giovedì 8 luglio 2010

Devisement du monde

Riferisco qui, senza far nomi, qualcosa che ho appreso da una lista di discussione per traduttori che frequento.

Una certa piccola casa editrice tiene periodicamente una sorta di brevissimi “corsi” - tre ore - che sono in realtà modi per attirare giovani aspiranti traduttori. Tra le altre peculiarità di questi incontri, viene enunciata la tesi che un italiano possa benissimo tradurre dall'italiano in una lingua straniera, cosa con cui la maggior parte dei traduttori e editori in generale discorda. I loro motivi sono probabilmente anche economici: costa molto più un traduttore professionista madrelingua inglese che sappia bene l'italiano, che non un principiante italiano che mastica un po' di inglese. (Il risultato non è lo stesso? Davvero?)
Perché cercano traduttori dall'italiano verso lingue straniere? Ovviamente per diffondere nel mondo la conoscenza della letteratura italiana. E per chiarire meglio questo concetto, fanno l'esempio di Marco Polo...

(Non offenderò i miei 2,5 lettori ricordando loro che, a prescindere dal valore letterario delle memorie di viaggio di Marco Polo, il vero problema è che 1) non ne fu lui l'autore ma le raccontò a Rustichello da Pisa che le scrisse come gli pareva; 2) ma, soprattutto, Rustichello da Pisa scriveva in francese...)

lunedì 28 giugno 2010

La situazione internazionale è un po' meno instabile

Quelli tra i miei 2,5 lettori che seguono con apprensione le vicende geopolitiche dell'Europa centrale non avranno più dormito sonni tranquilli da quando, quasi un anno e mezzo fa, ho segnalato il fatto che il Liechtenstein non aveva ancora riconosciuto le repubbliche ceca e slovacca e viceversa.
Con colpevole ritardo posso restituire loro la serenità: il mio “post” deve sicuramente aver smosso qualcosa in alto loco, perché nel giro di qualche mese il principato centroeuropeo ha stabilito relazioni diplomatiche con le due nazioni slave. Qui ci sono i comunicati ufficiali del governo del Liechtenstein.

La pace è tornata a Vaduz.

sabato 26 giugno 2010

Attenti ai vampiri

Se avete paura che, mentre fate le vostre spese in centro, possa aggredirvi un vampiro, a chi vi potete affidare se non al cugino motorizzato di Van Helsing? “Van Scharing”!

giovedì 24 giugno 2010

È emergenza “criticità”

Un amico mi chiede che cosa ne penso (o, volendo, che cosa ne pensa l'Accademia) dell'abitudine di usare “criticità” nel senso di “questione da affrontare urgentemente”, come in “le criticità del progetto in questo momento sono...”, considerando anche che, di fronte ai suoi tentativi di sostituirlo con qualche altro termine che suoni meglio, i colleghi del mio amico rispondono che questa parola “sta nel vocabolario”.

La mia modesta opinione è che i colleghi di cui si parla probabilmente non hanno ben chiaro che non è che un vocabolario autorizzi a usare una certa parola in un certo modo: al contrario, se una parola entra nell'uso in un certo modo, prima o poi i vocabolari ne prendono atto, fosse anche che la gente si mette a chiamare “carciofi” le melanzane. (Anzi, certi vocabolari sono molto lesti nell'incorporare nuovi lemmi e nuove accezioni: se si vuol pubblicare una nuova edizione ogni anno, più roba c'è e meglio è.) È quasi come se un rapinatore mostrasse il giornale che parla della sua impresa per dimostrare che ha fatto bene a commetterla.
A me personalmente “criticità” suona pessimamente: profuma della pigrizia intellettuale di cui trasudano tutti questi neologismi di marketinghese. Qualcuno li tira fuori per riempirsi la bocca con polisillabi inutili, e altri gli vanno dietro pensando di darsi un tono.
D'altro canto, le lingue evolvono, anche con meccanismi di questi tipo: buona parte dell'attuale pronuncia inglese viene dai vezzi linguistici dei reali e dei cortigiani londinesi dei tempi andati.
In particolare, in questo caso mi sembra che si tratti semplicemente del meccanismo che parte da una parola che denota una certa qualità in generale e porta a usarla per indicare uno specifico oggetto o situazione che possiede quella qualità, un po' come “verità” nel senso generale di “qualità consistente nell'essere vero” rispetto alle singole “verità” filosofiche, scientifiche etc.
Le conclusioni traetele voi.

martedì 22 giugno 2010

Ebanisti colti


Su Metro (il quotidiano distribuito gratuitamente) di oggi, a pagina 16, appare un editoriale intitolato “L'università non serve” a firma di Mariano Sabatini. (Penso che si possa vedere qui, ma il loro sito è sempre arduo da percorrere.)
Lo spunto è la prova scritta di italiano per l'esame di maturità che si tiene oggi, e il consiglio agli studenti delle superiori è di non voler a tutti costi proseguire gli studi. Infatti, spiega Sabatini, “la sensazione, suffragata dai dati apparsi su queste pagine giorni fa, è che l'università non sia più garanzia di impiego sicuro” (ma va!).
La cosa che mi lascia perplesso arriva alla fine: “Non è scontato che i campeggiatori a vita degli atenei siano più colti di chi decida di cominciare prima possibile a misurarsi col difficile mondo del lavoro. Meglio un appassionato ebanista, che magari la sera legge Tolstoj o Camilleri, di un illuso ricercatore che, sfruttato dal ‘barone’ di turno, non ha neppure il tempo di sfogliare un fumetto”.
Se “meglio” significa che è più felice, può essere benissimo, o forse no. È più felice un ciclista professionista con l'hobby dell'ikebana o un macellaio che suona il violoncello? O uno spazzino innamorato che dedica ogni minuto libero alla persona amata? Chi può dirlo?
Se, come sembra, stiamo dicendo che il lettore di Tolstoj e Camilleri è più colto del ricercatore, anche qui non abbiamo alcun elemento per dirlo: può essere e può non essere. Forse il ricercatore, per quanto sfruttato, è esperto di teoria delle stringhe, di genetica o di paleografia medievale, e allora tanto incolto non sarà. È quasi come se si desse per scontato che il lavoro principale non contribuisca alla cultura, che sarebbe invece formata solo dalle letture serali di Camilleri...

lunedì 21 giugno 2010

Pignolerie tra le nuvole

La mia attività blogghistica sta languendo un po', e prima che il lungo silenzio mi renda fioco, segnalo un blog improntato a un sano spirito pignuolo.

Si tratta di Nuvole Anomale, dedicato a errori presenti nei fumetti: errori di continuità, errori fattuali, errori linguistici, e due delle bestie nere dei disegnatori, che sono quasi le icone del blog: le mani a sei dita e i telefoni a disco a nove buchi.
Ma soprattutto, non vi perdete i ricorrenti avvistamenti di Qué, il quarto nipote di Paperino.

venerdì 9 aprile 2010

Il triplo ritratto di Dorian Gray

Di recente ho letto Il ritratto di Dorian Gray di Wilde e ho visto due dei film che ne sono stati tratti, uno nel 1945 e l'altro nel 2009.

Ne esiste almeno una quindicina di versioni cinematografiche, tra cui una ungherese del 1918 con Béla Lugosi e una italo-tedesco-britannica del 1970 con Helmut Berger, di cui è stato detto: “One of the most interesting things Dallamano does with Dorian is to wrap him in Zebra fur. Dorian has zebra drapes on his windows and zebra fur rugs on his floors. By the end of the film Dorian is dressed in a floor length zebra fur coat that would make many pimps in 1970 envious.” (“Una delle cose più interessanti che Dallamano [il regista della versione con Helmut Berger] fa con Dorian è rivestirlo di pelli di zebra. Dorian ha tende di zebra alle finestre e tappeti di zebra sul pavimento. Prima della fine del film Dorian indossa un cappotto di zebra lungo fino ai piedi, che avrebbe reso invidiosi molti papponi del 1970.”)

Di per sé, che un adattamento cinematografico segua più o meno pedissequamente il romanzo che lo ha ispirato ovviamente non dice ancora nulla sulla qualità del film. E non dice molto neppure sulla “fedeltà” intesa in senso generale. Dopo tutto la narrativa e il cinema sono linguaggi diversi, hanno tempi, metodi, sintassi differenti: quindi un film può mantenere buona parte dello spirito del libro di partenza pur prendendosi varie libertà dalla lettera del testo. Ho sentito più volte citare il Signore degli anelli di Peter Jackson come esempio positivo in questo senso, e sono d'accordo.

Che ne è, da questo punto di vista, di queste due incarnazioni su celluloide del romanzo di Wilde?

The Picture of Dorian Gray del 1945 fu scritto e diretto negli Stati Uniti da Albert Lewin, che per buona parte della sua carriera fu soprattutto sceneggiatore, revisore di sceneggiature e produttore esecutivo: i protagonisti sono Hurd Hatfield nel ruolo del protagonista e George Sanders in quello del suo cinico mentore, Lord Henry Wotton (e Angela Lansbury, giovanissima, interpreta Sybil Vane, la prima donna amata da Dorian). Nel Dorian Gray britannico del 2009 i due sono interpretati rispettivamente da Ben Barnes (noto soprattutto come principe Caspian, di Narnia) e Colin Firth: lo sceneggiatore è l'esordiente Toby Finlay, mentre il regista Oliver Parker ha girato un'altra mezza dozzina di film tra cui due produzioni wildiane.

La versione del 1945 è nettamente superiore. Ci sono due aspetti del cinema di quel tempo e luogo che giocarono a favore della sua buona riuscita. Si tratta di due aspetti che a priori sono limiti alla libertà di chi fa un film: il bianco e nero (ma di questo riparliamo subito) e il codice Hays (e di questo parliamo fra poco).

La versione del '45 è in un bel bianco e nero, con eleganti riprese delle case signorili di Dorian e degli altri protagonisti e ombre sinistre che tagliano le scene dei locali malfamati che il nostro frequenta nella sua ricerca del piacere. Il film fa un'unica - anzi, duplice - concessione a un effettaccio per colpire lo spettatore: la prima volta che compare il ritratto del protagonista, perfetto nella sua gioventù e bellezza, e poi di nuovo quando ricompare anni dopo, trasformato dall'età e dai vizî fino a essere irriconoscibile, lo vediamo per pochi istanti nello splendore del Technicolor. Anche se si fosse voluto mostrare in modo più esplicito l'abbrutimento morale di Dorian Gray, in quell'epoca non sarebbe stato possibile.

Notoriamente il codice Hays, o più propriamente il “Motion Picture Production Code”, imponeva limiti strettissimi agli argomenti che si potevano menzionare in un film, e al mondo in cui potevano essere mostrati. In particolare qualunque allusione al sesso era fuori questione. Perfino una coppia sposata non poteva essere mostrata insieme - neppure addormentata - in un letto matrimoniale: non parliamo poi di adulterî, omosessualità, perversioni... Ma in questo caso, trovo che la pruderie del codice Hays e la morale vittoriana dei tempi di Wilde formino un connubio ben sintonizzato: la prima collabora a preservare le allusioni oblique, le ellissi, i cenni fugaci dovuti alla seconda e al buon gusto di Wilde.

Per esempio, nel romanzo si dice che:
Women who had wildly adored him, and for his sake had braved all social censure and set convention at defiance, were seen to grow pallid with shame or horror if Dorian Gray entered the room.

(Donne che avevano adorato appassionatamente [Dorian Gray] e per lui avevano affrontato il biasimo della società e sfidato le convenzioni, furono viste impallidire di vergogna o sgomento se Dorian Gray entrava nella stessa sala.)
E nel film del 1945 viene mostrata questa precisa situazione.

Un altro momento suggestivo dello stesso film è quello in cui Dorian si trova in un locale malfamato dove sta aspettando qualcosa. Ascolta un pianista finché un figuro gli apre una porta che inquadra una scala quasi espressionista che va ai piani superiori: il nostro ne varca la soglia, il figuro lo segue e si chiude la porta alle spalle. Fine della scena.
Il film del 2009, invece, è infinitamente impaziente e anche didascalico: in una situazione analoga ci mostra con gran copia di nudità e umori che cosa succede al piano di sopra. Paradossalmente, sembra un film - per così dire - per bambini. Un adulto può immaginare il tipo di posti in cui Lord Henry porta Dorian per fargli conoscere la vita e i suoi piaceri, ed è a questo adulto che parlano il romanzo e il primo film. Il secondo film invece parla al distratto che, figuratamente, dice: «Dov'è che lo porta? Al circo?», e gli mostra un bordello con dovizia di dettagli. Ovviamente, non c'è niente di male nel mostrare l'interno di un bordello vittoriano, e in altre circostanze può essere un soggetto interessante. Ma qui è, paradossalmente, fuorviante ai fini della storia che racconta. Se Indiana Jones si afferra a una liana per sfuggire a una trappola, Spielberg non si dilunga sui meccanismi biologici che hanno portato alla formazione di quella tal specie di pianta dotata di liane.
Le liane servono a Indiana Jones per salvarsi e far proseguire la storia, così come i locali equivoci servono a Dorian Gray per dannarsi e far proseguire la storia.
Ma la cosa più grave è che essere così espliciti è un po' come spiegare le battute...

martedì 6 aprile 2010

Kurt Gödel e la dimostrazione dell'esistenza di dio

È uscito un mio articolo sull'ultimo numero della rivista “Noncredo”, a proposito della cosiddetta dimostrazione dell'esistenza di dio elaborata da Kurt Gödel. Eccolo qui (compreso il paragrafo finale di bibliografia che non è comparso sulla rivista).

Kurt Gödel e la dimostrazione dell'esistenza di dio

Kurt Gödel fu uno dei più grandi logici di tutti i tempi. Gli si devono alcuni risultati fondamentali in vari ambiti della logica, i più noti dei quali sono i teoremi di incompletezza, che descrivono i limiti intrinseci di qualunque sistema formale.
Tra le carte di Gödel - ne parlò a un collega nel 1970 ma probabilmente risale a molti anni prima - si trova anche una dimostrazione, concisa (due scarse pagine manoscritte) e puramente logica, dell'esistenza di dio. Di fatto si tratta di una rielaborazione delle varie prove ontologiche con cui, da Anselmo d'Aosta a Cartesio e a Leibniz, si è cercato di stabilire per via razionale la necessità dell'esistenza di dio, partendo da una definizione astratta dell'ente supremo e mostrando che come conseguenza di questa definizione l'ente non può non esistere. Una di queste versioni, semplificando, consiste nel dire: “Definiamo dio come l'ente dotato di tutte le possibili perfezioni; esistere è una perfezione (rispetto a non esistere), e quindi dio esiste”.




La dimostrazione di Gödel
La principale novità introdotta da Gödel consiste nell'esplicitare i possibili assunti che prima potevano rimanere impliciti, e nell'usare il formalismo e i metodi della logica modale, cioè di quel tipo di logica che tiene conto delle “modalità”: un'affermazione non è solo vera o falsa, ma può essere vera in modo necessario, oppure possibile (cioè non è necessaria la sua negazione), oppure contingente (cioè non è necessaria né essa né la sua negazione), o altro.
Semplificando, la linea della dimostrazione di Gödel parte dal definire formalmente il concetto di “proprietà positive”. Intuitivamente, si tratta dei classici attributi, o perfezioni, come l'onnipotenza, l'immortalità, la giustizia, la compassione e così via. Ma di tutto ciò, nel testo di Gödel, non si fa menzione. Si descrivono le proprietà positive in astratto, definendole come si fa per gli enti matematici. Si dichiara che l'unione di due proprietà positive è ancora una proprietà positiva, che se una cosa non è una proprietà positiva allora lo è la sua negazione, e così via.
Dio, o meglio la proprietà G che viene interpretata con il significato di “essere dio”, viene così definita come la proprietà consistente nel possedere tutte le proprietà positive.
Vengono inoltre dati alcuni assiomi, i veri e propri punti di partenza del ragionamento, tra cui per esempio il fatto che l'“esistenza necessaria” sia una proprietà positiva, e che ogni proprietà che sia conseguenza di una proprietà positiva sia a sua volta positiva.
A partire dalle definizioni e dagli assiomi si sviluppa una serie di passaggi che, pur costituendo la dimostrazione vera e propria, paradossalmente ne sono la parte meno interessante e più tecnica rispetto all'impostazione generale e agli assunti scelti per dare il via al ragionamento. Applicando gli strumenti della logica modale si deduce dapprima che è possibile che esista qualcosa che ha la proprietà G; e poi che se è possibile che esista allora è necessario. Quindi, dio esiste.

Cosa c'è che non va?
Uno dei meriti dell'operazione di Gödel è di aver precisato compiutamente i termini che si utilizzano in questo tipo di dimostrazione e i rapporti tra essi. Per citare Roberto Magari, “in ogni caso il lavoro di formalizzazione e, di conseguenza, di chiarimento, fatto da [Gödel] è degno di ammirazione anche se, sembra a me, da tali concetti è improbabile cavar fuori qualcosa di rilevante”. Infatti, al di là dei suoi meriti, la dimostrazione di Gödel soffre in buona parte dello stesso tipo di difetti di tutte le altre prove ontologiche che l'hanno preceduta, difetti che già Kant aveva messo in luce.
Innanzi tutto il punto di partenza del ragionamento, cioè gli assiomi che vengono presi come base di tutto il resto, non sono in realtà molto più ovvii o facili da accettare delle conclusioni che ne vengono tratte. È stato anche rilevato che, sebbene gli assiomi non portino a contraddizioni formali, potrebbero dar luogo a una contraddizione una volta interpretati in termini etici o fisici: per esempio si può non concordare sul fatto che l'unione di due proprietà positive sia ancora una proprietà positiva, o sia anche solo concepibile (come succede per attributi non del tutto compatibili come la trascendenza e l'onnipresenza).
Inoltre è difficile, se non impossibile, passare dal mondo puramente astratto delle idee logiche all'esistenza concreta di qualcosa (dio, in questo caso), deducendo questa da quelle. Ed è discutibile già il fatto stesso di considerare l'esistenza in sé come una proprietà o una perfezione. Per molti filosofi si tratta semplicemente della copula di un giudizio, del verbo “essere” di una frase.
Infine molti, anche credenti, non condividerebbero il concetto di dio descritto da questo tipo di dimostrazioni, o addirittura non sarebbero d'accordo con l'idea stessa che sia possibile circoscrivere in termini umani l'essenza di un dio e tanto meno, quindi, manipolarla con procedimenti formali.

Gödel e dio
E allora come è possibile che una delle più grandi menti del XX secolo sia caduta nella secolare tentazione di risolvere con metodi terreni un problema che per sua stessa natura non si presta a questo approccio?
Prima di tutto, stiamo parlando di un appunto privato. È verosimile che sia solo poco più di un esercizio, un'analisi formale di un certo ragionamento, di cui Gödel si limitò a mettere in luce la struttura e a esplicitare il contenuto, alla luce del linguaggio e dei metodi della logica modale.
In secondo luogo un ragionamento di questo tipo, che va dal puramente logico al metafisico, è un'espressione di una certa forma mentis, portata a un estremo. Nella logica, se un sistema formale (un insieme di simboli e di regole per manipolarli) non contiene contraddizioni, cioè se non è possibile dedurre al suo interno sia un'affermazione sia la sua negazione, allora in qualche senso questo sistema esiste. In genere questa esistenza è del tutto astratta: è possibile costruire un “modello” matematico che realizza tutte le proprietà di quel sistema formale. Normalmente non si intende che esista qualche oggetto fisico - o metafisico - descritto dal sistema formale. Nello stesso spirito, pare che Gödel fosse interessato a studiare la non-contraddittorietà - e quindi, in teoria, la possibilità - di varie teorie scientifiche e no, compreso lo spiritismo, la sopravvivenza dell'anima e così via.
Infine, pare che Gödel si considerasse un teista e avesse effettivamente un vivo interesse personale e, potremmo dire, una grande apertura mentale nei confronti di numerose possibilità, dalla vita oltre la morte e la trasmigrazione delle anime ai fenomeni paranormali. Su questo non si può dire molto, perché Gödel tendeva a essere schivo sulle sue opinioni personali e molto raramente le esprimeva in pubblico: la maggior parte di quello che sappiamo viene da testimonianze di conoscenti o dalla corrispondenza privata, tra cui alcune lettere in cui la madre lo metteva in guardia dai possibili millantatori in questo campo.

Mi piace concludere con una frase tratta dai taccuini di Gödel: “Dedicarsi alla filosofia è in ogni caso salutare, anche quando da ciò non emerge alcun risultato positivo (ma io rimango sconcertato). Ha l'effetto che «il colore appare più brillante», cioè che la realtà appare con maggior chiarezza come tale.”

Ulteriori letture
Per approfondire sia la dimostrazione vera e propria che il posto che ha nell'opera e nella vita di Gödel nonché nella storia delle prove ontologiche, è prezioso il volumetto Kurt Gödel, La prova matematica dell'esistenza di Dio, a cura di Gabriele Lolli e Piergiorgio Odifreddi (Bollati Boringhieri), dove il testo della dimostrazione e degli altri scarsi appunti relativi tratti dai taccuini di Gödel è accompagnato da utilissimi saggi di approfondimento; è incluso un articolo del grande logico matematico e filosofo, vero “maestro laico”, che è stato il già ricordato Roberto Magari, fondatore tra l'altro della rivista neo-illuminista Dubbio.
Sulla possibile incompatibilità delle proprietà divine tra loro, cui si accennava sopra, si veda l'articolo di Theodore M. Drange, “Incompatible-Properties Arguments: A Survey” (apparso sulla rivista Philo e ora disponibile in rete all'indirizzo http://www.infidels.org/library/modern/theodore_drange/incompatible.html).
Per apprendere qualcosa sull'opera di Gödel in generale e in particolare sui suoi teoremi di incompletezza, consiglio La prova di Gödel di Ernest Nagel e James R. Newman (Bollati Boringhieri) e quella cavalcata tra logica, arte e musica che è Gödel, Escher, Bach di Douglas Hofstadter (Adelphi).

lunedì 22 marzo 2010

La piccola bottega delle curiosità matematiche del professor Stewart


Come alcuni dei miei 2,5 lettori hanno già notato, è appena uscito un nuovo libro tradotto dal sottoscritto. Si tratta di La piccola bottega delle curiosità matematiche del professor Stewart, appunto di Ian Stewart, edito da Codice.

I più attenti tra quei 2,5 - probabilmente uno solo - sanno anche già che, oltre alla traduzione vera e propria, mi sono divertito a localizzare qualche curiosità e gioco, dove era il caso. Per esempio, uno dei capitoli riguarda l'assegnazione di un numero diverso a ogni lettera dell'alfabeto in modo che, sommando i valori delle lettere, il nome di un numero dia un valore uguale al numero stesso, generalizzando quello che si fa assegnando alla A il valore 1, alla B il valore 2 e così via. Be', non mi sembrava il caso di non completare i conti, e li ho aggiunti anche per l'italiano.
Lo stesso dicasi per giochi riguardanti le lettere dello Scrabble (e qui ho fatto i conti sia con la versione italiana dello Scrabble che con lo Scarabeo, che sono simili, ma diversi: semplificando, il secondo nacque come imitazione italiana del primo, dopodiché arrivò in Italia anche la versione localizzata dello Scrabble...).
Non è prettamente matematico, ma visto che Stewart si diverte a disseminare qua e là giochi di parole, il traduttore sente il dovere e il diritto di profondere una quantità equivalente di spirito (di patata, spesso) nel testo italiano. Ma sempre in tema di trasposizioni culturali, quello che mi ha più divertito è stato italianizzare i “tautoverbi”.
Dice Stewart:
I matematici sono [...] prevenuti nei confronti della saggezza popolare, e sono soliti rivedere i proverbi per renderli più logici. O addirittura tautologici, cioè banalmente veri. Così il proverbio «Chi ben comincia è a metà dell’opera» diventa il tautoverbio «Chi ben comincia ha cominciato bene», che ha più senso ed è ineccepibile. E «Tutto è bene quel che finisce bene» è più convincente nella forma «Tutto è bene quel che è bene».
E di lì prosegue con vari esempi, tra cui alcuni lasciati come esercizio per il lettore, fino alle vette di «La gatta frettolosa fa i gattini in fretta» e «Non c'è peggior sordo di chi è privo di udito».

(Quanto al libro stesso, al di là della mia pregevole opera di traduzione, rimando a quello che ne scriveva qualche mese fa Maurizio Codogno parlando dell'edizione originale.)

martedì 9 febbraio 2010

Solo tre mesi...

Insieme alla Stampa è possibile acquistare in questo periodo (solo in nord Italia, credo) una serie di fascicoli e dvd per imparare l'inglese. Ora, non sono un esperto di metodi di insegnamento linguistico, ma questo non sembra molto efficace, se il suo stesso motto è «Solo 3 mesi per dire “I speak english”».

P.S. Il link non è alla pagina web da cui la Stampa vende i suoi fascicoli e allegati, perché è quasi inutilizzabile.

P.P.S. Non menzionerò neppure l'english con la minuscola...