Mi sono accorto solo relativamente di recente di un uso curioso e discutibile: “tale” come “sinonimo” di questo.
I miei 2,5 lettori non hanno bisogno che ricordi loro che “questo” si riferisce a una cosa di cui si sta parlando, mentre “tale” si riferisce più in generale a una cosa che ha caratteristiche come quelle della cosa di cui si sta parlando. Se, all'interno di un discorso più ampio, dico “tali libri si trovano in tutte le edicole” non mi sto riferendo necessariamente ai libri di cui si è parlato finora, ma anche a libri analoghi, simili, con certe qualità in comune.
E invece vedo che “tale” viene usato con una certa frequenza – e anche da chi dovrebbe stare attento a queste sfumature, come i revisori di certe case editrici – come se fosse intercambiabile con “questo”, e a volte addirittura come se ne fosse un sinonimo più ricercato.
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lunedì 22 ottobre 2018
martedì 27 agosto 2013
Uomini e no
Non mi capacito del fatto che, in nome di condivisibili campagne di uguaglianza dei diritti dei vari sessi, si prendano cantonate immani in campo linguistico. Spesso si parla dell'uso della parola “uomo” in termini insensati, supponendo che il suo vero significato sia “maschio”, come quando si chiede di dire “caccia all'individuo” anziché “caccia all'uomo” o «invece di “L'uomo della preistoria...” si dica “L'uomo e la donna della preistoria...”» (qui).
Da che esiste la lingua italiana, la parola “uomo”, e prima di essa “homo” in latino, significa “essere umano”, “individuo”, “persona”. Quando per esempio Dante vuole parlare specificamente di esseri umani piccoli, femmine e maschi, parla «d'infanti, di femmine e di viri», non “e di uomini”, mentre nella stragrande maggioranza dei casi usa “uomo” (o “omo”) nel «valore più comune e generico di “animale ragionevole e parlante”» (Enciclopedia Dantesca, corsivo mio).
Quindi non è che usando “uomo” per parlare di esseri umani di entrambi i sessi si cerchi di maschilizzare le donne, di imporre uno standard maschile a tutti. Al contrario: nel corso della storia dell'italiano moderno c'è stata una deriva verso un uso specificamente maschile della parola “uomo”, e la cosa interessante, semmai, potrebbe consistere nel riappropriare la parola “uomo” al suo uso universale originario.
Sospetto che c'entri un obliquo influsso di analoghe battaglie anglofone (su cui, pure, si può discutere), in cui in effetti man ha un significato un po' più specificamente maschile e più netta è la contrapposizione con la woman, che è etimologicamente la wīfmann, la “moglie dell'uomo” (e allora lì la vera lotta al sessismo imporrebbe di non usare più “woman” per dire “donna”...).
Da che esiste la lingua italiana, la parola “uomo”, e prima di essa “homo” in latino, significa “essere umano”, “individuo”, “persona”. Quando per esempio Dante vuole parlare specificamente di esseri umani piccoli, femmine e maschi, parla «d'infanti, di femmine e di viri», non “e di uomini”, mentre nella stragrande maggioranza dei casi usa “uomo” (o “omo”) nel «valore più comune e generico di “animale ragionevole e parlante”» (Enciclopedia Dantesca, corsivo mio).
Quindi non è che usando “uomo” per parlare di esseri umani di entrambi i sessi si cerchi di maschilizzare le donne, di imporre uno standard maschile a tutti. Al contrario: nel corso della storia dell'italiano moderno c'è stata una deriva verso un uso specificamente maschile della parola “uomo”, e la cosa interessante, semmai, potrebbe consistere nel riappropriare la parola “uomo” al suo uso universale originario.
Sospetto che c'entri un obliquo influsso di analoghe battaglie anglofone (su cui, pure, si può discutere), in cui in effetti man ha un significato un po' più specificamente maschile e più netta è la contrapposizione con la woman, che è etimologicamente la wīfmann, la “moglie dell'uomo” (e allora lì la vera lotta al sessismo imporrebbe di non usare più “woman” per dire “donna”...).
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giovedì 14 luglio 2011
giovedì 24 giugno 2010
È emergenza “criticità”
Un amico mi chiede che cosa ne penso (o, volendo, che cosa ne pensa l'Accademia) dell'abitudine di usare “criticità” nel senso di “questione da affrontare urgentemente”, come in “le criticità del progetto in questo momento sono...”, considerando anche che, di fronte ai suoi tentativi di sostituirlo con qualche altro termine che suoni meglio, i colleghi del mio amico rispondono che questa parola “sta nel vocabolario”.
La mia modesta opinione è che i colleghi di cui si parla probabilmente non hanno ben chiaro che non è che un vocabolario autorizzi a usare una certa parola in un certo modo: al contrario, se una parola entra nell'uso in un certo modo, prima o poi i vocabolari ne prendono atto, fosse anche che la gente si mette a chiamare “carciofi” le melanzane. (Anzi, certi vocabolari sono molto lesti nell'incorporare nuovi lemmi e nuove accezioni: se si vuol pubblicare una nuova edizione ogni anno, più roba c'è e meglio è.) È quasi come se un rapinatore mostrasse il giornale che parla della sua impresa per dimostrare che ha fatto bene a commetterla.
A me personalmente “criticità” suona pessimamente: profuma della pigrizia intellettuale di cui trasudano tutti questi neologismi di marketinghese. Qualcuno li tira fuori per riempirsi la bocca con polisillabi inutili, e altri gli vanno dietro pensando di darsi un tono.
D'altro canto, le lingue evolvono, anche con meccanismi di questi tipo: buona parte dell'attuale pronuncia inglese viene dai vezzi linguistici dei reali e dei cortigiani londinesi dei tempi andati.
In particolare, in questo caso mi sembra che si tratti semplicemente del meccanismo che parte da una parola che denota una certa qualità in generale e porta a usarla per indicare uno specifico oggetto o situazione che possiede quella qualità, un po' come “verità” nel senso generale di “qualità consistente nell'essere vero” rispetto alle singole “verità” filosofiche, scientifiche etc.
Le conclusioni traetele voi.
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