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venerdì 9 gennaio 2026

Equilibristi della parola


I traduttori di testi scientifici, e indubbiamente anche quelli di varie altre discipline, si trovano non di rado di fronte al problema di come rendere un termine tecnico che non ha ancora un equivalente nella loro lingua. Attualmente questo succede soprattutto quando la lingua di partenza è l'inglese, fertilissima di neologismi. Che fare? Lasciare il termine originale? Usarlo ma italianizzato? Crearne uno completamente nuovo, o magari cavarsela con una perifrasi?

Qualche secolo fa la lingua della ricerca scientifica era il latino, ma il problema per i traduttori era esattamente lo stesso.

Nel 1581 Filippo Pigafetta, discendente del grande navigatore Antonio Pigafetta, tradusse dal latino Le Mechaniche di Guido Ubaldo dei Marchesi del Monte, trattato di meccanica classica, essenzialmente sulle macchine semplici. E appunto anche lui era ben conscio delle difficoltà terminologiche e avvertì il lettore che alcune parole “non si sono potute trasportare commodamente in volgare, per non essere esse anco state accettate in questa lingua, né intese da ognuno”, e di conseguenza “le ho lasciate così latine”.

Una di queste era aequilibrium, che Pigafetta “lasciò così latina”, limitandosi a darle forma italiana: “equilibrio”. E visto che non era un termine chiarissimo, ne spiegò il significato: “Dove si legge questo vocabolo latino Equilibrio, intendasi per eguale contrapeso, cioè che pesa tanto da una banda quanto dall'altra in pari lance, o libra o bilancia che si dica”, richiamandosi all'etimo della parola, che ovviamente deriva da aequus (“uguale”) e libra (“bilancia”)

(In realtà esiste almeno una precedente occorrenza di “equilibrio” in italiano, ma sicuramente non era un termine diffuso, né dal significato ovvio.)

Devo questa perla etimologica alla voce “equilibrio” curata da Alessio Ricci, in Parola per parola. Etimi, storie e usi del lessico, a cura di Giuseppe Antonelli, il Mulino 2025.

martedì 25 febbraio 2025

Traduttori traditori V

Nella recente e pregevole serie televisiva Ripley del 2024, a un certo punto del 2° episodio, un personaggio (uomo) sospetta che un altro personaggio (uomo) gli stia facendo delle avances, e decide di mettere le cose in chiaro, dicendo: “I'm not queer”.


Ora, negli anni in cui si svolge la vicenda – il romanzo The Talented Mr Ripley di Patricia Highsmith è del 1955, la serie è ambientata nel 1960 – il termine “queer” è senza dubbio spregiativo. Quel personaggio sta dicendo: “Non sono frocio” o, pure meglio perché è meno volgare e più datato, “Non sono un invertito”.

Nel doppiaggio italiano, però, dice: “Non sono queer”, che non ha alcun senso. In primo luogo, nel 1960 nessun parlante italiano avrebbe usato questo termine, fra i numerosi con cui avrebbe potuto fare riferimento all'omosessualità. In secondo luogo, quando oltre trent'anni dopo il termine è entrato in uso nell'italiano (nel 1992, secondo lo Zingarelli) aveva già per lo più il significato “sdoganato” con cui la comunità LGBT l'aveva recuperato, e quindi non più offensivo, e sicuramente non lo è oggi come invece lo era nell'inglese di più di sessant'anni fa.

Quindi abbiamo l'apparente paradosso che usare la stessa identica parola è il modo meno appropriato per tradurla. Il che però non è neanche un grande paradosso, considerando i decenni intercorsi, nonché il fatto che l'italiano è spesso un po' allegrotto nell'adottare termini inglesi: feeling, ticket, body, spider...


martedì 21 novembre 2017

Dicono vari saggi...

Una riga solo per segnalare l'uscita del numero 13 (autunno 2017) della rivista in rete tradurre. pratiche teorie strumenti, come sempre strapiena di interventi interessanti. Non so se rientra fra questi, ma c'è anche un articolo del sottoscritto: “Dice il saggio...” sulla traduzione di testi saggistici, e in particolare scientifici.

mercoledì 15 novembre 2017

Su “Misfits”

Una rapida nota per segnalare una traduzione curiosa di una serie televisiva. Al lettore decidere come chiamarla.
Nel 7° episodio della seconda serie di Misfits, una serie britannica su un gruppo di supereroi sfigati (lo erano prima, e i superpoteri acquisiti per caso fanno poco per migliorare la loro situazione), i protagonisti hanno a che fare con un ex prete cattolico che ha comprato a suon di sterline vari superpoteri e si fa passare per Gesù redivivo. Nonostante ne combini di tutti i colori molti, creduli, lo adorano, ma i nostri lo confrontano e lo mettono di fronte alle sue colpe.
Nella versione originale gli dicono, uno dopo l'altro:
– One of your followers killed my girlfriend.
– You're exploiting the vulnerable. 
– You're taking money off people. 
– You're sexually assaulting girls.
Che nel doppiaggio italiano diventa:
– Uno dei tuoi ha ucciso la mia ragazza. 
– Stai sfruttando i più deboli. 
– Prendi i soldi ai poveri. 
– Molesti le donne.
 E fin qui, tutto bene. A questo punto l'interlocutore ribatte:
– Hey. That's the Catholic Church for you.
che io avrei forse reso con qualcosa come: «Appunto, è la Chiesa cattolica». Nella traduzione italiana, invece diventa:
– Ehi, non tutti i preti sono senza peccato.
Ma, se la vedete in inglese, la serie è molto bella.

mercoledì 9 novembre 2016

Una visibile quinta di copertina

Ogni volta che esce un nuovo numero della rivista in rete Tradurre è un evento (e un mucchio di roba interessante da leggere sulla traduzione).

Il motivo egocentrico per cui lo segnalo, però, è che il numero attuale (autunno 2016) contiene tra l'altro un articolo del sottoscritto, Invisibilmente verso l'invisibile, nell’ambito della nuova rubrica “quinta di copertina”, sulla mia traduzione del saggio L’invisibile. Il fascino pericoloso di quel che non si vede di Philip Ball.

venerdì 6 maggio 2016

Traduttori d'altri tempi

Traduttori d'altri tempi che sanno dare il giusto valore al proprio lavoro:
Mi allontanai con il moro per il chiostro della Chiesa Madre, e lo pregai che mi traducesse in lingua castigliana quei cartabelli, tutti quelli almeno che si occupavano di don Chisciotte, senza togliere né aggiungere nulla, e mi offrii di dargli il compenso che m'avesse chiesto. Lui si accontentò di due sacchetti di uva passa e di due misure di grano, e promise di tradurli bene e fedelmente, e in pochissimo tempo; ma io per semplificare il lavoro e non perdere d'occhio quella straordinaria scoperta, me lo feci venire in casa mia, dove in poco più di un mese e mezzo me la tradusse tutta, come qui è riferito.
Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, I parte, cap. 9, trad. di Vittorio Bodini (Einaudi).

Devo la segnalazione di questo passo a un recente seminario di Monica Palmerini su “La traduzione nel Don Chisciotte. Prospettive sul tradurre tra lingue, cultura e storia” presso la Casa delle Traduzioni di Roma.

martedì 2 febbraio 2016

Da Parks a Dante, passando per Levi

Chi si interessa di traduzione, in particolare in e dall’inglese, avrà quasi certamente già visto l’articolo “In the Tumult of Translation” di Tim Parks apparso nella New York Review of Books. Parks, col suo piglio abituale, dice la sua sulla nuova traduzione inglese di Se questo è un uomo di Primo Levi apparsa nella recente edizione dei Complete Works leviani, la prima completa in inglese. La traduzione di questo testo è di Stuart Woolf, che ha rimesso mano, dopo decenni, alla sua stessa versione del 1959.

Parks solleva vari punti interessanti e spesso condivisibili, pure per chi come il sottoscritto non è un madrelingua inglese e quindi non si azzarda a entrare nel merito delle sfumature di una resa nella lingua d’Oltremanica.
Un aspetto che giustamente sottolinea più volte è che quando il tono dell’originale di Levi è quotidiano o quasi dimesso va reso come tale anche in inglese, mentre pare che la traduzione di Woolf a volte si lasci tentare da scelte lievemente più elevate (per esempio per rispecchiare una radice lessicale o una costruzione sintattica italiana, ottenendo un risultato che in inglese suona troppo “alto”).

Trovo però che, tra i casi che porta, non sempre Parks colga nel segno. Un esempio per tutti: prendiamo un passo di Levi citato e approfondito da Parks:
Molti, bestialmente, orinano, correndo per risparmiare tempo, perché entro cinque minuti inizia la distribuzione del pane, del pane-Brot-Broit-chleb-pain-lechem-kenyér, del sacro blocchetto grigio che sembra gigantesco in mano del tuo vicino e piccolo da piangere in mano tua.
(Per inciso, la virgola dopo “orinano” pare sia assente nell’originale di Levi.)
La versione di Woolf del 1959 – da cui quella recente si discosta solo per qualche dettaglio – è:
Some, bestially, urinate while they run to save time, because within five minutes begins the distribution of bread, of bread-Brot-Broid-chleb-pain-lechem-keynér, of the holy grey slab which seems gigantic in your neighbour’s hand, and in your own hand so small as to make you cry.
Parks ha da ridire su vari punti e contropropone, pur con qualche mano avanti:
To save time many are urinating as they run, like animals, because in five minutes they’ll be handing out the bread, Brot-Broid-chleb-pane-pain-lechem-keynér, that sacred gray slab that looks so huge in the hands of the man next to you and so small you could cry in your own.
Tra altre obiezioni (come il fatto che era sparito del tutto “pane” in italiano, oppure “of bread” rispetto a “of the bread” etc.), uno dei punti contestati è la resa di “bestialmente” con “bestially”. Commenta Parks: «Bestialmente can be used in Italian to mean simply, like an animal» e in parte sarà anche vero, magari più per il sostantivo “bestie” (che in effetti può benissimo essere usato da un allevatore per parlare delle proprie pecore, per esempio) che per l’aggettivo e l’avverbio. Ma se Levi avesse voluto dire “come animali” o “come fanno gli animali”, avrebbe detto... “come animali” o “come fanno gli animali”. Invece sceglie un termine ben più carico, quasi violento.
Non solo: quella formulazione, con le parole in un ordine che non è il più naturale per la frase, con le virgole (una più o una meno che siano) che spezzano il ritmo e lo rendono affannoso, non è certo il “grado zero” tra i modi di dire quelle cose, bensì è un attacco fortissimo, con un empito quasi dantesco («Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia»), e Levi non è che fosse del tutto ignaro di Dante.
E, a mo’ di controprova: come usa Dante “bestia” e “bestiale”? Nel suo corpus compaiono numerose volte, il primo nella stragrande maggioranza dei casi in senso figurato, e – cosa paradossalmente più significativa – le poche volte che lo usa riferito ad animali veri o immaginari, è per parlare della lupa della selva oscura, del minotauro e del mostruoso Gerione. E “bestiale” «è sempre riferito all’uomo, ai suoi costumi, alle sue azioni, con varie sfumature semantiche» (Enciclopedia Dantesca, s.v.), come per esempio quando Vanni Fucci descrive le proprie malefatte: «Vita bestial mi piacque e non umana».

In ogni caso l'articolo di Parks merita senz'altro un'attenta lettura, e finisce pure con un cliffhanger.

giovedì 21 gennaio 2016

Arnaldo Daniello, trovatore d'oltremanica

Se vi siete mai chiesti che cosa stia all’inglese come il provenzale sta all’italiano, andate avanti nella lettura. Se no, pure, perché è giunto il momento di chiederselo.

Secondo alcuni sarebbe bene che ogni opera letteraria venisse tradotta più di una volta nella stessa lingua, per averne più “interpretazioni” (in tutti i sensi) a disposizione.

Come che sia per i testi moderni, questo accade di sicuro per i classici, e permette a chi torna su un testo già tradotto e ritradotto di sbizzarrirsi un poco. E permette in particolare a Dorothy L. Sayers, apprezzata giallista che si apprezzava più come dantista, di reinventare le parole che Arnaldo Daniello, trovatore provenzale, pronuncia nel Purgatorio dantesco in provenzale.

Ricordo che alla fine del ventiseiesimo canto, dopo che Dante ha conversato con Guido Guinizelli, che gli ha presentato Daniello come “miglior fabbro del parlar materno”, il trovatore prende a parlare “liberamente”:
Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo jorn qu’esper, denan.
Ara vos prec, per aquella valor
que vos condus al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!
Questa è l’edizione di Natalino Sapegno, che «per questi versi, assai malconci nei manoscritti» differisce in un paio di punti da altre.
Sapegno traduce così: «Tanto mi piace la vostra cortese domanda, che non mi posso né voglio a voi celare. Sono Arnaldo, che piango e vo cantando; afflitto contemplo la mia passata follia, e vedo, gioioso, innanzi a me il giorno che spero. Ora vi prego, per quel valore che vi conduce al sommo della scala, vi sovvenga a tempo del mio dolore».

L’invenzione della Sayers consiste nel renderle in scozzese: lo Scots – da non confondere con l’inglese di Scozia e tanto meno col gaelico –, la lingua in cui sono scritte varie poesie di Burns («
The best-laid schemes o' mice an' men / Gang aft agley...»). Più precisamente, il Daniello della Sayers si esprime in “Border Scots”, parlato nel sud della Scozia.
Lei stessa chiarisce in una nota il senso della sua scelta:
Dante has made the poet reply in his native Provençal: partly, no doubt, in compliment to Arnaut’s “mastery of his mother-tongue”; partly, one may guess, in order to display his own facility in the “langue d’oc”; but chiefly, I am sure, because the light French vowels and monosyllabic rhymes impart a peculiar tripping gaiety to the verse and because the unexpected change of language lends an engaging sense of difference to this, the last exchange of speech with the souls in Purgatory. In order to preserve something of this lightness and contrast, I have translated the speech into Border Scots – a dialect which bears something of the same relation to English as Provençal does to Italian.
(Traduzione “di servizio” mia: «Dante fa rispondere il poeta nella sua lingua nativa, il provenzale: in parte, sicuramente, come omaggio al fatto che Arnaut fu il “miglior fabbro del parlar materno”; in parte, possiamo immaginare, per dar mostra della sua dimestichezza con la langue d’oc; ma soprattutto, ne sono certa, perché le vocali leggere e le rime accentate dell’idioma francese concedono una specifica leggerezza alle terzine e perché l’inatteso cambiamento di lingua permea di un piacevole senso di differenza quest’ultimo dialogo con le anime del purgatorio. Per conservare qualcosa di questa leggerezza e di questo contrasto, ho tradotto le parole di Arnaut in scozzese del sud, un dialetto che ha con l’inglese un rapporto vagamente simile a quello che il provenzale ha con l’italiano».)

Ed ecco i versi della Sayers: 


Sae weel me likes your couthie kind entratin’,
I canna nor I winna hide fra’ ye;
I’m Arnaut, wha gae singin’ aye and greetin’;
Waefu’ I mind my fulish deeds lang syne,
Lauchin’ luik forrit tae the bricht morn’s meetin’.
Pray ye the noo, by yonder micht that fine
Sall guide ye till the top step o’ the stair,
Tak’ timely thocht for a’ my mickle pine.

Poi s’ascose nel foco che li affina.

venerdì 2 ottobre 2015

Scaccini della lingua

Sfogliando per altri motivi il Lessico dell'infima e corrotta italianità di Fanfani e Arlía, mi cade l'occhio sulla voce “TRADURRE”. Temendo il peggio – gli autori non esitavano a condannare senza appello parole anche comuni, considerandole forestierismi, solecismi o simili – leggo, e vedo con sollievo che se la prendono solo con l'altro significato di “tradurre”.

TRADURRE. Vale voltare da una lingua ad un'altra, ma non Condurre, Trasportare, Accompagnare. Egli è vero che si dice nella Curia, e anche fuori di essa, per es.: Traducete l'imputato dal carcere innanzi al Giudice - Il condannato fu tradotto alla casa penale per iscontarvi la pena; ma a noi pare che, con forma più italiana, e meglio si direbbe usando uno de' tre verbi qua su mentovati, se no si confondono i due verbi latini Tradere e Traducere. Anche il Tommaséo avvertì che Tradurre in carcere è modo cancelleresco tolto dal francese; e il Voc. della ling. parl. lo disse « modo nuovo e non approvabile, potendosi e dovendosi dire Condurre. » Sicchè, sebbene per la difesa di questa voce il professor Veratti ci abbia cortesemente dato di « scaccini della lingua » (Strenna Studii filologici pel 1869), noi continuiamo a metterla qui, perchè come gli scaccini veri scaccian di chiesa i cani, e levano ogni sorta di bruttura, che la gente poco pulita vi reca: così noi cerchiamo levar dalla lingua ch'è cosa pur sacra, gl'intrugli degli spazzaturai e di chi tiene per essi.

[Accenti e spazi dentro le virgolette come nell'originale.]

A parte  che oggidì la lingua non è più considerata cosa sacra, l'appellativo di “scaccino della lingua” non ci  dispiace.

venerdì 6 marzo 2015

Di trecca o di cicciaio

Scrive Manganelli a conclusione della «Nota del traduttore» alla sua versione di alcuni racconti di Poe:
Un lungo lavoro su Poe produce due effetti: insegna un certo inglese, ne fa dimenticare un altro. L'inglese di Poe è tutto mentale – non astratto, ma piuttosto collocato in uno spazio inventato, innaturale, snaturato. In parallelo a Poe si può leggere Jane Austen, il cui vitreo linguaggio si finge e mente naturale; ma quando mi è venuto in mano un libro di Dickens, polimaterico, fonico e coacervato dondechesia, ho gustato le vertigini; quello che, suppongo, debbono provare i jinn che si incarnano o, se meglio vi s'acconcia, gli angeli che un celeste errore obbliga a calarsi in un corpo infimo e splendido di trecca o di cicciaio, che vale venditor di trippe per gatti.

mercoledì 4 febbraio 2015

Note alle note a piede d'anfiteatro

Il culto della parola isolata è il trabocchetto più volgare, ma ad un tempo più sottile che si apre dinanzi al traduttore: perché mai, se tutti lo conoscono e stanno sull’avviso, è così facile cascarci?
Benvenuto Terracini


M'è capitato, arrivandoci per caso mentre cercavo quasi tutt'altro, di leggere questo articolo molto interessante: «Note a piede di anfiteatro»: la traduzione dei drammi antichi in una esperienza di laboratorio di Federico Condello e Bruna Pieri (apparso in Dionysus ex machina, IV (2013), 553-603).

Potrebbe apparire piuttosto specialistico, perché parla di un'esperienza didattica di traduzione di testi teatrali classici dal greco e dal latino, con esempi in particolare da Eschilo e Seneca. In prima approssimazione tocca problemi specifici di questo tipo di testi, e quindi non concerne chi legge o traduce testi moderni e in prosa, no?

Niente affatto: la resa in italiano delle tragedie greche e latine mette sotto il microscopio, esaspera in modo fertile, varie questioni che riguardano in realtà qualunque lettura e qualunque traduzione.

Intanto, il “traduttese” alberga ovunque, e se non è quello del doppiaggio affrettato di film americani è quello delle versioni da liceo classico; se dal primo ci vengono i classici automatismi di sicuro, fottuto, dannazione, dalle seconde vengono – anche se per meccanismi diversi – i giacigli, le scolte, gli illustri, e altri traduttismi assortiti

sia di ordine grammaticale (gli “o” dei vocativi, i “fra” dei partitivi, i gerundi delle subordinate implicite, etc.), sia di ordine lessicale (le varie “tracotanze” e “virtù”, le “sciagure” e le “trepidazioni”, etc.); e non c’è da stupirsi troppo se, per il nudo e potente esordio eschileo ..., compare addirittura un “vogliano gli dèi etc.”, cioè l’abituale, abitudinario equivalente scolastico della desiderativa; o se ... le opes di Medea non sono il “potere” ma i canonici “mezzi”; e, ancora, se la presenza del gerundivo nell’avvertimento della Nutrice a Medea (rex est timendus) scatena rese, per così dire, pavloviane come “temere il re è nostro dovere” o “c’è un re da temere” (perché – fra l’altro – in “traduttese” si “teme”, non si “ha paura”).

Ma il traduttese, vecchio e nuovo, è solo uno dei motivi di interesse dell'articolo. Tradurre il teatro antico mette a fuoco almeno altre due questioni con cui in realtà si confronta quotidianamente qualsiasi traduttore.

Uno è il problema dei realia, dei riferimenti culturali ovvî per il lettore (o spettatore) della lingua e dell'epoca di partenza, ma forse misteriosi per chi legge qui e ora. Al contemporaneo di Sofocle era per esempio chiaro che, in certi contesti, se una persona era seduta lo era in segno di supplica. Che fare oggi? Aggiungere appunto “in segno di supplica”? Far inginocchiare quel personaggio anziché sedere? Confidare nella cultura o nell'intuito del lettore/spettatore? E chi o cosa saranno mai l'Istro e il Fasi che, neppure loro, potranno lavare e purgare la reggia di Edipo?
Spero sia chiaro che questa distanza che ci separa da Sofocle o Eschilo non è poi diversa (non dirò neppure “maggiore”) da quella che ci separa dai pescatori della Lousiana o dall'Africa post-coloniale contemporanea. Chi traduce per il teatro deve risolvere tutto, sempre, all'interno del testo – non si danno «note a piede d'anfiteatro» (a questo si riferisce la citazione da Sanguineti ripresa nel titolo) – e anche in questo ha forse da insegnare a chi ha il relativo agio di tradurre per la pagina scritta, che punterebbe però comunque a evitare anche le note a piè di pagina. 

Proprio la destinazione teatrale è alla base dell'altra questione molto istruttiva anche per chi non ha come destinazione il palcoscenico: la “dicibilità”. È problematica e contestata fin dal nome, ma è innegabile: il testo deve “suonare bene”; o magari suonare male, scabro, straniante ma a ragion ben veduta.
Questo naturalmente significa, ma solo al livello più elementare, evitare ovvî e buffi accostamenti: «“Ti ritiri?”, “più pio”, “telai idei”, “flutti di mare” (“arselle, garusoli, vongole e simili ghiottonerie”?), etc., secondo la spassosa esemplificazione di Albini». Ma più in generale, salvare o ricreare la musica del testo, il “suono” dei vari personaggi (a ognuno il suo, ma in modo che interagiscano veramente e non che ognuno abbia le proprie belle battute a sé stanti) e così via. E non sono questi problemi anche di chi traduce narrativa o saggistica (per non parlare della poesia)? Non sarà un caso se molti traduttori rileggono, o si fanno rileggere, ad alta voce il proprio testo.

Ma nell'articolo c'è molto altro: ho appena sfiorato la superficie: soprattutto considerazioni utili per chiunque (come rendere i saluti? riportarli su una scala “ciao/salve/buongiorno”? come parlare di “amici” o di “cattivi”?), e altre più specifiche relative alle lingue classiche. Se si ha un'infarinatura anche solo di una delle due, vale la pena almeno di scorrerle, per cogliere perle come per esempio le difficoltà presentate da un frammento apparentemente semplice (è la nutrice che sta parlando alla Medea senecana) quale «coniugis nulla est fides». Che cos'è quella fides ormai assente in Giasone? La risposta “da vocabolario”, parlando di un rapporto tra persone, è “lealtà” (o “fedeltà”, o “promessa” o simili), ma bisogna cogliere bene quello di cui si sta parlando:
Qui molte versioni del laboratorio ... hanno involontariamente caricato la resa di valenze “scandalistiche” («tuo marito ti ha tradita», «ti è infedele ormai tuo marito») che nulla hanno a vedere col significato chiave di questo termine, riferito a un rapporto di fiducia/fedeltà che non si esplica certo solo a livello privato. Qui la nutrice non sta dicendo a Medea quanto ella sa già, cioè che Giasone è promesso a un’altra, ma che l’eroe, a differenza dei tempi dell’avventurosa fuga dalla Colchide ..., non è più dalla sua parte. Questo forse è uno dei casi in cui la traduzione per la messinscena – che ha e deve avere mani più libere rispetto alle costrizioni poste da altre destinazioni – avrà l’opportunità di valorizzare il significato di fides con una resa – ancora una volta – esegetica (e.g. «in tuo marito non puoi trovare appoggio»).
Buona lettura!

domenica 7 settembre 2014

Ci sarebbe da lanciare un gaschetto

Ho letto il libro con la peggior traduzione che abbia mai visto. In realtà non l'ho letto tutto, perché arrivato a un certo punto, rendendomi conto che non ci stavo capendo niente, che nei dialoghi i personaggi parlavano a vanvera, che le descrizioni erano incomprensibili e la vicenda si seguiva a stento, mi sono procurato l'originale e ne ho ricominciato la lettura da capo. Questa volta – ma guarda un po' – filava tutto.
Si tratta di Nome in codice: Sparta di Paul Preuss, pubblicato da Mondadori nella collana Urania nel 1991. Il titolo originale è Venus Prime 1: Breaking Strain. Poi torno sul libro in sé, che ha più di un motivo di interesse, ma prima mi levo il dente della traduzione.

Il problema è che chi tradusse a quanto pare non capiva buona parte di quello che stava leggendo: per poco che ci fosse un termine fuori dai 1000 più comuni o una frase idiomatica (anche abituali come by your bootstraps, oppure mighty nel senso di “estremamente”) si perdeva e cominciava a inventare. Ne vengono fuori frasi insensate, che magari ci starebbero anche bene, ma in tutt'altro romanzo.
Per esempio, durante una certa asta la signora Sylvester è interessata solo a uno specifico oggetto:


As far as Sylvester was concerned they could have been auctioning a piece of the True Cross (p. 84 dell'edizione ibooks; mia traduzione di servizio: «Per quel che ne importava alla Sylvester, potevano battere all'asta anche un pezzo della Vera Croce»).

Resa del Nostro, che ricordava vagamente che to concern può significare «preoccupare»:


La Sylvester era preoccupata che potessero riuscire a impadronirsi di un pezzo della Vera Croce (p. 50 dell'edizione Urania).

C'è un intero dialogo in cui, nella versione tradotta, non si capisce di che cosa si stia parlando. Uno parla di una tipa trasognata e poco vestita che sembrava non vederlo, «a parte il fatto che non ero neanche nella stessa stanza» (p. 21). Eh? Ah, no ecco, la questione era che la tipa si comportava come se lui non ci fosse (But like I wasn’t even in the same room, p. 37). E, nel posto misterioso con tizie come quella, «la maggior parte della gente che passa da lì, pretende di salire per affittare i servizi dello studio? Contrattano, amico [...] Comprano e vendono...» (p. 22) Se lo dici tu... Ma non sarà invece che fanno finta di essere interessati ai servizi di un fantomatico studio di registrazioni, mentre in realtà è una specie di bordello dove si spaccia droga? (Most of the people who come through here, claim they’re goin’ up to rent the studio facilities? They’re just dealin’, man, [...] Just buyin’ and sellin’..., p. 38)

Certe volte il Nostro sembra fare come uno studente mediocre alle prese con una versione di latino: cerca le singole parole sul vocabolario, e poi assembla quello che ha trovato in modo da formare una frase di fantasia:


Truth is, field supervisors are mighty partial to perfect physical specimens (p. 54; mia trad. di servizio: «La verità è che i supervisori sul campo ci tengono molto a esemplari fisici perfetti»).

diventa:


La verità è che il campo d'azione dei supervisori non è abbastanza potente per perfezionare le caratteristiche fisiche (p. 32).

Prima delle perle finali, un altro paio di esempi quasi a caso. In realtà i fraintendimenti, le rese così letterali da essere incomprensibili, le parole simili scambiate tra loro sono presenti in praticamente ogni pagina. Questi esempi sono i pochi che ho avuto la forza di trascrivere nella parte che sono arrivato a leggere.

private asylum for disturbed members of the families of the modestly well-to-do (p. 16; mia trad. di servizio: «manicomio privato per membri con problemi psichici di famiglie discretamente benestanti»).

diventa:


clinica privata per i membri malati di famiglie modeste (p. 9).

Certe volte la soluzione più semplice è semplicemente inventare una parola: tanto è fantascienza, no? E così Air Defense Command will pop a gasket (p. 31), dove to pop a gasket è un'espressione idiomatica che significa più o meno «dare in escandescenze», viene reso «Il Comando di Difesa Aerea lancerà un gaschetto» (p. 18). Certo, un gaschetto...

E se uno ignora l'inglese, il buon senso, la storia, Alfred Tennyson e tutti i film, libri e riferimenti sulla carica dei Seicento, può benissimo rendere thundering straight up the valley like the entire Light Brigade at Balaklava (p. 77) con «tuonando dritto nella valle come l'intera Brigata della Luce a Balaklava» (p. 46).

Infine, ma solo perché mi sono stufato, nella postfazione di Arthur C. Clarke (ora ci torno su) si dice che l'immagine romantica del pianeta Venere come ambientazione tropicale di avventure misteriose è venuta meno quando si è appresa la vera natura della sua superficie: Gone with the thousand-degree-Fahrenheit wind of sulphuric acid vapour... E il Nostro, che ha capito tutto e ha colto un riferimento culturale l'unica volta che non serviva, rende: «Una specie di Via col vento a migliaia di gradi Fahrenheit, nei fumi dei vapori acidi e sulfurei...».

Ora, dicevo che il libro in sé non è privo di interesse, su più livelli. La vicenda del romanzo (e dei cinque che lo seguirono) ruota attorno a una ragazza dal passato misterioso, sottoposta a un programma di incremento delle abilità fisiche e mentali avviato dai genitori ma poi rilevato da altri, e che ora usa le sue capacità (e gli accessori inseriti nelle dita, e l'antenna formata dalle ossa e...) per svolgere indagini per un ente spaziale. E va be', lo spunto non è originalissimo, ma è svolto bene.
La cosa divertente, però, è che ognuno dei sei romanzi è basato su un racconto di Clarke, ripreso quasi alla lettera, incastonato nel testo e ampliato in tutte le direzioni, in modo molto riuscito, per lo meno in questo primo caso. Qui si tratta di «Breaking Strain» (in italiano «Aria per uno»), che è uno dei racconti a cui hanno attinto Clarke stesso e Kubrick per 2001: non sorprendentemente si parla di una situazione claustrofobica che si viene a creare tra i due uomini dell'equipaggio di un'astronave.
E a questo riguardo c'è un'ulteriore zampata dell'ineccepibile cura editoriale del volume Urania. In appendice è riportato il racconto di Clarke, il che sarebbe un'ottima cosa. Se non fosse che è tradotto da un'altra persona e così quella che nell'originale era una ripresa letterale quasi dell'intero testo, solo «rimontato» e con minime varianti per inserirlo nella storia più ampia, diventa una curiosa parafrasi su cui il lettore italiano è lasciato a lambiccarsi il cervello.

giovedì 30 gennaio 2014

Quattordici cartelle al giorno

Di Luciano Bianciardi ai traduttori capita di parlare spesso, e a ragione, e con cognizione di causa (ad alcuni giornalisti, invece, è rimasta impressa solo quella cosa lì della “vita agra” e la ritirano fuori a ogni piè sospinto).

Ma forse non ci rendiamo conto – o almeno non me n'ero reso compiutamente conto io prima di un certo incontro fortuito – di quanto dovesse essere stata faticosa la sua attività di traduttore, in mezzo alla quale trovava pure il tempo di scrivere del suo.
Cercando in rete una cosa su Bianciardi, ho trovato il sito a lui dedicato, curato dai figli, che contiene tra l'altro un elenco di tutte le sue traduzioni (anno per anno, dal 1955 al 1972). Ho cominciato a compulsarlo, sorridendo ogni tanto quando mi rendevo conto di avere, senza saperlo, più di un libro tradotto da lui.
Ma la cosa che fa impressione è la quantità, oltre che l'eterogeneità, del materiale che traduceva. Nel giro di pochi mesi si va da Faulkner a Kennedy, dalla Fisica del neutrone al Tropico del Cancro e al Tropico del Capricorno di Henry Miller (pubblicati dalla Feltrinelli, ma per i quali «per eludere la censura, si finse un’edizione all’estero, riservata al mercato estero, adoperando il marchio prestato da un editore svizzero [Impr. la Semeuse]; in realtà il volume fu stampato a Varese, immagazzinato in Italia e venduto sottobanco»).
Soprattutto, ciò che è importante e attualissimo, in questo modo ci si può fare indirettamente un'idea di quanto poco venisse pagato. Ci furono anni, soprattutto all'inizio dei Sessanta, in cui tradusse anche 5000 pagine (pagine stampate, non cartelle, ma un'idea la danno). E dato che non mi risulta avesse esattamente una flotta di limousine, penso alla miseria che doveva ricevere.
(Angolino aritmetico: 5000 pagine in un anno significano quasi 14 pagine al giorno, estate e inverno, domeniche e feste comandate, sani o malati, comprese riletture, ricerche o qualsiasi altro lavoro accessorio. E tutto a ditate sui tasti della macchina per scrivere.)

martedì 18 giugno 2013

Benvenuti a Chernobyl

Mi fa piacere rendere partecipi i miei 2,5 lettori del fatto che è appena uscito Benvenuti a Chernobyl. E altre avventure nei luoghi più inquinati del mondo, la mia traduzione di Visit Sunny Chernobyl: And Other Adventures in the World's Most Polluted Places di Andrew Blackwell. Mi fa piacere perché è un libro che ho letto e tradotto con piacere (e di cui ho regalato con piacere ad alcune persone amiche le copie che mi spettavano).

Come suggerisce il sottotitolo, è un diario di viaggio molto personale a Černobyl’, in una miniera canadese di sabbie bituminose, nella “città più inquinata del mondo” (ma in realtà no) in Cina, nella chiazza di immondizia del Pacifico e in altri ameni luoghi del genere, in cui l'orrore per la devastazione ambientale e umana convive in Blackwell con una sorta di fascino per il fatto stesso che sia possibile modificare l'ambiente su scala così ampia. Un esempio per tutti: dove vengono lavorate le sabbie bituminose per trarne – in modo a sua volta molto inquinante – qualcosa di utilizzabile a mo' di petrolio,
... c’era l’area di stoccaggio dello zolfo, anche se chiamarlo «area di stoccaggio dello zolfo» è come chiamare le piramidi «area di stoccaggio della pietra».
Un sottoprodotto del processo industriale della Syncrude è una quantità monumentale di zolfo, di cui non si sa che fare né a chi venderlo. Così viene messo da parte, in grosse lastre gialle, un livello ingombrante sull’altro, fino a erigere, attualmente, un trio di enormi ziggurat tronche alte quindici o venti metri e larghe qualcosa come quattrocento metri. Come tutto quello che c’è qui in giro, sono probabilmente tra le strutture artificiali più grandi della storia umana, ma non ne avevo mai sentito parlare. Una piramide di zolfo non fa notizia, mi sa. ...
Un giorno, però, la Syncrude o i suoi successori vedranno in questi oggetti enormi – giganteschi, monumentali, immani, apocalittici – l’opportunità che veramente rappresentano. I turisti del futuro saliranno fino in cima ai loro gradoni, soggiorneranno in alberghi di zolfo scavati al loro interno, sorseggeranno cocktail gialli e assisteranno agli incontri di tennis del Syncrude Open, in cui si useranno palle azzurre perché siano visibili sui campi gialli. Migliaia di anni dopo, gli esploratori che si apriranno la strada tra le giungle della Cameximeriga del Nord ci si imbatteranno e saranno abbagliati dalla semplicità dell’architettura dei nostri templi, al contempo rozzi e grandiosi, e faranno congetture sui motivi che ci spinsero a adorare lo zolfo al di sopra di ogni altro elemento e si renderanno conto che i faraoni erano dei mentecatti.
E così via. Potete leggere qualche altro estratto sul Post (con menzione del nome del traduttore) e su Internazionale (senza).

(Per i più attenti e pignuoli: com'è, anche alla luce del recente guest post di Paolo Gangemi, che nel titolo e anche nel testo, abbondano le menzioni di “Chernobyl” all'inglese, anziché di un più corretto “Černobyl’”? Scelta dell'editore. Ma quasi tutti gli altri nomi russi e ucraini sono traslitterati come norma internazionale comanda.)

lunedì 3 giugno 2013

Un mondo di errori

Paolo Gangemi, matematico, giornalista scientifico, accademico de’ Pignuoli e amico, nonché curatore del blog Casi paologici dedicato ai paradossi e autore tra l'altro di Insalate di matematica 2 e del Piccolo libro delle curiosità sul mondo, ha gentilmente accolto il mio invito a scrivere un guest post su quelle che erano cominciate come considerazioni in privato.

La geografia, quanto e più della matematica, è quella cosa che in Italia molti (e nella mia esperienza soprattutto molte, non so perché) si piccano di non conoscere, quasi con una punta di orgoglio.

Lo si vede distintamente nell’opera di giornalisti e traduttori, due professioni per esercitare le quali c’è chi pensa che non serva la cultura (tanto meno quella geografica). L’accostamento non è casuale: molti giornalisti, soprattutto in ambito scientifico, si limitano a tradurre alla meno peggio gli articoli dall’inglese, anziché scriverli.
Ed è qui che viene il bello (si fa per dire).

L’errore più classico è l’uso della translitterazione inglese anziché quella italiana o (quando c’è) quella standard: Azerbaijan, Yalta, Yugoslavia, Kamchatka, eccetera. Interessante il caso di Černobyl’: nella translitterazione standard si scrive Čornobyl in base alla grafia ucraina e Černobyl’ in base a quella russa (più diffusa, perché era la lingua usata internazionalmente dall’Unione Sovietica all’epoca del tristemente famoso incidente nucleare). In alternativa, in Italia potrebbe essere accettabile scrivere Cernobyl, ma di solito si usa la versione inglese Chernobyl: perché non adottare allora quella francese Tchernobyl o quella tedesca Tschernobyl (usate coerentemente nei rispettivi Paesi)?

Altrettanto diffusa è l’ignoranza dei corrispettivi italiani di toponimi anglofoni: Burma, isole Fiji, Rwanda, isole Solomon. Il più brutto, per il mio gusto personale, viene invece dal francese: Djibouti.
C’è poi un caso più pignuolo: l’Artico. Non si legge mai Artide (e anche Antartide sta cedendo ad Antartico). Ora, l’Artico è un mare (o un oceano) e quindi è corretto chiamarlo con l’aggettivo sostantivato (come il Pacifico, il Mediterraneo, ecc). Solo che spesso si dice Artico per intendere la Groenlandia o altre terre ben emerse.
E forse è un calco dall’inglese l’uso sempre più frequente dell’espressione “il Sudcorea”: una tendenza ormai entrata nell’italiano in casi come Sudafrica o Nordamerica. A proposito di Nordamerica: un classico errore di chi traduce dallo spagnolo è scrivere sbadatamente “nordamericano”, senza pensare che “norteamericano” è usato allo stesso modo del nostro “americano” per intendere “statunitense”.

Una variante è lasciare nella lingua originale i toponimi che hanno una traduzione in italiano ma non in inglese: Mainz, Szeged, Sulawesi, eccetera. Conosco persone che sono tornate dalla pittoresca città di Regensburg senza sapere di essere stati a Ratisbona.
Un caso particolare è Dubrovnik: l’italiano “Ragusa” sta sparendo dall’uso comune sia per l’ignoranza delle guide (e quindi dei turisti) sia per il possibile equivoco con l’omonima città siciliana. Visto che la lingua si modifica secondo la parlata, dire “Dubrovnik” mi sembra ormai quasi accettabile (lo sarebbe ancora di più – a essere pignuoli – se lo si pronunciasse alla croata, cioè con l’accento sulla “u”).
È invece del tutto ingiustificabile usare il termine inglese quando è diverso sia dalla versione locale sia da quella italiana. Un caso tipico è Guatemala City, particolarmente irritante per un ispanofono.
Anche qui non sono solo i turisti a sbagliare: un importante documento ufficiale di una grandissima azienda italiana con interessi in molti Paesi del mondo, parlando del Parco Nazionale degli Alti Tatra, in Slovacchia, lo chiama “Parco nazionale High Tatras”.

Spesso poi l’errore riguarda l’uso delle preposizioni e degli articoli: capita quando i giornalisti/traduttori non si chiedono se il toponimo si riferisce a una città, a uno Stato o ad altre cose ancora. Capita di leggere “è andato a Pernambuco”, “vive a Kerala” e simili.
La confusione aumenta quando Stato e città hanno lo stesso nome (New York, Rio de Janeiro, eccetera). E fare chiarezza su questo punto non sempre serve: il Venerdì di Repubblica parlava recentemente di un film girato “a New York Upstate”. Chissà se il giornalista si è chiesto cosa volesse dire.

martedì 12 marzo 2013

La Repubblica e le traduttrici invisibili

Segnalo al volo a quelli dei miei 2,5 lettori che non sono traduttori o a cui comunque fosse sfuggito:

Una lettera aperta a Sheryl Sandberg (Caso: La Repubblica e Le Traduttrici Invisibili) | No Peanuts! for Translators

In breve: dopo l'ennesimo caso in cui un giornale omette di menzionare chi ha tradotto un libro importante - Facciamoci avanti: le donne, il lavoro e la voglia di riuscire di Sheryl Sandberg - a cui dedica ampio spazio (ma fosse anche un libro dozzinale a cui dedica un trafiletto), forse si muove qualcosa. Tanto per aggiungere all'ironia involontaria della storia, era un libro sulle donne che lavorano, scritto da una donna, promosso nei dintorni dell'8 marzo, e tradotto da due donne.

La Repubblica non lo sa, ma le traduttrici sono Sara Crimi e Laura Tasso.

sabato 2 febbraio 2013

Un apocrifo di Lem

Nei giorni scorsi mi è capitato di fare una piccola scoperta bibliografica.

Sono necessari due antefatti, anche se più d'uno dei miei 2,5 lettori non ne avranno bisogno.

Antefatto 1. Per introdurre alcuni concetti sull'infinito, si menziona spesso l'albergo di Hilbert, un hotel che ha infinite camere numerate progressivamente: 1, 2, 3...
Uno degli aspetti mirabili di questa struttura ricettiva è che, anche quando è completamente piena, c'è modo di accogliere ancora qualche ospite, pur senza costringere nessuno a condividere la camera con un estraneo. Poniamo che arrivi un nuovo viaggiatore imprevisto. Basterà chiedere cortesemente (il posto di direttore dell'albergo di Hilbert è riservato a persone più che diplomatiche) all'occupante della camera 1 di trasferirsi nella camera 2, a chi occupava la 2 di spostarsi nella 3 e così via. A questo punto tutti hanno una camera ed è rimasta vuota la 1. Basta rifare il letto, ed eccola pronta per l'ospite inatteso.
Con una variante dello stesso trucco si possono accogliere dieci, cento, mille nuovi avventori... e persino infiniti. In quest'ultimo caso, un modo consiste nello spostare l'ospite della 1 nella 2, quello della 2 nella 4, quello della 3 nella 6 e così via, trasferendo ognuno nella camera con numero doppio rispetto a quella originaria. In questo modo alla fine rimangono vuote infinite camere, tutte quelle con un numero dispari.
Il tutto serve per illustrare alcuni dei paradossi legati al concetto di infinito, a far vedere che un insieme infinito può contenerne propriamente un altro (così come l'insieme dei numeri naturali ne contiene propriamente quello dei numeri pari), ma al contempo averne lo stesso “numero” di elementi.

Antefatto 2. Lo scrittore polacco Stanisław Lem è autore di vari racconti e romanzi in cui compare come personaggio o semplice narratore il cosmonauta Ijon Tichy. Più d'uno dei racconti si riferiscono a uno specifico viaggio di Tichy (per esempio le Memorie di un viaggiatore spaziale comprendono il “Settimo viaggio”, “Ottavo viaggio”, “Undicesimo viaggio”...), ognuno dei quali ricco di incontri fantasiosi.

Basta con gli antefatti. In vari libri divulgativi di matematica in lingua inglese, raccontando l'apologo dell'albergo di Hilbert, si cita l'uso letterario che ne ha fatto Lem in un suo racconto di cui viene dato come titolo inglese “The extraordinary hotel or the thousand and first journey of Ion the Quiet”.
Ora “Ion” potrebbe essere un semplice refuso (presumibilmente occorso in occasione della prima pubblicazione inglese, perché tutti lo citano così) e “Quiet” è il significato della parola polacca “Cichy”, che è un quasi omofono del cognome del nostro viaggiatore.
Il vero problema è che questo racconto non compare in nessuna bibliografia di Lem. Me ne sono accorto perché lo menziona un libro (statunitense) che ho tradotto e mi sono intestardito a trovare il titolo originale del racconto e un'eventuale traduzione italiana (in un libro in italiano che cita un testo polacco non ha molto senso dare il titolo inglese).
A farla breve, una piccola indagine mi ha portato a sbrogliare la matassa.

Il racconto non è di Lem. È di un matematico e divulgatore russo, Naum Vilenkin (1920-1991), che lo scrisse in esplicito omaggio a Lem e inserì in un proprio libro divulgativo sulla teoria degli insiemi (che, per chi sa il russo, è disponibile qui).
Il racconto è introdotto con le parole “Но такие гостиницы могут встретиться разве что в рассказах нашего старого знакомого, межзвездного путешественника Йона Тихого. Итак, предоставим ему слово”, cioè “Ad ogni modo, alberghi di tal fatta si ritrovano solo nei racconti di una nostra vecchia conoscenza, il viaggiatore interstellare Ijon Tichij. Pertanto, a lui la parola”.
Esiste una traduzione inglese del libro di Vilenkin, intitolata Stories about Sets, pubblicata dalla Academic Press nel 1968 e tradotta da “Scripta Technica”. (S.T. era presumibilmente un'agenzia di traduzioni: la rete non ne sa molto. Per esempio, in un forum qualcuno chiede, e non trova, lumi su questa società che “did a lot of translation in many fields across many languages of scholarship and science in the sixties and seventies, and apparently into the nineties”.)

Nella traduzione inglese il passo che introduce il racconto diventa “Such hotels can be found in the stories about the interstellar traveler Ion the Quiet, the famous hero of ‘The Interstellar Milkman, Ion the Quiet,’ written by the Polish fantasist Stanislaw Lem. Let's hear what he has to say”. Qui, per il nostro Tichy, oltre alle modifiche al nome che abbiamo già notato e che sono ulteriormente spiegate dal suo transito attraverso il russo (dove “tichij” significa appunto “silenzioso, tranquillo”), gli è apparso il misterioso attributo di “lattaio”. Può entrarci il fatto che in un passo successivo dell'originale russo (che non compare nella traduzione) si parla di un “Club dei Viaggiatori Intergalattici” e ci sarebbe stata una confusione con l'etimo di “galassia”?
La versione inglese non è fedelissima: salta accorpa lima, e in particolare espunge una sezione “Планета мифов” (“Il pianeta dei miti”) in cui - nell'originale - compariva una nota chiarificatrice: “I viaggi di Jon Tichij sono descritti dal famoso scrittore di fantascienza polacco Stanislaw Lem in I diari stellari di Ion Tichij. L'autore dei Racconti sugli insiemi si augura che S. Lem gli perdoni il goffo tentativo di imitazione e che i lettori non rimproverino a S. Lem la scarsa qualità letteraria dell'esposizione dell'Autore”. Diari stellari è la traduzione letterale di Dzienniki gwiazdowe, il titolo originale delle Memorie di un viaggiatore spaziale.

Il libro da cui il racconto sullo “extraordinary hotel” viene in genere citato in ambito anglofono non è però questo di Vilenkin, ma un'antologia apparsa successivamente, Imaginary Numbers, curata da William Frucht (J. Wiley, 1999). Riunisce testi o estratti di Carroll, Calvino, Rucker, Smullyan, Hofstadter e vari altri autori a cavallo tra matematica e letteratura, tra cui numerosi autori di fantascienza (Dick, Gibson, Leiber, Haldeman, Willis, Zamjatin, Ballard, oltre a un vero Lem), qualche poeta (Marvell, Szymborska) e anche il nostro Landolfi.
Il problema è che evidentemente il curatore deve aver frainteso quell'introduzione: l'aggiunta della menzione esplicita di Lem, seguita immediatamente da “Let's hear what he has to say” gli hanno fatto ritenere che il racconto che seguiva fosse di Lem. E quindi nell'antologia (fino alla pagina degli “Acknowledgments”) il racconto risulta di Lem, e come tale viene riportato da tutti quello che lo hanno citato in seguito.
Quindi alla fine è successo proprio quello che paventava Vilenkin quasi come vezzo, che cioè i meriti o demeriti del suo apocrifo su Tichy siano stati rimproverati (o forse lodati) a Lem.

(Per avermi aiutato a far luce sulla questione ringrazio i frequentatori di Science Fiction & Fantasy Stack Exchange, vari altri viandanti più o meno anonimi della rete e soprattutto l'impagabile amico Leonardo M. Pignataro, slavista e molto altro.)

lunedì 9 luglio 2012

Reputazioni da riparare?

È uscita finalmente la mia traduzione del racconto lungo “Il riparatore di reputazioni” di Robert W. Chambers, parte della sua raccolta Il Re in giallo.
Si tratta di un ebook che fa parte del progetto dei Dragomanni (di cui ho già orgogliosamente parlato): ora è in vendita presso Ultima Books e tutte le altre principali librerie virtuali (Feltrinelli.it, Ibs, Amazon.it, Bookrepublic e molte altre).
Al racconto ho affiancato una breve introduzione (breve perché io, come lettore, le introduzioni le leggo comunque dopo, e quindi il grosso l’ho messo dopo il testo) e un corposo apparato di note al testo, materiale su Chambers, osservazioni sulla traduzione e altro.
Simultaneamente appare anche l'altro dei primi due ebook dragomannici in vendita, Tre racconti di spettri della scrittrice vittoriana Mary Elizabeth Braddon nella traduzione di Alice Gerratana.

venerdì 23 marzo 2012

Faligi e “gli effetti dell'illecita condotta posta in essere”



Riassunto per i lettori più che frettolosi: una sedicente casa editrice organizza iniziative discutibili, un sito statunitense le discute in un editoriale, una traduttrice italiana traduce su commissione del sito statunitense l'editoriale, uno studio legale invia una lettera intimidatoria per conto della sedicente alla traduttrice dell'articolo.


Qualcuno dei 2,5 lettori di questo blog fa il traduttore e quindi probabilmente conosce già questa storia, ma è il caso che la apprendano anche gli altri.

Esiste una società che ha sede in provincia di Aosta, si chiama Faligi e si autodefinisce “casa editrice”. Dalla loro pagina web si apprende che “cercano” autori, a cui offrono vari servizî, tra cui l'“assegnazione della numerazione ISBN” e una promozione a base di “gadget scaricabili” e altro.

Ma qui ci interessano le magnifiche opportunità che offrono agli aspiranti traduttori, e la collera divina che scatenano contro chi critica i loro metodi. Loro non le descriverebbero così ma, come parafrasa l'articolo di cui sto per parlare, quello che dicono agli aspiranti è qualcosa come: “Voi ci date 160 euro. Poi traducete un libro gratis. Se il libro vende, è possibile che vediate qualche centesimo. Ma se noi non lo promuoviamo, o decidiamo di non pubblicarlo, o il libro non è un granché… che vi dobbiamo dire? Ci avrete smenato 160 euro e qualche mese di lavoro, mentre noi… niente di niente.”
Oppure, per riformulare in maniera ancor più colorita: “Mettiamo che Faligi si fosse presentato direttamente alla vostra porta. Offrendovi un magico biglietto della lotteria che costa solo 160 euro—i quali vi regalano il diritto a lavorare gratis per diverse ore alla prova di traduzione. Se la passate, poi potete lavorare gratis qualche altro mese della vostra vita; dopodiché, il vostro biglietto magico finirà nella riffa. Un giorno o l’altro ci sarà forse un’estrazione; e forse voi vincerete qualcosa. Ma non c’è nessuna garanzia, eh!
Fosse andata così, avreste chiamato la polizia e fatto arrestare i truffatori. Nel nostro caso, invece, potete cliccare il pulsante «Mi piace» su Facebook. Ecco: più o meno la differenza che c’è tra la vita vera e the Wonderful World/Le fabuleux destin/Die fabelhafte Welt della traduzione.”

Ora, arrivato a questo punto, scopro le carte. Quello che spero da questo post è di ricevere una bella lettera dai loro legali. Da quando ho saputo che la collega e amica Isabella Zani ne ha ricevuta una, non sto più nella pelle per riceverne una almeno altrettanto bella. Ora, che ha fatto Isabella? Qual è l'“illecita condotta posta in essere” da costei? È andata sulla pubblica piazza strillando nefandezze sul conto della Faligi? Li ha calunniati in alto e basso loco? Peggio, molto peggio.
Ha tradotto in italiano l'articolo del sito No Peanuts! for Translators che - giusto cielo! - critica l'operato della Faligi e dalla cui traduzione italiana sono tratti i passi che ho citato.

Per approfondire, consiglio caldamente di leggere il recente articolo (in inglese, con link ai documenti in italiano) dello stesso No Peanuts!, in cui sono descritte, senza lesinare i dettagli scabrosi, le conseguenze di questo atto criminoso, compresa la magnifica lettera passive-aggressive dei famosi legali e la lettera di risposta di Isabella (ora che ci penso! se sono veramente fortunato, magari di letterine magiche ne ottengo due, una per conto della Faligi e una da loro medesimi: rischio di batterti, Isa!).

E, affinché il coefficiente di pignoleria di questo post sia adeguato, si sappia che la cura esasperata che la Faligi mette nel suo lavoro redazionale “affinché l'opera raggiunga un ottimo risultato” comprende evidentemente una dose generosa di virgole tra soggetti e verbi, come in

La Faligi Editore, mette a disposizione dei suoi autori...

Aggiornamento (24.3): Un altro post sullo stesso argomento, nel blog La bottega delle immagini di Giovanni Angelo Jonvalli.
Aggiornamento 2 (25.3): Il blog giramenti di Gaia Conventi cita e raccomanda questo post.
Aggiornamento 3 (26.3): Anche .mau., nelle sue Notiziole, commenta sapidamente la faccenda.

lunedì 16 gennaio 2012

Chi è stato tradito?

Leggo solo ora sulla “Lettura” (l'ottimo supplemento culturale domenicale del Corriere della Sera) dell'8 gennaio la breve recensione firmata da Franco Manzoni dell'antologia Poeti greci. Da Omero al VI secolo d.C. (edita da Dalai), curata e tradotta da Vincenzo Guarracino. Il libro promette bene, ma non ne parlo perché non l'ho visto.

Scrive tra l'altro Manzoni, che a sua volta è anche poeta e traduttore:
[Guarracino] si mette alla prova [...] cercando di raggiungere la medesima intensità linguistica emozionale dei testi originali. Tradire per ricreare quell'antica fulgida luce [...].
Quello che mi colpisce è che anche un serio critico letterario, e un serio critico letterario che recensisce specificamente una traduzione in quanto tale, si lancia in affermazioni che vanno dal banale (“raggiungere la medesima” etc., certo; che cosa, se no?) al discutibile (ancora “tradire”?), contraddicendosi nel frattempo.

È quasi come se un critico di vini dicesse:
[La tal cantina] si mette alla prova [...] cercando di spremere uva e lasciarla fermentare per ottenere un gustoso nettare. Produrre aceto per deliziare i palati [...].
(Devo l'idea di un parallelo tra la traduzione e la vinificazione, in tutt'altro contesto, all'amico Bruno Osimo.)