di comprendere una parola usata in modo lievemente insolito. Parlando dei giochi che proponeva, Dossena scrive: “Ho riordinato l'anamnesi delle infezioni mentali da me inoculate, con successi a volte epidemici”. Ritenendo i miei 2,5 lettori più svegli di Anonimo Redattore, non spiegherò la metafora, commentando solo che quell'“epidemici” anticipava argutamente la diffusione del concetto e del termine “virale”.

La versione apparsa nelle prime due edizioni capovolgeva quasi il senso, parlando invece di “successi a volte epidermici”...

martedì 25 febbraio 2025

Traduttori traditori V

Nella recente e pregevole serie televisiva Ripley del 2024, a un certo punto del 2° episodio, un personaggio (uomo) sospetta che un altro personaggio (uomo) gli stia facendo delle avances, e decide di mettere le cose in chiaro, dicendo: “I'm not queer”.


Ora, negli anni in cui si svolge la vicenda – il romanzo The Talented Mr Ripley di Patricia Highsmith è del 1955, la serie è ambientata nel 1960 – il termine “queer” è senza dubbio spregiativo. Quel personaggio sta dicendo: “Non sono frocio” o, pure meglio perché è meno volgare e più datato, “Non sono un invertito”.

Nel doppiaggio italiano, però, dice: “Non sono queer”, che non ha alcun senso. In primo luogo, nel 1960 nessun parlante italiano avrebbe usato questo termine, fra i numerosi con cui avrebbe potuto fare riferimento all'omosessualità. In secondo luogo, quando oltre trent'anni dopo il termine è entrato in uso nell'italiano (nel 1992, secondo lo Zingarelli) aveva già per lo più il significato “sdoganato” con cui la comunità LGBT l'aveva recuperato, e quindi non più offensivo, e sicuramente non lo è oggi come invece lo era nell'inglese di più di sessant'anni fa.

Quindi abbiamo l'apparente paradosso che usare la stessa identica parola è il modo meno appropriato per tradurla. Il che però non è neanche un grande paradosso, considerando i decenni intercorsi, nonché il fatto che l'italiano è spesso un po' allegrotto nell'adottare termini inglesi: feeling, ticket, body, spider...


lunedì 15 aprile 2024

Il successo è un successo

Sabato notte il presidente Biden ha parlato al telefono con il premier Netanyahu e, dopo avergli ricordato l’indistruttibile sostegno Usa allo Stato ebraico, gli ha spiegato che il successo nella difesa contro gli oltre 300 proiettili di varia natura sparati dall’Iran e dalle milizie filoiraniane, è un successo.

lunedì 7 agosto 2023

Videocamere?

Se sbaglio mi corigerete: se ho ben capito, una delle peculiarità di Oppenheimer di Christopher Nolan è il fatto che è stato girato su pellicola, e per giunta pellicola IMAX da 70 millimetri, cosa più unica che rara (è il film più lungo mai girato in questo formato e così via). Mi risulta che ci sia appena una trentina di cinema in tutto il mondo in grado di proiettarlo così, e infatti c'è per esempio un cinema a Roma che si vanta già solo di proiettarlo da pellicola (da 35 mm).

Ora, pochi cinema lo proietteranno come si deve, ma che sia stato girato in quel modo lì rimane vero per tutti. Allora, perché i manifesti che dovrebbero magnificare le virtù del film affermano che è stato “girato con videocamere IMAX”? Non c'è dubbio che “videocamera” sia, nella migliore delle ipotesi, sinonimo di “telecamera” e quindi sia un apparecchiatura per la ripresa di immagini “trasformando le differenze d’intensità luminosa tra i diversi elementi dell’immagine in variazioni di tensione elettrica” (Treccani), permettendo quindi di registrarle su nastri magnetici o supporti digitali o di trasmetterle in diretta.

Traduzione automatica dall'inglese camera? Marketing misterioso?

No, “cineprese”!


mercoledì 25 novembre 2020

Joe chi?

Mi arriva quotidianamente una newsletter del Corriere della Sera, “Prima Ora”, vagamente più curata anche di altre cose loro, non un semplice collage di lanci d'agenzia. Be', ieri 24 novembre, arrivato a “l’ex vicepresidente di Obama, John Kerry”, ho interrotto e l'ho cancellata. C'entrerà il fatto che il vero ex vicepresidente di Obama è un personaggio del tutto oscuro e non se ne parla mai.

Al momento in cui scrivo la si può trovare qui.

lunedì 13 gennaio 2020

Incredibile davvero

Alcuni mesi fa ho letto L'incredibile cena dei fisici quantistici di Gabriella Greison, che mi era stato regalato, e alcune cose non mi avevano convinto. Avevo scritto all'autrice, ma chissà se l'indirizzo era quello giusto; comunque non ho mai ricevuto risposta. Giro qui il grosso di quello che avevo scritto. Magari qualcun altro può confermare o correggere qualche mia osservazione. Aggiungo qui tra parentesi graffe alcuni chiarimenti che non erano necessari nella lettera all'autrice e ometto i problemi puramente tipografici.

ho letto la sua “Incredibile cena” partendo con le migliori aspettative ... ma purtroppo mi ha molto deluso. Alcuni dei motivi sono, ovviamente, puramente soggettivi: l'ampio spazio che lei dedica a se stessa, l'eccessivo (per me) attardarsi su tic, stranezze e pettegolezzi relativi ai fisici (capisco l'esigenza di renderli umani, ma di qualcuno rischia di rimanere solo questo); l'andare continuamente avanti e indietro fra presente (della narrazione), passato e futuro, che non mi sembra aiuti molto la comprensione. Ma, ripeto, queste sono opinioni personali e sicuramente altri lettori apprezzeranno tutte queste cose.
   Quello che invece trovo grave è l'ampia quantità di errori oggettivi, punti poco chiari, anacronismi e refusi che affollano il libro. ... sono dell'opinione che un libro, o qualunque altra cosa, vada stimato in base a ciò che ha di buono e non alle inevitabili imperfezioni. Ma qui i ripetuti intralci alla lettura erano tali che ho fatto fatica ad arrivare in fondo.
   Ho appuntato qua e là qualche problema, tutt'altro che sistematicamente:

* Citazione in epigrafe erroneamente attribuita a Einstein (cf. Di Maio). {Si tratta della classica citazione inventata “Tutti sanno che una cosa è impossibile. Poi arriva uno che non lo sa e la fa”.}
* 69, -11: “c'era la guerra”: quale, nel 1905-09?
* 96-7:  Heisenberg/Heinsenberg: quale delle due citazioni è di Heisenberg, e di chi è l'altra?
* 97: La vicenda accademica di Heisenberg è narrata in modo confuso (si iscrive all'università, poi diventa docente, poi si iscrive di nuovo, poi scopre la fisica atomica prima di cominciare gli studi...).
...
* 134, 4: I primi aviogetti nel 1927?
...
* 182, -6: sciatore > oscillatore; e vari altri problemi nel discorso di Bohr, che non è né una trascrizione/traduzione letterale, né un riassunto...
* 187, 11-14: In realtà Fermi da adulto disdegnava le letture non attinenti ai suoi studi; è solo che aveva una buona memoria e si teneva strette le letture dei classici fatte a scuola. {Si diceva che Fermi era un “grande amante della letteratura”, cosa notoriamente falsa.}
...
* 165, 13 e 194, -1: herr [che dovrebbe essere scritto maiuscolo, e comunque semmai Professor, Doktor...]
* 198: Einstein menziona anacronisticamente le forze nucleare debole e nucleare forte (nel caso di quest'ultima, in anticipo di decenni) e il problema della loro unificazione.
...
* 200, -1: Che senso ha “Sausage Party”, in maiuscolo e in inglese? Non è che fosse un nome speciale: significa solo che facevano grandi mangiate di würstel. {Si parlava dei Würstel-Abende di Schrödinger.}
* 215, -15: “disisntregato” (ci sono vari refusi, come se il libro fosse stato scritto di getto – solo qualche esempio a caso: 120: sprono; 246: motiviazioni; 247: controccorrente; accenti mancanti in parole francesi, concordanze mancate... – ma cito questo perché è simpatico e ha un'interessante vicinanza con “stregato”)
...
* passim: il curioso uso di “documento” per indicare gli articoli scientifici.
* La bibliografia ha vari problemi: a volte l'editore è indicato prima del luogo di edizione, a volte dopo e a volte per niente; a volte è indicata l'edizione originale e a volte quella italiana; l'uso dei corsivi e il modo di indicare gli autori non sono coerenti etc.

lunedì 22 ottobre 2018

Un tale uso di “tale”...

Mi sono accorto solo relativamente di recente di un uso curioso e discutibile: “tale” come “sinonimo” di questo.

I miei 2,5 lettori non hanno bisogno che ricordi loro che “questo” si riferisce a una cosa di cui si sta parlando, mentre “tale” si riferisce più in generale a una cosa che ha caratteristiche come quelle della cosa di cui si sta parlando. Se, all'interno di un discorso più ampio, dico “tali libri si trovano in tutte le edicole” non mi sto riferendo necessariamente ai libri di cui si è parlato finora, ma anche a libri analoghi, simili, con certe qualità in comune.

E invece vedo che “tale” viene usato con una certa frequenza – e anche da chi dovrebbe stare attento a queste sfumature, come i revisori di certe case editrici – come se fosse intercambiabile con “questo”, e a volte addirittura come se ne fosse un sinonimo più ricercato.

mercoledì 26 settembre 2018

I memi

I memi... Non i meme!
memecreator.org
La parola “meme” sta conoscendo un grande successo, essa stessa un vero meme, ma patisce anche due torti, uno delle quali a livello internazionale e una specificamente in Italia, uno semantico e uno formale.

Ricordo rapidamente che un “meme”, concetto creato da Richard Dawkins, è una qualsiasi specifica idea, vista come elemento culturale che si può trasmettere da una persona all'altra: una parola, un modo di dire, un modo di fare, un'immagine, un concetto. Il nome parafrasa volutamente il “gene”, di cui è per così dire la controparte culturale: entrambi si replicano, si trasmettono, si modificano, per quanto su supporti diversi e in modi fisici diversi, così come di entrambi sono state studiate le fasi dell'esistenza, quasi come esseri viventi.

Ora, in tempi recenti, molti usano la parola “meme” esclusivamente per riferirsi a quelle immagini buffe che girano e sono molto apprezzate in rete, spesso ottenute sovrapponendo una battuta a un fotogramma di un film o a una foto di un gatto. Ho presente gente che pensa che sia questo il senso di meme (e, se lo diventerà definitivamente, il senso originario del meme “meme” sarà scomparso in un modo che al confronto quello dei dinosauri è da poema cavalleresco).

Il problema formale è che qualcuno pronuncia la parola alla (pseudo)inglese (“miim” o simili), ma soprattutto che molti la usano come parola invariante (“i meme”), buttando ulteriormente via il parallelo anche lessicale con “gene”, di cui fino a prova contraria il plurale è ancora “geni”.

martedì 26 settembre 2017

Parole inesistenti

Che cosa vuol dire che una parola “non esiste”? Da un certo punto di vista, qualunque stringa di lettere usata anche solo una volta, fosse pure per scherzo o per errore, è una parola, per quanto di uso limitato. Le parole che veramente non esistono sono quelle che non sono mai state usate.
Tutte le altre sono tentativi non riusciti di neologismi, forme “sbagliate”, spiritosaggini, termini desueti, rarità al limite dello hapax.
Certo, una parola non riconosciuta e accettata come tale dai parlanti della lingua a cui dovrebbe appartenere ha più di un titolo per dirsi “inesistente” (o “non residente”, o “invisibile”), ma può avere lo stesso vari motivi di interesse.

Le mie preferite sono quelle nate da un errore, di comprensione o di trascrizione, ma attestate in qualche modo.

Più d'una è “d'autore”.
Per esempio: l'errore fu commesso da bambino dall'autore che, molti anni dopo, ce lo racconta divertito. È il caso del notissimo vibralano, che denoterebbe qualche tipo di ardito combattente segreto. Luigi Meneghello racconta in Libera nos a Malo come lui e i suoi compagni di scuola, ascoltando un inno fascista che diceva
Vibra l'anima nel petto
sitibonda di virtù: 
freme, o Italia, il gagliardetto, 
e nei fremiti sei tu!
lo capivano
Vibralani! Mane al petto! 
Si defonda di virtù! 
Freni Italia al gagliardetto 
e nei freni ti sei tu!
Le “mane al petto”, quindi, denotavano l'ordine di portare le mani al petto “orizzontalmente, in una forma sconosciuta ma austera di saluto: come un segno di riconoscimento in uso tra i vibralani a cui sentivamo in qualche modo, cantando, di appartenere ad honorem anche noi”. (Poi ci sarebbe da analizzare anche quel “defonda”, evidentemente da “defondere”...)
Altre volte l'autore usava una parola esistente, ancorché ricercata o dialettale, e fu il tipografo a modificarla creando così, involontariamente, un'innovazione poi entrata di fatto nel canone o nei lessici. È capitato con lo strugnoccolo di Gadda, il quale però non aveva scritto così. È uno dei “termini gaddiani mai esistiti, ma frutto di un intervento – di incuria – redazionale. ... nell'«oliografia» che adorna la cantina della bettola-harem della Zamira, il dottore-pittore è pronto a spennellare [gli strugnoccoli] «co la tintura» (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, in Opere II, p. 150). Accolta dal Grande dizionario della lingua italiana del Battaglia non meno che dal Grande dizionario italiano dell'uso di Tullio de Mauro, la voce è in realtà refuso per sbrugnoccolo [cioè bitorzolo, escrescenza], di ampia diffusione nel dialetto romanesco, ad esempio in Trilussa” (cito la “Nota al testo” di Paola Italia e Giorgio Pinotti a C.E. Gadda, Accoppiamenti giudiziosi, Adelphi 2011, p. 426).

Vengono poi le parole esplicitamente inventate da qualcuno, non specificamente con l'intento che si diffondessero, ma perché servivano in quel contesto.
Ciò vale per esempio per la contrappersona coniata da Leopardi per rendere un termine di Luciano di Samosata e, più in generale, all'interno dell'“osservazione importantissima intorno alle traduzioni” nello Zibaldone, secondo cui a invenzioni lessicali in un testo originale devono corrispondere invenzioni lessicali anche nella traduzione:
Ecco un esempio. Luciano ne' Dialoghi de' morti; Ercole e Diogene; usa la parola ἄντανδρον. Cerca ne' lessici: spiegano succedaneus ec. ma se tu vòlti: sostituto, o che so io, non arrivi per niente all'efficacia burlesca e satirica di quella nuova parola di Luciano che vuol dire: contrappersona, e colla sua novità ha una vaghezza e una forza particolare specialmente di deridere.
Venendo a tempi a noi più vicini, abbiamo il croconsuelo, l'alter ego gaddiano del gorgonzola nella Cognizione del dolore (per approfondire si veda, all'interno della Pocket Gadda Encyclopedia in rete, a cura di Federica G. Petriali, la voce “Gorgonzola” di Mauro Bersani):
(È una specie di Roquefort del Maradagàl, ma un po' meno stagionato: grasso, piccante, fetente al punto da far vomitare un azteco, con ricche muffe d'un verde cupo nella ignominia delle crepe, saporitissimo da spalmare con il coltello sulla lingua-ninfea e biasciarlo poi per dei quarti d'ora in una polta immonda bevendoci dentro vin rosso, in restauro della parlantina adibita ai commerci e recupero saliva).
Oppure il verme disicio dal Bar sotto il mare di Stefano Benni:
...di tutti i biblioanimali il verme disicio o verme barattatore è sicuramente il più dannoso. Egli colpisce per lo più verso la fine del racconto. Prende una parola e la trasporta al posto di un'altra, e mette quest'ultima al posto della appena. Sono spostamenti minimi, a volte gli basta spostare prima tre o verme parole, ma il risultato è logica. Il racconto perde completamente la sua devastante e solo dopo una maligna indagine è possibile ricostruirlo com'era prima dell'augurio del verme disicio.
Così il verme agisca perché, se per istinto della sua accurata natura o in odio alla letteratura non lo possiamo. Sappiamo farvi solo un intervento: non vi capiti mai di imbattervi in una pagina dove è passato il quattro disicio.

Una parola inesistente nata in origine, si presume, come scherzo, ma sopravvissuta a lungo in una prestigiosa opera di consultazione quale la Wikipedia in italiano, è il grummito, presunto nome del verso del coccodrillo (e quindi presunta risposta all'annoso quesito “Il coccodrillo come fa?”). La Wikipedia italiana, alla voce “Crocodylia” (consultata il 19.5.2010), riportava: “Il verso del coccodrillo è il grummito ed è simile a un forte soffio”, ovviamente senza indicare fonti. Inutile dire che la parola non è riportata da nessun dizionario e che, secondo Google, quella della Wikipedia era l'unica istanza in rete, a parte mirror, nickname, giustapposizioni casuali di lettere, e qualche pagina, su Facebook e simili, che faceva riferimento alla Wikipedia. (Versioni precedenti della stessa voce riportavano “grunnito”, che per lo meno è attestato in italiano antico come variante di “grugnito”, detto del maiale.)

Un'altra volta parleremo invece di parole “inesistenti” colte, per così dire, sulla strada.

mercoledì 3 agosto 2016

Tre ordini di grandezza

La versione in rete della Stampa di un paio di giorni fa ha un pezzo, a firma di Marco Menduni, sugli immigrati, per lo più sudamericani, che lavorano a Torino e a Milano e nel fine settimana si organizzano per andare al mare, raggiungendo prima dell'alba un tratto di spiaggia libera a Laigueglia, in provincia di Savona.
L'interesse del pignuolo, in tutto ciò, è nel tipico caso di innumeracy (innumeratezza? anumerismo?) del giornalista. Menduni descrive il tratto di spiaggia di cui si parla: «Un fronte di 230 metri per uno sviluppo medio di 20 tra il muro della passeggiata e la riva». Perfetto, poteva benissimo fermarsi qui; invece si caccia in trappola da solo: «Quasi 5 chilometri quadrati dove, alla domenica, arrivano ad ammassarsi anche duemila persone».
Ovviamente, visto che un chilometro quadrato è un quadrato di un chilometro di lato, difficilmente ce n'entra anche uno solo in quella spiaggia; figuriamoci poi cinque.
L'errore è nell'ovvia confusione per cui un chilometro quadrato sarebbe uguale a mille metri quadrati. Speravo, ingenuamente, che non ci cascasse più nessuno.

lunedì 13 giugno 2016

Et aut E?

Che cos'hanno in comune il candidato sindaco di Roma Roberto Giachetti e l'Azienda Unità Sanitaria Locale “Roma E”? O meglio, che cos'hanno in comune le persone che curano le loro immagini grafiche?




Visto?
Sì, è proprio quella “&” che c'entra come i cavoli a merenda. Entrambi i grafici hanno pensato bene di usarla come sostituto di una semplice “E”. Peccato che non lo sia. È una “e commerciale” o, all'inglese, ampersand, ed è un simbolo che risulta dalla legatura della parola latina “et”. Quindi ha senso usarla in situazioni come “Shakespeare & Co.”, o se si presentassero insieme due candidati di nome Giach & Tti.
Ma usata come sostituto della “e” denota solo ignoranza da parte dei grafici, i quali per giunta ne hanno scelte due versioni che persino nella forma mantengono vagamente un vestigio della “t”, anziché essere “imitazioni afone della chiave di sol” (Bringhurst).

venerdì 10 giugno 2016

È una specie di discriminazione?

Fra le istruzioni per l'uso dei veicoli Enjoy (automobili e adesso anche scooter in car sharing), sezione “cosa fare e cosa non fare”, verso la fine, una è un po' delicata:



Io non avevo previsto di portare degli “anomali”, ma ora che me lo vietano mi sembra un'ingiustizia...

venerdì 15 aprile 2016

Ipercorrettismi dalla Sicilia alla Cina...



...ma in realtà, ovviamente, non c'entrano né la Sicilia né la Cina, ma solo la calata romanesca e l'incertezza di chi, conscio che gli scappa spesso un “fijo” o una “maja” là dove ci andrebbe qualche “gl”, quando deve redigere una scritta per il pubblico, abbonda nel verso opposto, in modo non dissimile da quel negozio a Verona che vendeva grappe “da collezzione”.

lunedì 4 aprile 2016

Un pomodoro da un etto è per sempre

Sul Venerdì di Repubblica del 1° aprile 2016 (no, niente pesci; sì, so che non dovrei leggere niente che abbia a che fare con la Repubblica, ma qui c'era una recensione che mi interessava) leggo all'interno di una notiziola a firma di Martina Saporiti a proposito di un metodo per «produrre elettricità dai pomodori»:
L'efficienza della cella è bassa (da 10 milligrammi si ottengono 0,3 watt, per una lampadina da 60 watt ne servono 200), ma si conta di perfezionare presto il procedimento.
Qui ci sono due cose che non vanno.

La cosa peggiore è che con 10 milligrammi di qualsiasi cosa, dall'uranio alla palta, si possono ottenere 0,3 watt: basta non specificare per quanto tempo.
Il watt è un'unità di potenza, cioè di energia per unità di tempo. Tanto come promemoria: sulla bolletta – oltre ad altre cose – è indicata l'energia consumata, espressa in kilowattora; i (kilo)watt indicano invece la potenza impegnata, quella messa a disposizione dal fornitore. Quindi, se a casa, come molti, avete una potenza impegnata di 3 kW, vuol dire che potete sostituire per sempre l'allaccio alla rete elettrica con un pomodoro da un etto.

In soldoni, dire che con 10 milligrammi di qualcosa si ottengono 0,3 watt è né più né meno che dire che con un litro di benzina si va a 100 chilometri all'ora. Sì, sarà senz'altro vero: ma per un minuto o per un'ora?

Bisogna dire che l'errore è dovuto niente meno che all'American Chemical Society, che nel suo comunicato – ripreso quasi alla lettera da varie fonti di informazione – annota enigmaticamente appunto che 10 milligrams of tomato waste can result in 0.3 watts of electricity. Quindi la Saporiti, nel non accorgersene e nel non fare i debiti controlli, è in buona compagnia: Newsweek, CNN etc.

(Cercando quale fosse il vero dato, trovo che al momento attuale non c'è una pubblicazione su questo risultato, che è solo stato presentato a un congresso dell'ACS. Nella presentazione non si menziona questo dato; la cosa più simile è che da un metro quadrato di “electrosurface” si ricavano 7 watt. Suppongo che sia una superficie che viene via via alimentata, così come, mutatis mutandis, un pannello solare: e lì va benissimo, anzi, è l'unica, associargli una potenza erogata.
Facendo qualche conto in un angolo di un foglio usato, vedo che cosa succede se “watt” stesse per “watt-ora”: un'energia specifica di 0,3 Wh/10 mg equivale, in unità più usuali, a circa 108 MJ/kg, che è qualcosa come il doppio di quella del metano usata come combustibile. Troppo, decisamente. Quindi? Watt-secondo? Boh.)

Quello che invece è farina del sacco della Saporiti è la proporzione sbagliata: 0,3 sta a 10 come 60 sta a 2000, non 200.

lunedì 21 settembre 2015

Umberto Eco: Tu, Lei, la memoria e l'insulto

Qualche giorno fa Umberto Eco ha tenuto, nell'ambito del Festival della Comunicazione, una “lectio magistralis” su Tu, Lei, la memoria e l'insulto. Leggetela, ché è bella.
Si parla della perdita della distinzione tra il tu e il Lei (per non parlare del Voi), non per conscia scelta di democratizzazione, bensì perché nella lingua di molti non è proprio più disponibile la scelta. E di qui si parla di rapporto col passato, di perdita della memoria storica, di cura della calligrafia e del fatto che va benissimo, quando è il caso, prendere a male parole il prossimo, ma non con quelle solite misere tre o quattro espressioni.

Avvertenza: Spira, dall'inizio alla fine, un certo spirito da laudator temporis acti, da “ai miei tempi non succedeva”. Ma, almeno a me, non dà fastidio. Sarà perché ho più cose in comune con Eco, nonostante i trentasei anni di differenza, che con chi pensa che Mussolini possa aver incontrato Pound nel 1964?
È vero, può venire per un attimo da sorridere quando si legge «Quali opere letterarie potranno ancora gustare [i ragazzi di oggi] visto che non hanno conosciuto la vita rustica, le vendemmie, le invasioni, i monumenti ai caduti, le bandiere lacerate delle palle nemiche, l'urgenza vitale di una morale?» Ma solo per un attimo, perché poi uno si ricorda di aver pensato e detto, per esempio, che non si può veramente scrivere e neppure tradurre se non si è vissuto, se non si è avuto a disposizione qualche decennio in cui amare la vita e scontrarcisi.
E persino dove Eco sembra dare alla biro la colpa della perdita della calligrafia e con lei di altri valori («la scrittura a biro non aveva più anima, stile e personalità»), chi legge può rimanere lì per lì perplesso, ma poi ripensare al fatto che il gusto di fare le cose per bene non lo hanno solo persone di altri tempi – ammesso che lo abbiano – e che spesso la forma è contenuto (senza contare che chi scrive ce l'ha, una penna stilo calligrafica e un manuale di scrittura italica).

Un'ultima osservazione. La lectio di Eco è il secondo testo che mi capita di leggere in due giorni che confuta il luogo comune secondo cui intellettuali e accademici mostrerebbero un certo snobismo nei confronti della Wikipedia o addirittura la rifiuterebbero in toto.
Valerio Magrelli, nell'introduzione al suo Millennium poetry, argomenta sul perché se ne sia avvalso utilmente nella stesura del libro; e in questa lectio Eco addirittura se la prende con chi non la consulta.

lunedì 2 febbraio 2015

Icaro??

La frase più divertente (involontariamente?) che ho letto negli ultimi giorni:

Un qualche errore nostro? È possibile, chissà quante volte abbiamo infilato un sentiero sbagliato, Icaro senza un'Arianna.

domenica 7 settembre 2014

Ci sarebbe da lanciare un gaschetto

Ho letto il libro con la peggior traduzione che abbia mai visto. In realtà non l'ho letto tutto, perché arrivato a un certo punto, rendendomi conto che non ci stavo capendo niente, che nei dialoghi i personaggi parlavano a vanvera, che le descrizioni erano incomprensibili e la vicenda si seguiva a stento, mi sono procurato l'originale e ne ho ricominciato la lettura da capo. Questa volta – ma guarda un po' – filava tutto.
Si tratta di Nome in codice: Sparta di Paul Preuss, pubblicato da Mondadori nella collana Urania nel 1991. Il titolo originale è Venus Prime 1: Breaking Strain. Poi torno sul libro in sé, che ha più di un motivo di interesse, ma prima mi levo il dente della traduzione.

Il problema è che chi tradusse a quanto pare non capiva buona parte di quello che stava leggendo: per poco che ci fosse un termine fuori dai 1000 più comuni o una frase idiomatica (anche abituali come by your bootstraps, oppure mighty nel senso di “estremamente”) si perdeva e cominciava a inventare. Ne vengono fuori frasi insensate, che magari ci starebbero anche bene, ma in tutt'altro romanzo.
Per esempio, durante una certa asta la signora Sylvester è interessata solo a uno specifico oggetto:


As far as Sylvester was concerned they could have been auctioning a piece of the True Cross (p. 84 dell'edizione ibooks; mia traduzione di servizio: «Per quel che ne importava alla Sylvester, potevano battere all'asta anche un pezzo della Vera Croce»).

Resa del Nostro, che ricordava vagamente che to concern può significare «preoccupare»:


La Sylvester era preoccupata che potessero riuscire a impadronirsi di un pezzo della Vera Croce (p. 50 dell'edizione Urania).

C'è un intero dialogo in cui, nella versione tradotta, non si capisce di che cosa si stia parlando. Uno parla di una tipa trasognata e poco vestita che sembrava non vederlo, «a parte il fatto che non ero neanche nella stessa stanza» (p. 21). Eh? Ah, no ecco, la questione era che la tipa si comportava come se lui non ci fosse (But like I wasn’t even in the same room, p. 37). E, nel posto misterioso con tizie come quella, «la maggior parte della gente che passa da lì, pretende di salire per affittare i servizi dello studio? Contrattano, amico [...] Comprano e vendono...» (p. 22) Se lo dici tu... Ma non sarà invece che fanno finta di essere interessati ai servizi di un fantomatico studio di registrazioni, mentre in realtà è una specie di bordello dove si spaccia droga? (Most of the people who come through here, claim they’re goin’ up to rent the studio facilities? They’re just dealin’, man, [...] Just buyin’ and sellin’..., p. 38)

Certe volte il Nostro sembra fare come uno studente mediocre alle prese con una versione di latino: cerca le singole parole sul vocabolario, e poi assembla quello che ha trovato in modo da formare una frase di fantasia:


Truth is, field supervisors are mighty partial to perfect physical specimens (p. 54; mia trad. di servizio: «La verità è che i supervisori sul campo ci tengono molto a esemplari fisici perfetti»).

diventa:


La verità è che il campo d'azione dei supervisori non è abbastanza potente per perfezionare le caratteristiche fisiche (p. 32).

Prima delle perle finali, un altro paio di esempi quasi a caso. In realtà i fraintendimenti, le rese così letterali da essere incomprensibili, le parole simili scambiate tra loro sono presenti in praticamente ogni pagina. Questi esempi sono i pochi che ho avuto la forza di trascrivere nella parte che sono arrivato a leggere.

private asylum for disturbed members of the families of the modestly well-to-do (p. 16; mia trad. di servizio: «manicomio privato per membri con problemi psichici di famiglie discretamente benestanti»).

diventa:


clinica privata per i membri malati di famiglie modeste (p. 9).

Certe volte la soluzione più semplice è semplicemente inventare una parola: tanto è fantascienza, no? E così Air Defense Command will pop a gasket (p. 31), dove to pop a gasket è un'espressione idiomatica che significa più o meno «dare in escandescenze», viene reso «Il Comando di Difesa Aerea lancerà un gaschetto» (p. 18). Certo, un gaschetto...

E se uno ignora l'inglese, il buon senso, la storia, Alfred Tennyson e tutti i film, libri e riferimenti sulla carica dei Seicento, può benissimo rendere thundering straight up the valley like the entire Light Brigade at Balaklava (p. 77) con «tuonando dritto nella valle come l'intera Brigata della Luce a Balaklava» (p. 46).

Infine, ma solo perché mi sono stufato, nella postfazione di Arthur C. Clarke (ora ci torno su) si dice che l'immagine romantica del pianeta Venere come ambientazione tropicale di avventure misteriose è venuta meno quando si è appresa la vera natura della sua superficie: Gone with the thousand-degree-Fahrenheit wind of sulphuric acid vapour... E il Nostro, che ha capito tutto e ha colto un riferimento culturale l'unica volta che non serviva, rende: «Una specie di Via col vento a migliaia di gradi Fahrenheit, nei fumi dei vapori acidi e sulfurei...».

Ora, dicevo che il libro in sé non è privo di interesse, su più livelli. La vicenda del romanzo (e dei cinque che lo seguirono) ruota attorno a una ragazza dal passato misterioso, sottoposta a un programma di incremento delle abilità fisiche e mentali avviato dai genitori ma poi rilevato da altri, e che ora usa le sue capacità (e gli accessori inseriti nelle dita, e l'antenna formata dalle ossa e...) per svolgere indagini per un ente spaziale. E va be', lo spunto non è originalissimo, ma è svolto bene.
La cosa divertente, però, è che ognuno dei sei romanzi è basato su un racconto di Clarke, ripreso quasi alla lettera, incastonato nel testo e ampliato in tutte le direzioni, in modo molto riuscito, per lo meno in questo primo caso. Qui si tratta di «Breaking Strain» (in italiano «Aria per uno»), che è uno dei racconti a cui hanno attinto Clarke stesso e Kubrick per 2001: non sorprendentemente si parla di una situazione claustrofobica che si viene a creare tra i due uomini dell'equipaggio di un'astronave.
E a questo riguardo c'è un'ulteriore zampata dell'ineccepibile cura editoriale del volume Urania. In appendice è riportato il racconto di Clarke, il che sarebbe un'ottima cosa. Se non fosse che è tradotto da un'altra persona e così quella che nell'originale era una ripresa letterale quasi dell'intero testo, solo «rimontato» e con minime varianti per inserirlo nella storia più ampia, diventa una curiosa parafrasi su cui il lettore italiano è lasciato a lambiccarsi il cervello.

venerdì 6 giugno 2014

Dal Do al La


Le altre sei note a quanto pare sono roba da peccatori (per non parlare di quelle alterate!).

lunedì 3 febbraio 2014

Trenitalia ci tiene all'... inglese?

Suppongo che “sisterni short” sia un capo d'abbigliamento, ma chi può dirlo?

Thank you for confirming the update process data. / Your data will be updated in sisterni short, when you receive a confirmation email.

(Scherzi a parte, è la stessa lingua di “All your base are belong to us”, vero Trenita’?)