Non che io sia un particolare amante della Norma e dintorni, ma quando sento “Bellini” mi viene da pensare per primo a Vincenzo (colpa delle banconote da 5000 lire?). Sempre meglio di Google, al quale la prima cosa che viene in mente è l'omonimo cocktail.
Bellini è menzionato più volte nella Recherche, ma Proust, quando menziona il cognome, pensa sempre a Giovanni o a Gentile: il primo, per esempio, parlando di angioletti suonatori e il secondo a proposito di una veduta di San Marco e di un ritratto di Maometto II (a cui assomiglia Bloch).Leggendo Proust, oltre al tomo in francese e alla traduzione di Giovanni Raboni che mi sta accanto per quando ho un dubbio o voglio semplicemente vedere come ha reso qualche bel passaggio, spesso ho sotto mano una pagina in cui c'è tutto il testo della Recherche insieme, utilissima per cercare qualcosa al volo. Ne ricavo che “Bellini” compare esattamente sette volte, di cui tre sicuramente per Gentile, due per Giovanni e due su cui sono incerto, entrambe nel Côté des Guermantes. La seconda è per me un po' misteriosa: si parla delle decorazioni di gusto egizio che non hanno niente del vero Egitto, di un brano di Beethoven con un tema “russo” etc., e “de même les peintres chinois ont cru copier Bellini”.
La menzione precedente si trova all'interno di un discorso affascinante sul fatto che la duchessa di Guermantes si dilettava di paradossi, di parlar male di una persona molto amata dagli interlocutori e viceversa. Il Narratore la paragona a chi esalta artisti minori, affetta di preferire l'Ifigenia di Piccinni a quella di Gluck, una favola a un dramma di Hugo e simili. In questo contesto il narratore racconta di aver visto
Bellini, Winterhalter, les architectes jésuites, un ébéniste de la Restauration, venir prendre la place de génies qu'on avait dits fatigués simplement parce que les oisifs intellectuels s'en étaient fatigués
(“avevo visto Bellini, Winterhalter, gli architetti gesuiti, un ebanista della Restaurazione, installarsi al posto di geni che venivano fatti passare per stanchi semplicemente perché se n'erano stancati [...] gli oziosi intellettuali” nella resa di Raboni a p. 941 dell'edizione in unico volume).
Quindi, quale che sia il Bellini di cui parla qui, Proust lo pone tra gli onesti mestieranti preferiti a veri genî.
Un'ultima annotazione su (un) Bellini: lo stesso dubbio (compositore o uno dei pittori?) m'era venuto tempo addietro a proposito di una bellissima poesia di W.H. Auden, “Vespers”, all'interno delle “Horae Canonicae”:In my Eden a person who dislikes Bellini has the good manners not to get born
(“Nel mio Eden una persona a cui non piace Bellini avrà il buon gusto di non nascere”). La voce narrante sta confrontando il proprio ipotetico Eden arcadico con la Nuova Gerusalemme di un utopista rivoluzionario, a proposito del quale prosegue: “In his New Jerusalem a person who dislikes work will be very sorry he was born” (“Nella sua Nuova Gerusalemme una persona a cui non piace lavorare si dispiacerà di essere nata”).
Non conosco abbastanza i gusti artistici di Auden (o del suo alter ego) da poter dire quale Bellini rappresentasse per lui il criterio per essere ammessi nell'Eden, ma almeno un paio di recensioni in rete relative alla Norma (qui e qui) sembrano dare per scontato che si parli appunto del compositore catanese.
Per chi è interessato a queste cose, il libro canonico sulle occorrenze dei maestri della pittura italiana nella Recherche è Proust et la peinture italienne di Eleonora Marangoni.

