venerdì 20 febbraio 2026

Proust e i Bellini

Non che io sia un particolare amante della Norma e dintorni, ma quando sento “Bellini” mi viene da pensare per primo a Vincenzo (colpa delle banconote da 5000 lire?). Sempre meglio di Google, al quale la prima cosa che viene in mente è l'omonimo cocktail.

Bellini è menzionato più volte nella Recherche, ma Proust, quando menziona il cognome, pensa sempre a Giovanni o a Gentile: il primo, per esempio, parlando di angioletti suonatori e il secondo a proposito di una veduta di San Marco e di un ritratto di Maometto II (a cui assomiglia Bloch).

Leggendo Proust, oltre al tomo in francese e alla traduzione di Giovanni Raboni che mi sta accanto per quando ho un dubbio o voglio semplicemente vedere come ha reso qualche bel passaggio, spesso ho sotto mano una pagina in cui c'è tutto il testo della Recherche insieme, utilissima per cercare qualcosa al volo. Ne ricavo che “Bellini” compare esattamente sette volte, di cui tre sicuramente per Gentile, due per Giovanni e due su cui sono incerto, entrambe nel Côté des Guermantes. La seconda è per me un po' misteriosa: si parla delle decorazioni di gusto egizio che non hanno niente del vero Egitto, di un brano di Beethoven con un tema “russo” etc., e “de même les peintres chinois ont cru copier Bellini”.

La menzione precedente si trova all'interno di un discorso affascinante sul fatto che la duchessa di Guermantes si dilettava di paradossi, di parlar male di una persona molto amata dagli interlocutori e viceversa. Il Narratore la paragona a chi esalta artisti minori, affetta di preferire l'Ifigenia di Piccinni a quella di Gluck, una favola a un dramma di Hugo e simili. In questo contesto il narratore racconta di aver visto

Bellini, Winterhalter, les architectes jésuites, un ébéniste de la Restauration, venir prendre la place de génies qu'on avait dits fatigués simplement parce que les oisifs intellectuels s'en étaient fatigués

(“avevo visto Bellini, Winterhalter, gli architetti gesuiti, un ebanista della Restaurazione, installarsi al posto di geni che venivano fatti passare per stanchi semplicemente perché se n'erano stancati [...] gli oziosi intellettuali” nella resa di Raboni a p. 941 dell'edizione in unico volume).

Quindi, quale che sia il Bellini di cui parla qui, Proust lo pone tra gli onesti mestieranti preferiti a veri genî.

Un'ultima annotazione su (un) Bellini: lo stesso dubbio (compositore o uno dei pittori?) m'era venuto tempo addietro a proposito di una bellissima poesia di W.H. Auden, “Vespers”, all'interno delle “Horae Canonicae”:

In my Eden a person who dislikes Bellini has the good manners not to get born

(“Nel mio Eden una persona a cui non piace Bellini avrà il buon gusto di non nascere”). La voce narrante sta confrontando il proprio ipotetico Eden arcadico con la Nuova Gerusalemme di un utopista rivoluzionario, a proposito del quale prosegue: “In his New Jerusalem a person who dislikes work will be very sorry he was born” (“Nella sua Nuova Gerusalemme una persona a cui non piace lavorare si dispiacerà di essere nata”).

Non conosco abbastanza i gusti artistici di Auden (o del suo alter ego) da poter dire quale Bellini rappresentasse per lui il criterio per essere ammessi nell'Eden, ma almeno un paio di recensioni in rete relative alla Norma (qui e qui) sembrano dare per scontato che si parli appunto del compositore catanese.

Per chi è interessato a queste cose, il libro canonico sulle occorrenze dei maestri della pittura italiana nella Recherche è Proust et la peinture italienne di Eleonora Marangoni.

mercoledì 14 gennaio 2026

Ci salveranno i critici cinematografici

In questo mondo pochi apprezzano la matematica, vari semmai si vantano di ignorarla, e chi usa la parola “teorema” 99 volte su 100 la usa senza sapere che cosa vuol dire, come se anziché “affermazione dimostrata” significasse “argomentazione teorica che, poggiando su ipotesi più o meno valide [...] individua, o pretende di individuare, ove l’uso del termine assuma connotazione polemica, una rete di collegamenti tra episodî criminosi apparentemente irrelati” [Treccani] (il “teorema Buscetta” e simili) e ormai, in generale, “argomentazione discutibile”.

In questo mondo mi conforta che nel dizionario dei film di Paolo Mereghetti, per descrivere lo stile didascalico e poco avvincente di un certo film, si ricorra a un'azzeccata similitudine didattica:

...il film emoziona poco, per colpa di una sceneggiatura troppo schematica e didattica [...] che fa l'effetto di un teorema spiegato a una classe di principianti: passaggio dopo passaggio si capiscono tutti i nessi logici, ma si perde il gusto dell'intuizione.

venerdì 9 gennaio 2026

Equilibristi della parola


I traduttori di testi scientifici, e indubbiamente anche quelli di varie altre discipline, si trovano non di rado di fronte al problema di come rendere un termine tecnico che non ha ancora un equivalente nella loro lingua. Attualmente questo succede soprattutto quando la lingua di partenza è l'inglese, fertilissima di neologismi. Che fare? Lasciare il termine originale? Usarlo ma italianizzato? Crearne uno completamente nuovo, o magari cavarsela con una perifrasi?

Qualche secolo fa la lingua della ricerca scientifica era il latino, ma il problema per i traduttori era esattamente lo stesso.

Nel 1581 Filippo Pigafetta, discendente del grande navigatore Antonio Pigafetta, tradusse dal latino Le Mechaniche di Guido Ubaldo dei Marchesi del Monte, trattato di meccanica classica, essenzialmente sulle macchine semplici. E appunto anche lui era ben conscio delle difficoltà terminologiche e avvertì il lettore che alcune parole “non si sono potute trasportare commodamente in volgare, per non essere esse anco state accettate in questa lingua, né intese da ognuno”, e di conseguenza “le ho lasciate così latine”.

Una di queste era aequilibrium, che Pigafetta “lasciò così latina”, limitandosi a darle forma italiana: “equilibrio”. E visto che non era un termine chiarissimo, ne spiegò il significato: “Dove si legge questo vocabolo latino Equilibrio, intendasi per eguale contrapeso, cioè che pesa tanto da una banda quanto dall'altra in pari lance, o libra o bilancia che si dica”, richiamandosi all'etimo della parola, che ovviamente deriva da aequus (“uguale”) e libra (“bilancia”)

(In realtà esiste almeno una precedente occorrenza di “equilibrio” in italiano, ma sicuramente non era un termine diffuso, né dal significato ovvio.)

Devo questa perla etimologica alla voce “equilibrio” curata da Alessio Ricci, in Parola per parola. Etimi, storie e usi del lessico, a cura di Giuseppe Antonelli, il Mulino 2025.